martedì 8 dicembre 2009

Vaneggiamenti da motoastinenza

Tempo da funghi.
No, non immaginatemi in giro per boschi con coltello e cestino. I soli funghi che mi piace cercare sono quelli della varietà già cucinata. Mi spiego meglio quindi: situazione meteo che i funghi gradiscono.
Se mi leggono degli umani, non potranno che concordare. Se mi leggono dei funghi, intanto faccio loro vivissimi complimenti (non conosco molti funghi che leggono l’Italiano) e poi mi auguro che non me ne vogliano.
Quel tempo umido e relativamente mite che i funghi adorano, a noi esseri umani francamente fa schifo. Specialmente poi se si tratta di umani con la passione della moto.

Nel mio garage ho installato un deumidificatore. Considerato il contenuto del locale, che fa un po’ da ritiro spirituale, laboratorio, negozio di articoli moto, deposito ricambi e guardaroba di vestiario tecnico, mi è parso opportuno proteggere il tutto dagli effetti deleteri dell’umidità.

Bè, il deumidificatore mi produce circa 3 litri d’acqua al giorno.
Non male. Se riuscissi a venderla a qualcuno, mi sarei ripagato l’investimento.
“Umidità Milanese” in comode bottiglie PET riciclabili. Portate a casa un ricordo della Pianura Padana.
Non sarà proprio “Milano da bere”, visto che non mi azzarderei a chiamarla potabile, ma l’acqua è bella limpida e il mio cane prova a berla mentre la rovescio nel tombino.

Ma di acqua e umidità si è già parlato troppo. Ho voglia di aria asciutta e tiepida e sarà il caso di andarsela a cercare da qualche parte. Qui, ai piedi delle Alpi, l’attesa potrebbe rivelarsi eterna.

Mi sono consultato con altri correligionari e stiamo covando una sortita “importante”. Non dico ancora nulla per scaramanzia ma ben presto potrò rivelarvi di più.

Se poi qualcuno vuole buttarsi a indovinare, ci provi. Vi darò una sola parola a titolo di indizio: “delenda”.



martedì 1 dicembre 2009

On the Mother Road


New Mexico, USA, fine di Maggio. Il tracciato della vecchia Route 66 attraversa un tratto desertico dalla terra rossa che segue il letto di un fiume in secca e si estende all’infinito nell’aria tremolante per il calore. Il fondo stradale è in pessime condizioni, ma è quello autentico della leggendaria strada americana: The Mother Road, da Chicago a Los Angeles in 2.400 miglia. A poca distanza, carica di traffico, corre la Interstate 40 che qui l’ha ormai soppiantata da decenni e già da quasi un’ora non ho diviso la strada con nessuno.

Alla mia destra vedo i resti di un vecchio ponte della ferrovia, molti dei piloni in legno sono crollati e quelli ancora in piedi sembrano un gruppo di ubriachi. Mi tornano alla mente mille scene di film western, con il treno a vapore che arriva sferragliando sul singolo binario mentre dai piloni del ponte penzolano le micce sfrigolanti della dinamite.

Mentre mi fermo a scattare un paio di foto, all’orizzonte appare una nuvola di polvere. In pochi minuti arriva un vecchio pick-up con due uomini a bordo. Si fermano a fianco della mia Ford noleggiata e il guidatore apre il finestrino. È un uomo sulla quarantina con un berretto da baseball e strizza gli occhi contro il sole. “Problemi alla macchina?” mi chiede.

“No - gli rispondo – sto facendo un po’ di foto.”

“Sei anche tu uno di quei matti che si fanno tutta la Old 66 fino a LA per il solo gusto di farla?”

Confesso la mia colpa e racconto loro di essere addirittura venuto apposta dall’Europa. Si guardano ridendo e scuotono la testa. “Senti, se ti va di bere qualcosa di fresco, seguici fino al ranch qui dietro la curva.”

Accetto volentieri. Sebbene sia ormai abituato all’ospitalità immediata di molti Americani, questa volta rimango stupito. L’Europeo in me si chiede anzi se sia cosa saggia seguirli “dietro la curva” carico di macchine fotografiche e dollari in contante.
















Ma siamo già arrivati. Il ranch è una casetta squadrata come la disegnerebbe un bambino; a fianco sorge un capannone con un paio di trattori, niente a che vedere con i pittoreschi fienili in legno che ancora si trovano dappertutto in America. C’è un pozzo artesiano, qualche bidone di olio, due macchine parcheggiate e il resto è sabbia e collinette rocciose che si spingono fino all’orizzonte.

In questo mare di colore ocra, vedo lontano una macchia verde, come un’oasi nel deserto.

“È un vecchio pozzo che usava la US Cavalry per abbeverare i cavalli”, mi legge nel pensiero l’amico del pick-up mentre mi porge una lattina di birra imperlata di condensa. “Qui non c’è un gran che, ma se ti fermi domani possiamo fare un giro a cavallo.”

Lo ringrazio, ma spiego che devo continuare fino a Flagstaff in Arizona. “OK, come vuoi”, mi dice. Gli Americani non insistono quasi mai, visto che loro stessi raramente dicono “no grazie” solo per fare complimenti.

