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sabato 14 gennaio 2012

La recita dei burattini


A Milano, un vigile urbano è stato travolto e ucciso da un’auto 4X4 che cercava di fermare. I due omicidi sono fuggiti ma sembra siano stati identificati, sono due nomadi, e forse li hanno anche anche fermati alla frontiera con la Francia.

Subito il Paese dei burattini entra in agitazione. Il popolo degli anti-SUV ricomincia a ululare l’unica stanca canzone che sa. (E’ noto che i fuoristrada siano auto dotate di volontà propria. Se un mentecatto torinese di alto lignaggio ingombra i binari del tram con la sua Jeep o due zingari uccidono un vigile con la X5, la colpa è del veicolo.)

“Via i fuoristrada dal centro” è il coretto di chi non ha il fuoristrada e quindi lo vuole vietare anche agli altri. Gli zingari notoriamente rispettano le leggi dello stato e quindi si terranno lontani dal centro. In questo caso poi l’omicidio è avvenuto alla Bovisa, un quartiere di Milano che con il centro ha ben poco a che vedere.

E intanto arriva il cordoglio del presidente della repubblica, si indice il lutto cittadino, le prefiche di stato si battono il petto, le associazioni dei nomadi prendono le distanze. Intendiamoci, non ho intenzione di sminuire in alcun modo la gravità del fatto e la portata della tragedia: vedo ancora quella foto angosciante della bicicletta contorta appoggiata sull’asfalto e mi si stringe il cuore al pensiero del vigile ucciso.

Ma quanti pedoni e ciclisti vengono uccisi ogni anno da pirati della strada? Quanti messaggi di cordoglio manda loro il capo dello stato? Pedoni e ciclisti contano meno del vigile urbano?

Ma il vigile urbano faceva il suo dovere, mi ribatteranno i custodi della legalità.

E i pedoni e i ciclisti trascinati e uccisi non stavano facendo il loro mestiere di cittadini che vanno a lavorare, pagano le tasse e si aspettano di essere tutelati dalla polizia urbana, il cui stipendio loro stessi contribuiscono a finanziare?

Basta con il populismo imbecille delle autorità costituite, basta con la tutela dei cittadini affidata alle telecamere e ai velox. Basta anche agli zingari che spadroneggiano nelle città rubando e uccidendo impunemente.  Invece di pronunciare parole vuote e abbassare le bandiere a mezz’asta, stronchiamo sul serio questa criminalità continua e crescente. 

Finora la polizia si è stretta nelle spalle ed è tornata a timbrare bolli e a passare carte.
L’auto in regola, la revisione, l'assicurazione, le catene, le cinture, il gilet fosforescente la polizia li chiede a noi.
La macchina degli zingari (rubata, senza revisione, a fari spenti, senza assicurazione) passa indisturbata. “Eh, a quelli che cosa gli vuoi togliere?” mi disse un giorno una guardia scuotendo la testa.

Finché gli zingari avranno il campo libero e il salvacondotto per uscire dal carcere dopo un paio di giorni, sempre meno vigili avranno il coraggio di fermarli e il cittadino avrà sempre meno tutela.

Ma è più facile pronunciare frasi vuote di cordoglio e fare gli indignati davanti alla TV che prendere seriamente dei provvedimenti. 
Non cambia niente, domani è un altro giorno e il rigore dei controlli durerà un paio di settimane. Finché l’appartamento svaligiato, l’auto rubata e il morto non ci riguardano, tiriamo avanti. Questo è il sistema che ci siamo costruiti.

giovedì 29 dicembre 2011

Come eravamo


Ci sono cose che non vedremo mai più.

Oggi, seduto in macchina, con il cruise control a 110 me ne andavo in autostrada per i fatti miei e, in assenza di traffico, facevo una serie di riflessioni. Guardavo gli altri utenti della strada, fissavo le stazioni di servizio che mi sfilavano a fianco, studiavo le targhe e l’anno di immatricolazione delle auto, lasciavo che i miei ricordi di 42 anni di patente e oltre un milione di chilometri di strada affiorassero liberi.
Ecco le cose che non vedremo mai più.

