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sabato 31 marzo 2012

Cialtroneria nazionale

L’Italia cialtrona e approssimativa è sempre in agguato.
Con un amico abbiamo deciso di fare un breve giro in moto partendo da Milano e diretti a sud sulla SP412 della Val Tidone. L’idea era quella di proseguire lungo questa strada fino in fondo, cioè dove la 412 si immette nella provinciale 461 del Passo del Penice, pochi minuti a valle del passo stesso.

Una volta lasciata la 412, avremmo seguito la 461 verso valle, raggiunto il paese di Bobbio e preso la SS45 della Val Trebbia verso Piacenza, per poi decidere lì per lì come rientrare su Milano.

Giornata assolata e dalla temperatura fin troppo mite. Traffico non particolarmente intenso e praticamente inesistente una volta usciti da Pianello Val Tidone.

Incontriamo solo tre moto che fanno la nostra strada, sono un paio di naked e un’endurona. Non vanno molto forte e a Castelnuovo le superiamo. Pochi secondi dopo, ci fermiamo però a fare spese di insaccati e i tre proseguono verso sud ovest sulla 412.

Rimontati in sella cominciamo a salire, con la Diga Molato a sinistra e la strada che si snoda davanti a noi con una serie di belle curve. Il fondo è buono e si viaggia allegri.

Attraversiamo Casa Marchese, Panigà e da qui la strada diventa insidiosa. A parte le crepe e gli smottamenti, c’è una quantità di brecciolino che rende pericolose le pieghe e l’ombra della vegetazione impedisce di vedere dove metti le ruote. Decidiamo di prendercela comoda e percorriamo con molta prudenza gli ultimi tornanti prima della fine della 412 e l’innesto nella strada del Penice.

Qui riprendiamo il trio di motociclisti che erano passati in testa mezz’ora fa e subito dopo ci rendiamo conto che l’innesto della 412 nella 461 è chiuso. Una striscia di nastro bianco e rosso impedisce l’accesso all’altra strada e un cartello volante appeso al nastro dice che la 461 è chiusa per tutto il giorno per una manifestazione automobilistica, e “ci scusiamo con i residenti per il disagio”.

Questa è l’Italia cialtrona di cui parlavo, l’Italia che non pensa a mettere un cartello 20 km più a valle per segnalare la chiusura della strada, l’Italia che si scusa con i residenti mentre in pratica dice ai turisti “e voi fottetevi”.

Siamo tutti abituati alla cancellazione unilaterale dei diritti della maggioranza a favore di una minoranza (strade chiuse per gare ciclistiche, maratone cc.), ma almeno un segnale di avvertimento è buona norma (e forse anche requisito di legge) metterlo.

Ma gli organizzatori della corsa e il comune (Bobbio?) hanno altre preoccupazioni. C’è da organizzare la visita dell’assessore regionale, gli inviti alla stampa e gli striscioni e poi non dimentichiamo la cerimonia di premiazione. I contribuenti che ignari arrivano fino in fondo alla 421 se la vadano a prendere in quel posto. Ubi maior.

Questo è il Paese talebano in cui viviamo.

sabato 20 agosto 2011

Pedala, pedala


Sto trascorrendo il mese di Agosto alle porte di Milano (no, non ci sono venuto in vacanza: abito qui) dividendo il mio tempo tra la lettura di libri che ho accumulato in attesa delle ferie e lunghi giri in bicicletta.

La zona a Nord-Ovest della città è intersecata da una fitta rete di piste ciclabili, alcune estremamente ben fatte e quasi tutte mal segnalate. Un vero patrimonio per il turismo “verde” ma scarsamente fruibile per la tradizionale carenza nella segnaletica.

E’ il male italiano: ti mettono tre cartelli a distanza di un chilometro l’uno dall’altro che puntano a una certa destinazione (nel mio caso la riserva naturale di Vanzago), poi niente più. Cambiano i comuni, cambiano le priorità. A quelli di Pregnana magari stanno sulle balle gli abitanti di Vanzago e quindi niente cartello per il bosco di Vanzago.

In una rotatoria condivisa tra bici e auto vedo perfino un cartello che indica il Parco del Ticino, ma è il solo. Non ce ne saranno più altri per chilometri e chilometri. Sembra non tanto un cartello segnaletico quanto un obiettivo esistenziale.
Mi fermo all’ombra di una pianta e tiro fuori il cellulare con il fedele GPS. Grazie ai satelliti ora ho capito dove sono e rimonto in sella alla KTM. Attraverso frazioni e paesini deserti, tapparelle chiuse, marciapiedi vuoti. Nelle aree verdi qualche anziano in canotta e ciabatte cerca l’ombra di una pianta per mettere su un tavolino e giocare a carte.

I parchi giochi sono bruciati dal sole e completamente vuoti. Lungo le statali passo davanti a file di capannoni industriali chiusi per le ferie o chiusi del tutto. C’è una ditta fallita il cui stabilimento è in vendita. Sulla recinzione sventolano nella brezza mattutina le bandiere rosse del sindacato a celebrare un’altra vittoria dell’intransigenza. Sono un po’ sbiadite, chissà da quanti mesi sono lì.