L’amico sparisce nel ranch e ritorna dopo un minuto con un six-pack di birre Coors Extra Gold gelate. “Mettile al fresco” mi dice. Deve aver visto il cooler di plastica che ho comprato al Wal-Mart per pochi dollari. Se attraversi l’America senza averne uno, devi essere per forza uno straniero alla sua prima visita.

Come back anytime, y’hear?” mi salutano lui e il suo amico, mentre salgo in macchina.
Dopo pochi secondi il ranch sparisce nella nuvola di polvere che mi lascio dietro. Ora sono di nuovo sulla Route 66 con la mia Ford bianca velata di polvere rossa mentre, armato di una Reflex e 6 birre gelate, inseguo un obiettivo che si sposta con l’orizzonte. Mai come questa volta, la mia destinazione è la strada stessa.

giovedì 26 novembre 2009

Preti moderni 2.0


Il Vaticano, una delle più grandi operazioni commerciali del mondo, sta valutando una serie di opzioni legate al suo vasto patrimonio immobiliare fatto di conventi ed edifici sacri. Questi sorgono invariabilmente nei posti più panoramici, partendo dal presupposto che la comunicazione con il creatore sia più facile da una reggia realizzata su una collina a 700 metri sul livello del mare (e con splendida vista del medesimo) che da un casermone di cemento in pianura.

Non solo, il Vaticano possiede anche un inventario incredibilmente ricco di immobili lasciati in donazione da chi, al momento di congedarsi da questa terra, ha cercato di guadagnare una posizione di favore. Tra l’altro non sappiamo se dall’altra parte li abbiano poi messi in Business Class, né qualcuno ci può garantire che ci sia un’altra parte. Di sicuro c’è tuttavia che i loro beni terreni sono saldamente nelle mani dei preti.

Allo scopo di alienare parte di questo immenso patrimonio (ci sono i conventi ma non ci sono abbastanza preti o suore), sta per essere costituita un’agenzia immobiliare chiamata Papa RE, dove (almeno questa volta) RE sta per Real Estate.

Niente a che vedere quindi con Papa Pio IX, appunto il Papa Re di infame memoria, che fu sfrattato nel 1870 da 50.000 ufficiali giudiziari piemontesi entrati a Roma con le maniere forti in quel di Porta Pia. Fu un momento fulgido della nostra storia, che finì però 59 anni dopo con i Patti Lateranensi, quando l’Italia tirò giù le braghe davanti ai preti, posizione in cui si trova tuttora, evidentemente con gradimento di entrambi le parti.

Ma ora, nel Terzo Millennio, il Vaticano potrebbe decidere di convertire parte dei suoi immobili ad uso commerciale.

C’è l’ipotesi di trasformarli in esclusivi alberghi, sull’esempio spagnolo dei Paradores (in questo caso, si parlerebbe tuttavia di Papadores) o di farne immobili commerciali (è stata infatti ventilata l’ipotesi di creare catene di fast-food come VFC, Vatican Fried Chicken e MaDonnald).

Una società di consulenza americana ha prospettato la creazione di più parchi tematici, dopo il successo iniziale del Parco Dio, del quale abbiamo già accennato mesi fa. RatziWorld o Papaland sono alcuni dei nomi proposti, mentre una fonte vaticana ben informata ci segnala che il nome Papapark è stato definitivamente scartato per la ridicola allitterazione.

Il nome Pretilandia
, invece, che inizialmente era molto gradito al pontefice, è stato stroncato da un sondaggio di mercato. Il 92% dei genitori intervistati non si fidava di mandarci i bambini.

domenica 22 novembre 2009

Mondo cane

Da qualche giorno il nostro cane Sam ha perso l’appetito, il che è strano per lei (sì, è una lei: si chiama Sam per Samantha) visto che ha un anno e divorerebbe il cemento armato.

L’ho fatta correre, saltare, galoppare, l’ho portata a spasso per ore. Ho perso due chili di peso, ma il suo appetito non è ritornato. In compenso, il mio è raddoppiato e ho subito ripreso i due chili.

Non sapendo più che cosa fare, l’abbiamo portata dal veterinario. Tutto in ordine, ha detto il buon dottore, Sam gode di ottima salute. Si tratta probabilmente di un problema psicologico.

Bene, siamo stati dallo psicologo per cani, che in realtà si chiama comportamentalista.
Una persona cordialissima, ci ha dato la zampa appena siamo entrati.

Ha voluto una mezz’ora di tempo per intervistare Sam. Non credo che nel suo studio abbia il classico divano, ma piuttosto una semplice cuccia. Ho provato a sbirciare e ho visto in terra dei grandi fogli di carta con delle strane macchie. Avrà fatto a Sam il test di Rohrschach oppure era semplicemente un pannolone? Mah.

Dopo trenta minuti e 100 Euro abbiamo scoperto di che cosa si trattava. C’è una cosa che tormenta Sam, un dubbio che la assilla e la consuma: perché Pluto cammina a quattro zampe e invece Pippo, che anche lui è un cane, cammina a due zampe e porta abiti umani?