Lo spinterogeno.
Un nome strano e importante per un dispositivo elettromeccanico con calotta in resina fenolica che faceva la differenza tra tornare a casa e restare a piedi. Un po’ di condensazione o qualche invisibile incrinatura e la macchina non andava in moto. Ma ora addio spinterogeno, da tempo la centralina elettronica ti ha seppellito insieme alle puntine platinate. Riposa in pace, va bene così.

1000 lire di benzina.
Di solito si facevano mille lire di benzina metà e metà (super e normale), si richiudeva il cofano anteriore (se avevi la 500, la Topolino o anche la micidiale Dauphine) e si ripartiva con una giornata di autonomia. Oggi per farti una giornata al volante ti servono almeno 30 litri di benzina, quindi siamo sui 50 Euro. Allora l’impatto sullo stipendio era più basso, il traffico meno folle e ti divertivi a restare in strada pur guidando come uno scemo (con la Dauphine questo però non mi è riuscito…).

Lo straniero che ti chiede indicazioni.
Da ragazzi, era motivo di grande eccitazione quando ci si affiancava al semaforo un’auto straniera e ti chiedeva indicazioni stradali. Avevi pochi secondi di tempo per (a) capire che cosa ti chiedevano e (b) rispondere in qualche modo. Oggi non succede praticamente più; tutti hanno il GPS in macchina e sanno dove andare. Meglio così, che l’elettronica li guidi…anche perché la nostra segnaletica è una farsa.

La Fiat Ritmo.
Bè, questa è una cosa che non mi mancherà più di tanto.

La manina.
Quando qualcuno ti tagliava la strada e gli suonavi (oppure ti bruciava uno stop davanti al naso e gli suonavi), il tizio o la tizia ti alzavano la manina come per dire “scusa, mi dispiace” e la cosa finiva lì. Adesso la manina non la si vede più, né quella che dice “grazie” se fai immettere qualcuno nella strada o lo lasci attraversare dall’altra corsia, ma tantomeno la manina delle scuse. Se ti va bene si alza solo il dito medio, come dire: “stacci, perché è così: io sono io e ho più diritti di te”.

Per ora non mi viene in mente nessun altro fenomeno “estinto”, ma forse qualcuno dei lettori mi vorrà aiutare. Intanto, agito la manina e vi auguro buon anno…Il 2011 non mi mancherà più di tanto.

martedì 29 novembre 2011

Che gente


Anche un motociclista convinto non disdegna il trasporto pubblico, specialmente se le condizioni meteo sono piuttosto invernali.

Eccomi quindi alle 7 del mattino che attraverso Milano in metropolitana, in una carrozza piena di gente strana. Mentre con la coda dell’occhio studio i miei compagni di viaggio, mi chiedo che cosa vedano nello specchio la mattina quando stanno per uscire di casa e in base a quali criteri si considerino presentabili…

Alla mia sinistra siede un tipo sulla quarantina che indossa uno di quei berretti di lana lapponi con il pon-pon in cima e due lunghi paraorecchie che finiscono in un cordino e un pon-pon. Porta un paio di occhiali spessi e un mezzo sorriso stampato in viso con i denti superiori sporgenti. Forse ascolta la musica con le cuffiette nascoste dal berretto, o forse non gli serve nemmeno l’MP3: tanto la musica ce l’ha in testa. Sembra un buon diavolo, ma non ha l’aria del candidato al premio Nobel.