Le ferie estive sembra non abbiano interessato la categoria delle prostitute. Negli angoletti ombreggiati ce ne sono sempre un paio con la seggiolina da mare e la borsa termica con le bevande fresche. Di affari se ne fanno pochi e allora tanto vale passare la giornata a raccontarsi storie. Gli argomenti non mancano di sicuro.

I tratti più belli delle piste sono quelli che abbandonano i tracciati stradali e seguono  piccoli corsi d’acqua, rogge e canali scolmatori. Qui si viaggia spediti e assolutamente soli per lunghi tratti. Ogni tanto si incontra un altro ciclista, più raramente un mezzo agricolo. Spesso la sola compagnia è il gorgogliare dell’acqua o lo scroscio di una cascatella.

Ogni tanto la pista interseca un’autostrada passandoci sotto con una stretta galleria o attraversandola con una passerella sospesa. Solo allora ti rendi conto di quanta gente sia in giro in questi giorni di Agosto, ma le nostre vite si incrociano solo per un secondo o due.

Raggiunto l’altro lato salgo di una marcia e mi getto di nuovo nella campagna con le ruote tassellate della mountain bike che ronzano soddisfatte sull’asfalto della pista.

martedì 26 luglio 2011

Route 11

Ho un appuntamento con un cliente a Saluggia, nel Vercellese, e decido di andarci in moto senza fare un metro di autostrada. 

Il mezzo giusto per questa operazione non può che essere una moto custom.
La giornata è soleggiata ma tira un bel vento fresco che azzera il caldo estivo. Non potevo sperare in un tempo migliore.

La provinciale Padana Superiore, SP11, rimane tale anche cambiando provincia e quindi il viaggio prosegue per oltre 100 km all’insegna permanente della Strada 11.

Mi tornano alla mente le lunghe percorrenze attraverso le pianure del Midwest americano, sempre incollati alla stessa Route, sempre con il naso in una direzione e ai lati solo campagna e sparsi agglomerati urbani intercalati da centri commerciali e concessionarie auto.


Qui cambiano ovviamente le distanze e, invece delle vecchie auto full-size sfumazzanti delle strade secondarie USA, viaggiano come forsennati dei vecchietti in Panda e i soliti sfigati che tirano i 160 kmh sulla provinciale e poi sono costretti ad attraversare i paesi a 30 all’ora attaccati al retro di un TIR. 
La custom borbotta tranquilla e poi, al momento giusto, scarica i pochi cavalli in qualche bella strappata che si lascia dietro i grappoli di auto e camion.

Passata Novara il traffico si dirada un po’ e ci sono tratti in cui la strada interseca campi e vecchi borghi agricoli a vista d’occhio. Le coltivazioni sono riso e granturco, molti degli edifici rurali sono abbandonati e così anche gli scheletri di vecchie fabbriche e manifatture che non ce l’hanno fatta a vedere la fine del XX secolo.

Si attraversano canali e piccoli corsi d’acqua senza nome, poi si passa il Sesia a est di Vercelli. Continuano a sfilare ai lati della strada le vecchie cascine, mentre la strada punta dritta ad ovest ancora per chilometri. Ormai il traffico è al minimo, pochi camion, poche auto e (per fortuna) pochi camper e pochi storditi vacanzieri. Siamo a fine Luglio ma la Strada 11 sembra immunizzata contro la follia dell’estate italica.

A Cigliano lascio la 11 diretto a Livorno Ferraris e alle porte del paese mi accoglie un insolito cartello. Dice: “Comune deautoveloxizzato. Ma andate piano…!!” Mi fermo a fotografarlo, quasi non ci credo. Una rara, anzi rarissima, combinazione di civiltà e umorismo. 


Attraverso ora  i campi coltivati fino a Saluggia e sono in pochi minuti a destinazione.
Il ritorno è ancora la Padana Superiore percorsa in senso opposto. 
Il cielo ora è coperto, ma dopo Vercelli ritorna il sole e il vento fresco esercita la sua gradevole influenza ai semafori. In breve sono alle porte di Milano. Missione compiuta.

giovedì 3 settembre 2009

Giungla d'asfalto


Che cosa deve capire lo straniero quando si trova davanti una selva di messaggi così?

L’Italia non è soltanto il paese delle “cartelle pazze” ma anche dei cartelli pazzi, una giungla di messaggi (alcuni inutili, alcuni naif e – incredibile! – alcuni utili) che si litigano l’attenzione dell’automobilista o motociclista, creando non pochi pericoli potenziali per la circolazione.

L’Italiano, vero cane di Pavlov della segnaletica, reagisce subito al cartello bianco che reca il nome della località, tutto il resto è un qualcosa di più o semplicemente un vezzo cretino.