Ho chiesto allo psicologo per cani se, in virtù dei 100 Euro, avesse anche fornito a Sam la risposta. (Tra l’altro anche a me interessa saperlo, sebbene non al punto di perdere l’appetito).

Ma il comportamentalista mi ha detto che il suo incarico si è esaurito nell’individuare il problema psicologico e che altro non gli è richiesto di fare. “Se vuole sapere la risposta – ha ringhiato – faccia una ricerca su Google”.

Eccomi qua, alleggerito di 100 Euro e con un dubbio esistenziale in più. In compenso, Sam ha ripreso a mangiare di gusto. Evidentemente ha deciso di accettare il fatto che Pippo e Pluto siano due cani molto diversi dal punto di vista comportamentale.

Questa mattina però l’ho sorpresa mentre si esercitava a camminare sulle zampe posteriori.

venerdì 20 novembre 2009

Quando i cinghiali parlano


Ricordate Salman Rushdie?
Probabilmente, oggi si chiama Selma, è una bionda alta 180cm, porta la quinta misura e vive a Helsinki.
La sua colpa? Nel 1988 scrisse I Versi Satanici, un libro di fantasia che alludeva a Maometto e che, a sorpresa, scatenò una sollevazione del mondo islamico.
L’Ayatollah Khomeini lanciò una fatwa nei suoi confronti, ossia una condanna a morte, in virtù della quale Rushdie vive nascosto in una località non nota da oltre venti anni.

Nel frattempo, il traduttore giapponese del libro è stato ucciso, mentre il traduttore italiano e l’editore norvegese sono stati feriti da ignoti sicari.

Vi dice niente il nome Jyllands-Posten? È quel giornale danese che nel 2005 pubblicò delle caricature di Maometto, suscitando un’altra esplosione di protesta da parte degli islamici.
Il risultato: richiamo degli ambasciatori in Danimarca da parte di diversi paesi islamici, manifestazioni di piazza, assalti alle ambasciate danesi, diversi morti in tutto il mondo.

Avete saputo della noiosissima conferenza tenuta dall’eterno colonnello Muammar al-Qadhafi (per gli amici Gheddafi) a Roma qualche giorno fa?  Si è fatto portare 150 escort (altezza minima 170cm) e gli ha parlato a lungo di religione (la sua, ma non solo).
Chissà se le giovani ospiti non avrebbero più volentieri fatto una sveltina per i 75 Euro percepiti invece di doversi sciroppare le interminabili sbrodolate moralistiche del Leader Fraterno.

Ma il bello è che, nel corso della sua conferenza, il colonnello ha raccontato una sua versione della crocifissione e morte di Gesù Cristo. Le reazioni critiche sono state poche e piuttosto pacate.

Immaginate se un capo di stato occidentale avesse fatto altrettanto parlando della morte di Maometto.

Il mio sdegno non nasce da profondi sentimenti religiosi (detto molto chiaramente: non sono credente), ma quello che non tollero è questa politica dei “due pesi e due misure” ogni volta che entra in gioco la questione islamica.

Sbrighiamoci a trovare energie alternative, perché è veramente pesante sopportare questi cinghiali farciti di petrodollari.

mercoledì 18 novembre 2009

Non c'è santi che tengano


Valentino aiutaci tu, titola in prima pagina L'Unità di oggi.

Si tratta di un appello dei 67 lavoratori della Yamaha Motor Italia licenziati con decorrenza Gennaio 2010, ma si tratta al tempo stesso di uno squallido episodio di giornalismo-trash.

L'appello è vuoto e ingenuo, mentre la notizia è stata sfruttata in modo cinico e vergognoso per piazzare una foto gigante di Rossi in prima pagina. Chissà, magari un paio di copie in più riescono a venderle.

Valentino è un cavallo da corsa e, se i cavalli parlassero, la sua voce conterebbe come quella degli equini che corrono all'ippodromo. Valentino ha un suo valore e un suo prezzo di mercato perché vince le gare e fa immagine. Da parte sua, il rapporto con la Yamaha è negoziale: mi dai quello che ti chiedo, ti firmo il contratto e corro per te l'anno prossimo.

Intercedere per gli operai e impiegati di Gerno di Lesmo non è nel ruolo di Valentino e non è nemmeno nel suo interesse, a meno che il nostro eroe non accetti una decurtazione del suo ingaggio per pagare gli stipendi dei dipendenti di Yamaha Italia per un altro anno.

Valentino non è San Gennaro ed è grottesco pensare che l'appello a lui rivolto serva a qualcosa.

Oggi la Fiat decide la chiusura definitiva dell'Alfa di Arese. Che faranno i licenziati, a chi chiederanno di intervenire? Sempre a Valentino? Dopotutto la moto N.46 ha scritto Fiat sulla carena.
O andranno a bussare da Raikkonen?

I posti di lavoro non si tutelano incatenandosi ai cancelli e invocando improbabili salvatori.
La responsabilità di tutelare la propria attività lavorativa è del singolo individuo. E quando non c'è più niente da fare e il lavoro salta, bisogna cercarsene un altro e farsi venire qualche idea. Non c'è santi che tengano.

E non chiedetemi come faccio a saperlo.