Di fronte c’è una tizia bassa dai folti capelli neri e con un baschetto alla francese calcato in testa che le azzera interamente la fronte conferendole un’espressione abbastanza ebete. Porta un paio di occhialoni da vista tondi appoggiati su un naso stretto e piatto che all’improvviso finisce in un bulbo proiettato in fuori.
Labbra sottili, quasi inesistenti e sotto un mento prominente che fa concorrenza al naso. Ora tira fuori un tubetto di lip gloss, estrae il pennellino e, nonostante gli scuotimenti del treno, riesce a centrare le labbra senza dipingersi naso e mento. Potenza della pratica. Ora ha finito di truccarsi. Io non vedo la differenza, ma lei sì ed è questo che conta.

In piedi nel mezzo della carrozza c’è uno che indossa un piumino antartico troppo grande di almeno una misura per il suo fisico esile. La giacca ha incorporato un cappuccio imbottito con visiera che lui tiene calata sugli occhi. Il collo è alto e lui lo tiene ben serrato sopra il mento con il cordino elastico. Nel vagone ci sono almeno 20 gradi, ma lì dentro lui ne avrà almeno il doppio. Dalla giacca polare spuntano due gambe di pantaloni di completo e in fondo ai pantaloni spiccano due scarpe color zucca dalla punta quadrata.
Tra i piedi c’è una borsa da computer nera. Sarà uno smanettone freddoloso?

Mentre studio la gente bizzarra che mi circonda mi rendo conto di essere arrivato alla mia fermata. Mentre scendo mi abbottono il cappottone beduino di lana grezza e mi calco in testa il colbacco in pelo dell’armata rossa. Sul pavimento in gomma della stazione, i miei stivali Western fanno un tic-toc quasi impercettibile.

sabato 9 luglio 2011

Dietro la notizia

Dietro ogni brutta notizia c’è spesso una bella notizia che bisogna andare a cercare.
L’altro giorno, uscita dal portone di casa e su un vialetto riservato ai pedoni, la giovane Sam è stata investita da un’auto. L’ho vista rotolare sotto l’Audi e passarle in mezzo alle ruote posteriori.

Terrorizzata (e non so quanto gravemente ferita) è scappata via. Non sono più riuscito a ritrovarla.

Per ore e ore l’abbiamo cercata in sei. Ho ripercorso tutte le strade e i sentieri che da due anni facciamo insieme. L’ho chiamata a ogni metro di strada e a fianco di ogni cespuglio ma non l’ho trovata.

Il rivenditore di materiale elettrico vicino casa, con un ampio parcheggio alberato e un magazzino per lo stoccaggio di materiali, è stato una tappa obbligata. Sono stati cordiali e comprensivi, ma il cane non l’hanno visto. Facce preoccupate, espressioni apprensive. Amano i cani anche loro e si sono dichiarati pronti ad aiutare se necessario.

L’addetto alla sicurezza dell’hotel quattro stelle con tanto di parco annesso si è subito messo a scrutare le varie telecamere e mi ha invitato a entrare in bici per fare il giro del complesso alla ricerca di Sam.

Due mezzi della nettezza urbana, informati della scomparsa di Sam, hanno cominciato a contattare per radio gli altri colleghi in giro per informarli dell’avvenuto.

Il gestore della pompa di benzina dove mia moglie fa sempre il pieno è salito nel furgone è ha iniziato a girare anche lui.

Un nostro amico è arrivato in moto e ha cominciato a pattugliare la zona a 10 all’ora, con la ventola del radiatore sempre in funzione (quel giorno c’erano 30°).

Anche il cafone che doveva per forza parcheggiare l’Audi sotto il portone di casa si è messo a cercare Sam a cavallo di una moto. Dato il caldo girava senza casco. Ma si sa, il cafone non cambia mai…

Finalmente l’abbiamo trovata.

Temevo due cose: che fosse rimasta gravemente ferita e che fosse andata a morire da sola oppure che, incolume ma spaventata, fosse poi finita sotto un’altra macchina attraversando qualche strada.

L’abbiamo invece trovata, sfinita e terrorizzata, nel cortile di un capannone industriale. A parte un taglio sul sopracciglio destro non aveva subito altri danni.