Intendiamoci, la sopravvivenza dei dialetti è un fatto importante.
C’è da domandarsi però se l’unico intervento a salvaguardia delle tradizioni culturali sia un semplice cartello. In questo caso, l’amministrazione comunale farebbe bene a vergognarsi.

Anche l’appartenenza a un circuito tematico (la strada dei vini, la via del sale, la rotta del carciofo) ha delle valenze turistiche non indifferenti. Ma il cartello a inizio paese dev’essere solo la punta dell’iceberg. Da solo non basta, anzi fa ridere.

Comune d’Europa? Tutti i comuni d’Italia sono comuni d’Europa. Cartello superato e inutile. Un vezzo da ignoranti, come anche quei gemellaggi di pura immagine.

E che cosa dire dei reperti archeologici di un’Italia ecologico-perbenista-pacifista? Comune denuclearizzato e Città per la Pace.
Che cosa vogliono dire? E se mettessimo anche un cartello che dice: Comune contrario all’Influenza B? Avrebbe qualche effetto sulla profilassi antinfluenzale?

Esistono veramente dei comuni “nuclearizzati” o “per la Guerra”?
Non credo.

Credo però che se la multinazionale X decidesse di aprire una fabbrica di mine antiuomo a Babbodiminchia Inferiore, comprandosi l’intera giunta comunale e mettendo sul piatto 3000 posti di lavoro, il cartello sparirebbe in pochi minuti. O meglio ancora (soluzione italiana): il cartello resterebbe “perché le mine sono utilizzate per soli scopi difensivi”.

Non sarebbe meglio spendere i soldi dei cartelli nel rendere più sicuri gli attraversamenti zebrati, vero e proprio percorso di guerra per i pedoni? Ne muoiono sicuramente di più andando da casa alla panetteria che in qualche non meglio identificata azione bellica imperialista.

E se il comune vigilasse seriamente sulle discariche abusive o facesse rispettare le leggi sull’inquinamento, un piccolo contributo alla tutela dell’ambiente potrebbe darlo; sarebbe di certo più efficace di uno stupido cartello.

martedì 31 marzo 2009

Questione di civiltà

Se la misura della civiltà di un paese è data dallo stato dei gabinetti pubblici e dalla segnaletica, cari amici in Italia siamo messi male.
Se avete il coraggio, entrate al WC di un aeroporto per verificarne lo stato di degrado.

Ma dove sono i gabinetti? Già, non si vede nessun cartello.
No problem, seguite la puzza.

Piastrelle rotte, asse divelto, niente carta, la chiusura della porta è difettosa.
Il poverino che deve sedersi fa bene a tenere una gamba tesa a bloccare la porta altrimenti può entrare qualcuno distratto che gli si siede sopra e si libera.

Poi andate in un aeroporto del terzo mondo e trovate bagni in condizioni migliori. Viene proprio da pensare.


E la segnaletica? L'Italia deve essere il primo paese al mondo per le vendite di GPS, perché girare senza non si può.

Chi segue i cartelli é perduto. Chi chiede informazioni per strada è perduto (la gente ormai sa solo dove abita, dove lavora e dov' è la pizza al taglio).

Oggi mi sono avventurato in moto nel comune di Castellanza, una di quelle cittadine attorno a Milano che se le vedi dall'alto dici: ma quella è ancora Milano.

Dalla Madunina a Castellanza non ci saranno nemmeno venti metri di campagna, però cambi comune almeno sei volte, anche se resti nella stessa città. E io da mezz'ora cerco una strada e non la trovo.
Ti vedo un vigile urbano su una BMW F650, mi affianco e gli chiedo informazioni. Neanche lui sa dov'é questa strada.
Ho il casco integrale ma lui evidentemente ha capito lo stesso che sto ridendo.
Si giustifica allora: "Sa, io sono di Olgiate Olona", che è un'altra parte di pseudo-Milano a cento metri da Castellanza, il tutto prima di arrivare a Chiasso, dove allora finisce veramente Milano perché sei in Svizzera.

Nel frattempo, cartelli su cartelli su cartelli. I pali si piegano sotto il peso dei cartelli. "Agriturismo La Raffineria", "Cucina Emiliana da Ahmed", "Concessionaria Yamazuki," "Centro Estetico Rosi Bindi", "Centro Revisioni T.A. Rocchi".

Poi, il miracolo! Leggo l'ennesimo cartello: "Brauerei Marocchina Alexanderplatz –200 m a sinistra" e sotto c'é scritta la via che sto cercando. Grazie al cartello commerciale ce l'ho fatta.
Giro a sinistra, ma la targa con il nome della via naturalmente sui palazzi non c'é, o forse è coperta da altri cartelli.

In Italia la segnaletica che non manca mai è quella assurda dei nomi in dialetto. Ma chi se ne frega che gli abitanti di Buguggiate la chiamano Bügügià. E chi se ne strafrega che Rho è Comune per la Pace.

Eh sì, perché tu metti su un cartello e hai fatto la tua parte per la pace nel mondo. Comodo, no?