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martedì 18 agosto 2009

Cronache dal caldo

Ragazzi, che caldo infame.

Strizzando gli occhi in questa luce abbagliante, dalla finestra vedo ogni tanto qualche moto che passa.

Tutti in maniche corte, tutti in calzoncini. Non li invidio per niente.

Io vestito così non uscirei, nemmeno se facesse il caldo più fetente di agosto, vedi oggi per esempio.

Indosserei di sicuro qualche capo leggero, ma senza rinunciare alle protezioni interne. Le giornate così sono quelle predilette dagli storditi (quelli su quattro ruote e quelli su due) per inventarsi gli incidenti più assurdi.

Non dimenticherò mai quell’estate di quasi quarant’anni fa, mentre cercavo di attraversare una strada statale divisa da aiuola spartitraffico per immettermi nella carreggiata opposta.

La prima metà della strada era un muro di automobili che procedevano a passo d’uomo verso il mare, l’altra metà (vuota) era quella che portava in città.

Si crea un minuscolo vuoto nel fiume di traffico, lo attraverso rapido con la mia motina. Sono al varco nello spartitraffico, guardo a destra: non viene nessuno. Il tempo di rilasciare la frizione e entrare in carreggiata, sento a sinistra un urto violento all’altezza della forcella e mi ritrovo steso in terra sulla schiena con la testa rivolta al cielo. Non dimenticherò mai l’attimo di stordimento in quel bagliore lancinante del sole, l’odore dell’asfalto rovente e la puzza della miscela che inizia a sgocciolare da un serbatoio, forse il mio.

Un idiota con la Vespa 50, vista la carreggiata piena di traffico ha pensato bene di procedere contromano sull’altra e mi ha preso in pieno all’altezza della forcella. Ma la mia moto va ancora e io sono illeso, per fortuna avevo il casco (che allora non era obbligatorio). L’idiota invece ha sfasciato la Vespa e si è aperto una gamba. Chiaramente non è assicurato e, in qualche modo italico, vuole anche avere ragione.

Lo lascio per chiamare un’ambulanza e me ne ritorno con la moto zoppicante in garage.

Mi poteva andare molto peggio. Ancora pochi centimetri e mi giocavo il ginocchio sinistro.

Colpa del caldo? Non lo so, ma io resto in casa quando fa un caldo così.

lunedì 6 aprile 2009

ATGATT, chi era costui?

Primo caldo primaverile nelle steppe del Nord. Oggi 23 gradi, un bel cielo blu e le poche nuvole che bastano per renderlo interessante.

Fermi al semaforo fa già caldo. E già la bardatura del motociclista comincia a pesare.

Giacca tecnica con protezioni su spalle e gomiti, pantaloni con protezione alle ginocchia e all'anca, casco integrale, paraschiena e guanti seri. Ai piedi, lo stivale da moto tradizionale.

Già con soli 23° la tentazione sarebbe di cominciare ad alleggerire il carico, ma nella testa mi risuona una sigla che é un monito: ATGATT!

All The Gear All The Time (che tradotto liberamente dall'Inglese vuol dire Tutte Le Protezioni Tutte Le Volte).
Visto che in Italiano la sigla TLPTLV può portarvi a spruzzare di saliva la visiera del casco, facciamo buona quella anglofona.

L'amico RwP, che scrive il blog FJR Life, la riporta come un principio spirituale. Anche a Los Angeles, quando inizia a fare caldo il sole non scherza e la tentazione di girare in moto vestito come un surfista di Malibu viene di sicuro anche a lui. Camicia hawaiana, infradito, occhiali Oakley e casco a scodella.

Ma il motociclista vero si distingue dal pisquano anche per l'autodisciplina che sa esercitare. ATGATT è una regola di vita che può salvarci la vita.

Se fa troppo caldo, una giacca "mesh" con il suo tessuto traforato può rappresentare il giusto compromesso, visto che contiene le stesse protezioni di una giacca invernale.
Lo stivale può essere sostituito da uno scarponcino più basso, ma che offre sempre una maggiore protezione della scarpa da tennis in gomma e cotone. Lo stesso vale per i guanti, la cui versione estiva è sempre abbastanza protettiva. 

E il casco? Bé amici, il casco rimane lo stesso. Personalmente, non vedo alternative all'integrale.

La nostra è già una passione pericolosa; adottando il principio ATGATT facciamo almeno il possibile per salire in sella preparati.