Ho ritrovato un cane che adoro e ho riscoperto che, nascosta sotto uno strato di letame, c’è ancora della bella gente. Un grazie a tutti, anche da parte di Sam.

domenica 7 novembre 2010

Un po' di luce

Una coppia di amici americani, lui e lei, sono venuti a passare qualche giorno in Italia. Peccato che il maltempo abbia loro mostrato un paesaggio piuttosto britannico, nuvole basse e acqua in continuazione.

L'altro giorno, però, il cielo si è aperto e la coppia è partita alla volta delle Cinque Terre con un'auto a noleggio. Ho prestato loro il mio GPS e gli ho dato un paio di dritte su come spostarsi tra i vari paesini a picco sul mare.

Tre ore dopo averli visti partire da Milano mi squilla il cellulare. Vedo il numero americano e immagino che siano giusto arrivati a destinazione.

Macché. È il mio amico che mi segnala un problema. Hanno sbagliato a svoltare e sono finiti su una strada campestre dove si sono prontamente impantanati. Si trovano su qualche collina coltivata a terrazze in Liguria e non sanno come uscirne fuori.

Il mio amico mi passa al telefono un contadino che è appena arrivato sul posto. Questo signore mi spiega che è impensabile chiamare un carro attrezzi, ma mi dice che farà il possibile per far arrivare sul posto un trattore.

Per due ore non sento più i miei amici e mi domando come sia andata a finire.

Poi mi arriva una loro telefonata dall'albergo, dove sono finalmente arrivati e si stanno concedendo un bicchiere di vino.

In attesa del trattore, alcuni contadini hanno provato a spingere la macchina ma senza successo. Uno di loro, il più giovane, parlava perfino un po' di inglese. Poi è arrivato il trattore e in pochi minuti ha riportato in strada l'auto impantanata.
Quando il mio amico ha provato a mettere in mano al contadino 50 Euro, questo ha fatto un salto indietro e ha recisamente rifiutato di prendere un soldo.

È solo la piccola storia di un gesto generoso, ma di questi tempi cupi fa un bel po' di luce.

giovedì 23 settembre 2010

La vecia


C'è una vecchia che gira spesso sulla Tangenziale Ovest di Milano che dovrebbe dipingere sullo sportello di guida le sagome di tutte le auto, moto e camion che ha fatto fuori.

La sua macchina è una di quelle carrette asiatiche corte, strette e alte che sembrano uscite dalla giostra di un Luna Park.

Lei guida con sedile tutto avanti, occhi semichiusi, mascella pendula e braccia aggrappate al volante.
Ricordate la posizione delle mani consigliata (come le lancette sulle 10:10) che assicura il migliore controllo del mezzo in ogni situazione?
Proseguendo nella metafora dell'orologio, la vecchia stringe il volante con ambo le mani in posizione ore 12:00 e lo muove freneticamente di qua e di là anche in rettilineo. 

La sua minimacchina dalle ruote baby si sposta da un lato all'altro della corsia (quella centrale, che ve lo dico a fare?) e ogni tanto straborda a destra o a sinistra in quelle confinanti, il tutto alla pazzesca velocità di 80.

Un TIR slovacco in corsia di destra se la vede sbandare davanti e si attacca alle trombe. Braaaaaam.

Ma la vecchia non lo sente e rimbalza a sinistra come proiettata da una rete di ping-pong invisibile. Probabilmente lo spostamento d'aria dell'autoarticolato Scania l'ha riportata in corsia, o forse è stata un'altra delle continue strappate che lei dà al volante.

Arriva in corsia di sorpasso una coppia di motociclisti su BMW 1200 GS, luci accese, tute sgargianti dal catalogo Motorrad e valigie in alluminio che lampeggiano al sole. La vecchia non li vede; forse li vedrebbe se il retrovisore esterno sinistro della carretta coreana fosse aperto, ma invece è piegato contro la fiancata della macchina.

In quel preciso istante, la vecchia scarroccia nella corsia di sorpasso e manca per un pelo la valigia destra della moto. Il pilota capisce che frenare non ha senso, si butta a sinistra e spalanca il gas mentre schiaccia il pulsante del clacson.

La passeggera si gira verso la vecchia e le mostra il dito medio guantato, ma tanto la vecchia non la vede.

Fra trecento metri la Tangenziale descrive un'ampia curva a sinistra e l'ottuagenaria minaccia su ruote sta impostando la sua traiettoria ideale. La microauto si sposta a destra e il motore fa una fumata blu mentre la guidatrice scala assurdamente una marcia, poi in prossimità della curva si butta tutta a sinistra rasentando il guardrail esterno.

Dietro di lei è il panico. In corsia di sorpasso si innesca un tamponamento a catena che chiuderà la Tangenziale per due ore. Al centro si evita per miracolo una catastrofe, mentre nella corsia di destra uno scooterista in calzoncini sceglie di piantarsi di fianco nel guardrail piuttosto che tamponare il pullman che ha inchiodato i freni davanti a lui.

Intanto la vecchia, ignara della catastrofe che ha provocato, prosegue su una rotta a "S" in mezzo alla Tangenziale deserta. 

È assicurata in Classe 1 da venti anni perché non fa incidenti. Secondo le statistiche è una guidatrice sicura, anzi "Sapiens".

lunedì 13 settembre 2010

Schadenfreude

No, non è una variante del dolce della Foresta Nera e nemmeno un sinonimo della torta Sacher in qualche vallata austriaca. È una sintetica espressione tedesca che vuol dire "rallegrarsi per le sciagure altrui".
Tutti noi, prima o poi, ci siamo fatti sedurre dalla sua attrazione fatale e non dite che a voi non è mai successo.
Ci sono dei casi in cui farsi due grasse risate per il guaio in cui si è cacciato qualcun altro è cosa buona e giusta. Leggete questi esempi e concorderete che a volte la Schadenfreude ci sta, e come ci sta!

Camilla V. inerpicata lassù nel sedile del guidatore della sua BMW X5 sta facendo multitasking al volante come solo una donna sa fare. È uscita dalla palestra, dove il personal trainer l'ha sottoposta a una gagliarda seduta tonificante per glutei e addominali, ed ha un appuntamento dalla parrucchiera tra poco più di un'ora. Visto che ha tempo, ha deciso di fare una puntatina al centro commerciale per vedere due vetrine.

Mentre si toglie dalla fronte i capelli ancora bagnati della recente doccia, si attacca al cellulare per accertarsi che, tra le mura domestiche, la ragazza alla pari abbia la situazione sotto controllo. 

Ecco che, in fondo al rettilineo, si vede già la grande "P" del parcheggio sotterraneo dell'Iper. Camilla richiude il Motorola e lo lascia cadere in un vano nella console dell'auto mentre pesta sul gas per bruciare gli ultimi duecento metri.

Il grosso SUV tira su il muso mentre il cambio automatico scala una marcia e manda il contagiri in zona rossa. Camilla svolta a destra e imbocca la rampa del garage sotterraneo con uno stridio di gomme che fa girare i passanti. La BMW X5 si lancia in discesa come un grosso squalo metallico e la "baretta" portabagagli che Camilla ha dimenticato di avere ancora sul tetto si frantuma esplodendo al contatto con la prima trave in cemento del soffitto. Con lei, anche le barre satinate del tetto vengono estirpate in un millisecondo e l'intera parte superiore dell'auto si accartoccia.

Diecimila Euro spesi senza aver nemmeno varcato la porta di una boutique.

Eros C. e quattro amici escono traballanti dalla discoteca Mando-Vai nel cuore pulsante della Riviera dopo una serata deludente dal punto di vista delle conquiste femminili. In compenso, il conto finale delle consumazioni è da impallidire. Eros vorrebbe piantare una grana ma il buttafuori scuote lentamente la testa e i cinque escono con la coda fra le gambe. Nel parcheggio, in una nuvola di falene e zanzare,  li attende la Seat Leon taroccata di Eros.
I cinque prendono posto e il guidatore accende il megastereo mettendo a manetta il celebre brano Apoka-Lips dei Patetika, che si può dire è l'inno del gruppetto. Con i finestrini che vibrano per i bassi e il motore che urla in fuori giri, la Seat si lancia lungo i viali della periferia per raggiungere il mare, dove Eros conta di farsi l'ultima Ceres della nottata.

Ed è proprio mentre la Seat tocca i 130 kmh che Eros non vede la gobba rallentatrice in mezzo alla strada e ci pianta dentro la Leon ribassata come un kamikaze nella portaerei Yorktown. Il motore si spacca come una noce e salta fuori dai supporti, rovesciando olio in strada e storcendo la scocca dell'auto. Sul tetto, tre bitorzoli affiancati testimoniano le tre capocciate date all'unisono dagli occupanti del sedile posteriore.

La Seat termina la sua corsa duecento metri più avanti in una nuvola di fumo. I cinque occupanti si guardano negli occhi e non hanno ancora capito che cosa sia successo.

Il noto architetto italo austriaco E. Moccia-Rotterkatz di anni 68 sta visitando gli Appennini in cerca di ispirazione. Al volante della sua Mercedes Classe S  V12 si sta inerpicando sui tornanti verso il paesino medievale di Nerchiate sul Groppone. Dietro l'ultima curva gli appare la porta monumentale del paese costruita nel XIV secolo e deturpata da un cartello che indica di dare la precedenza al traffico che viene in direzione contraria.

L'architetto intravede la sagoma blu della corriera che arriva ma decide di forzare la mano. L'auto balza in avanti e si lancia attraverso la massiccia porta in pietra. Anche la corriera ha puntato verso la porta del paese e, per evitare la Mercedes, struscia l'intero lato destro contro il muraglione secolare.
A sua volta, E. Moccia-Rotterkatz si incastra tra la corriera e l'altro lato della porta del paese.

È un disastro. Auto e corriera sono immobilizzate nella porta come un tappo di sughero nel collo di una bottiglia di vino. Solo gli occupanti della corriera, fortunatamente incolumi, riescono a uscire dalla porta posteriore.

Ai pompieri serviranno cinque ore e una motosega a ferro per fare a pezzi l'auto e liberare il passeggero. L'architetto, che soffre di incontinenza, non trova altra soluzione e dopo tre ore si vede costretto a fare i suoi bisogni all'interno dell'auto.

E adesso non dite che non avete riso anche voi...

giovedì 28 gennaio 2010

Tanto di cappello

Il post precedente sulla Fauna invernale ha fatto un discreto scalpore. Bè, tutto è relativo.
In realtà ho ricevuto una sola mail di un amico che mi chiedeva di affrontare anche il tema dei cappelli.

L'argomento però è complesso e la casistica molto variegata. Tuttavia posso citare alcuni fatti scientificamente provati che riguardano in particolare i berrettini con visiera, un tipo di copricapo che abbiamo importato dagli USA, dove li chiamano ball cap.

Il berrettino permette di essere indossato in tre modi principali.

Il primo, di gran lunga il più diffuso, prevede che la visiera (debitamente arricciata) sia parallela al naso del portatore. La cosa ha una certa logica, visto che la visiera serve appunto per riparare dal sole gli occhi di chi indossa il berrettino, posto che abbia gli occhi collocati ai lati del naso.

Questa modalità è prescelta da circa il 75% delle persone, che abbiano 3 o 93 anni.

La seconda modalità è quella della visiera ruotata all'indietro, scelta d'obbligo per il 20% dei portatori.
Questa opzione sottintende il desiderio di porsi come alternativa alla maggioranza ed è indizio di uno spirito libero e anticonvenzionale. Tuttavia può anche essere adottata da appartenenti al primo gruppo che abbiano l'esigenza momentanea di scattare fotografie o scolarsi una bottiglia.

La modalità che chiameremo "perpendicolare" richiede che la visiera (rigorosamente piatta) sia ruotata di 90° rispetto al naso, andando così a coprire un orecchio, che sia il destro o il sinistro non è rilevante. Questa è una modalità dalle forti connotazioni etniche, molto spesso adottata da gangsta neri e Latinos, ma anche prediletta da quei bianchi che si sforzano di copiarne il look. Stiamo parlando di un 5% dei portatori di ball cap, ma si tratta di una minoranza che coltiva con particolare attenzione la sua immagine e la sua diversità.

Per queste due ultime modalità, il gruppo d'età copre sempre dai 3 ai 93 anni, ma occorre operare una distinzione fondamentale.

Chi porta la visiera all'indietro o di lato e ha un'età compresa tra 3 e 10 anni è definibile "sbarazzino". Da 10 a 21 anni diventa "figo", dai 21 ai 41 si considera "pirla" e dai 41 in su è semplicemente "patetico".

martedì 26 gennaio 2010

Fauna invernale

Inverno in città.
Cielo grigio e basso, aria tagliente. Ogni tanto un fiocco di neve galleggia nel vento, a volte è solo il primo di una silenziosa invasione barbarica che cavalca le gelide correnti d'aria settentrionali.

L'inverno in città segna la comparsa di strane creature ibride. La più diffusa è alta circa 130cm, ha la forma di un pinguino e la camminata dell'anatra. La vedete ricoperta di un folto pelo, ma non è il suo.
Di norma è quello di una Mustela lutreola, più nota come visone.
Lo strano ibrido impellicciato di cui parliamo, tarchiato e dal passo ondeggiante, è definito dagli scienziati Sciura vulgaris o Buzzicona urbana. La sua prima apparizione sui marciapiedi cittadini avviene di norma a Ottobre, ma non sono rari gli avvistamenti a fine Settembre: si tratta di esemplari impazienti di uscire dalla tana con il pelo invernale.


Analogamente, la Sciura vulgaris cambia il manto attorno alla fine di Marzo, ma se ne vedono ancora in giro alcuni capi ad Aprile, particolarmente in presenza di giornate ventose.

Queste creature tendono a formare piccoli gruppi, di solito nei mezzi pubblici in prossimità delle porte di ingresso e uscita, dove sono capaci di squittire per ore. Difficile decifrare il senso del loro verso, data la tendenza a parlare tutte contemporaneamente. Il Vallicelli, antropologo di fama mondiale, sostiene che il loro verso non abbia particolari finalità di comunicazione ma serva solo a indicare la loro presenza nel branco.
Sono frequenti gli avvistamenti nei supermercati, dove esse (nonostante il riscaldamento) si aggirano con il capo immerso nel pelo lasciando spuntare solo gli occhi. È anche probabile che trascinino dietro di sé dei carrellini su due ruote, che tendono a sbatterti negli stinchi quando provano a passare davanti alla fila delle casse, approfittando della loro bassa statura.

Altra presenza tipicamente invernale è una figura marginalmente più alta (la media è 150cm) del peso approssimativo di 75kg, rivestita di colori sgargianti. Trattasi di Homo articus, una creatura ultrasessantenne paludata in improbabili abiti tecnici che recano misteriose scritte come Henry Lloyd Ocean Race o Napapijri, a testimonianza di ipotetiche traversate atlantiche o esplorazioni dell'Artico.
Il Prof. Torrini dell'Istituto Antropologico Lombardo ne ha censiti alcune decine di migliaia nella sola città di Milano. Nonostante indossino indumenti realizzati con materiali d'avanguardia e capaci di resistere alle intemperie, alcuni esemplari catturati dai ricercatori e poi rilasciati con un chip GPS sottocutaneo hanno dimostrato di non spostarsi mai a latitudini più alte di Cinisello Balsamo o Legnano né di affrontare navigazioni d'altura di qualunque tipo, se si esclude la traversata del Lago di Como Bellagio-Varenna su comodi traghetti a motore in quanto priva di intrinseca pericolosità ed esposizione agli elementi.
Gli scienziati sono divisi sul significato di questa contraddizione tra il manto invernale e le comode abitudini stanziali di questi esemplari. Anche il sottogruppo che si è occupato del rivestimento degli arti inferiori ha raccolto indicazioni contraddittorie.

"Desta grande perplessità - recita la relazione degli antropologi - la predilezione per calzature in pelle animale sottoposta a trattamenti idrorepellenti, quando il solo impiego che ne viene fatto è nei centri commerciali o in metropolitana. Altrettanto dicasi per le calzature tecniche del tipo antinfortunistico (come le scarpe Timberland Pro-Line) segnalate ai piedi di pensionati in fila alla Posta Centrale."

venerdì 22 gennaio 2010

Banalità metropolitane

Con questo tempo, mi ritengo fortunato di lavorare da casa.
Vedo passare motociclisti infagottati in sella ai loro mezzi e sento un gran freddo per loro.


Spesso però, devo spostarmi in centro città e allora il mio mezzo di trasporto preferito è la metro.
Mi trovo un posto a sedere, apro un libro e mi lascio teletrasportare nel cuore di Milano, mentre la mente azzera il rumore delle ruote sui binari e il brusio della gente.

Questo, beninteso, quando tutto va bene.

Ieri non ho fatto in tempo a sedermi e estrarre il libro che tre donne si sono piazzate in piedi davanti a me e hanno prontamente avviato le mandibole. Una di loro, quella dal Decibel facile, si è rivelata un'autorità sugli yoghurt e una madre attenta ai gusti capricciosi del suo bambino.

"Se non gli do il PincoPalla alla Fragola me lo butta per terra! Devi vedere le scene che mi pianta..."

L'intero vagone (dato il tono di voce) partecipa al dramma.
Io continuo a fissare la stessa riga del libro da cinque minuti mentre sogno di fare al simpatico frugoletto una maschera facciale di yoghurt e poi lavare il tutto con l'idropulitrice da 200 Bar.

Il trio prosegue nella discussione. Per qualche motivo adesso si parla di lavastoviglie. 100 Decibel riprende la parola: "La mia ha tre cestelli". "No - ammette triste una delle altre - la mia ne ha solo due."
Non c'è niente come un cestello in meno per rovinarti la giornata. Arrivi in ufficio che già ti girano, ma per fortuna te la prendi subito con i poveri colleghi di lavoro, che ignorano la tua profonda inadeguatezza in materia di elettrodomestici e magari pensano che tu abbia dei veri problemi in casa.

Il treno va a rilento: c'è stato un guasto alla stazione di Cadorna. Il trio maledetto imperversa e si accende il dibattito sulla durata dei programmi di lavaggio. Sembra che quello da 40 minuti raccolga enfatici consensi. Siamo giunti a parlare in grande dettaglio dei brillantanti quando, miracolosamente, arriviamo alla fermata Duomo e io mi lancio dal vagone verso l'aria fredda della piazza.

Qualche settimana fa, stesso dramma. Treno che viaggia a strappi e tre donne che descrivono nel dettaglio più orrido problemi di gravidanza e splatter raccapriccianti in sala parto, mentre il manovratore ci tiene aggiornati tramite l'altoparlante dei progressi del nostro viaggio. Ma le tre proseguono imperterrite e straparlano sopra la vocina metallica che giunge dalla cabina di guida e ci annuncia che la corsa è interrotta.

Il treno si ferma e tutti scendono. Mentre mi accingo a lasciare il vagone, una delle tre mi chiede: "Ma quando l'ha detto che il treno era guasto?"

"Tre cesarei fa" le rispondo.