giovedì 29 dicembre 2011

Come eravamo


Ci sono cose che non vedremo mai più.

Oggi, seduto in macchina, con il cruise control a 110 me ne andavo in autostrada per i fatti miei e, in assenza di traffico, facevo una serie di riflessioni. Guardavo gli altri utenti della strada, fissavo le stazioni di servizio che mi sfilavano a fianco, studiavo le targhe e l’anno di immatricolazione delle auto, lasciavo che i miei ricordi di 42 anni di patente e oltre un milione di chilometri di strada affiorassero liberi.
Ecco le cose che non vedremo mai più.

Lo spinterogeno.
Un nome strano e importante per un dispositivo elettromeccanico con calotta in resina fenolica che faceva la differenza tra tornare a casa e restare a piedi. Un po’ di condensazione o qualche invisibile incrinatura e la macchina non andava in moto. Ma ora addio spinterogeno, da tempo la centralina elettronica ti ha seppellito insieme alle puntine platinate. Riposa in pace, va bene così.

1000 lire di benzina.
Di solito si facevano mille lire di benzina metà e metà (super e normale), si richiudeva il cofano anteriore (se avevi la 500, la Topolino o anche la micidiale Dauphine) e si ripartiva con una giornata di autonomia. Oggi per farti una giornata al volante ti servono almeno 30 litri di benzina, quindi siamo sui 50 Euro. Allora l’impatto sullo stipendio era più basso, il traffico meno folle e ti divertivi a restare in strada pur guidando come uno scemo (con la Dauphine questo però non mi è riuscito…).

Lo straniero che ti chiede indicazioni.
Da ragazzi, era motivo di grande eccitazione quando ci si affiancava al semaforo un’auto straniera e ti chiedeva indicazioni stradali. Avevi pochi secondi di tempo per (a) capire che cosa ti chiedevano e (b) rispondere in qualche modo. Oggi non succede praticamente più; tutti hanno il GPS in macchina e sanno dove andare. Meglio così, che l’elettronica li guidi…anche perché la nostra segnaletica è una farsa.

La Fiat Ritmo.
Bè, questa è una cosa che non mi mancherà più di tanto.

La manina.
Quando qualcuno ti tagliava la strada e gli suonavi (oppure ti bruciava uno stop davanti al naso e gli suonavi), il tizio o la tizia ti alzavano la manina come per dire “scusa, mi dispiace” e la cosa finiva lì. Adesso la manina non la si vede più, né quella che dice “grazie” se fai immettere qualcuno nella strada o lo lasci attraversare dall’altra corsia, ma tantomeno la manina delle scuse. Se ti va bene si alza solo il dito medio, come dire: “stacci, perché è così: io sono io e ho più diritti di te”.

Per ora non mi viene in mente nessun altro fenomeno “estinto”, ma forse qualcuno dei lettori mi vorrà aiutare. Intanto, agito la manina e vi auguro buon anno…Il 2011 non mi mancherà più di tanto.

domenica 18 dicembre 2011

Vacche magre


Arriva un altro Natale di vacche magre.
Niente luminarie opulente, se non in qualche parte della città, e si vede meno gente in giro per acquisti.

Dicono le statistiche che il numero di coloro che i regali non li faranno proprio è in aumento rispetto allo scorso anno (come fanno a saperlo non ne ho idea). Le stime parlano anche di un 20% che rimanderà i regali di abbigliamento al periodo dei saldi.

Per quanto mi riguarda, vado in centro solo con la metropolitana e quando ne riemergo non ho affatto la sensazione che manchino pochi giorni al 25 Dicembre. Il clima è tipico della stagione, freddo e umido, ma potremmo essere anche a fine Novembre oppure a metà Gennaio. La città è grigia e la gente ha il muso lungo.

Per scoprire che il Natale è alle porte bisogna accendere la televisione. L’assalto ai pochi soldi stanziati per i regali dagli italiani è in pieno svolgimento.
A seconda delle fasce orarie, l’offensiva si concentra su un pubblico diverso.
Nel pomeriggio, tocca ai bambini. I produttori di giocattoli e dispositivi elettronici li martellano con le pubblicità di robot transformer, veicoli radiocomandati, armi spaziali, consolle per videogiochi, bambole tecnologicamente avanzate, bambolotti realistici che fanno la pipì, ruttano e ripetono le parolacce che dice papà. Quest’ultimo è impallidito dopo aver fatto due conti di quanto gli costerà questo Natale e boccheggia sul divano.

Ma il grosso dell’investimento pubblicitario arriva con la fascia serale.
Se vedete una coppia di adolescenti viziati con la faccia da ebeti capricciosi che amoreggiano, litigano e si inseguono, si tratta di sicuro della pubblicità di un profumo. Basta cambiare lo sfondo, la musica e i colori e la storia è sempre la stessa per tutti. Sembra che per riuscire a vendere un’acqua di colonia o un dopobarba occorra per forza creare dei minidrammi idioti dove si agitano personaggi odiosi che prenderei volentieri a colpi di mazza da baseball.

E poi continua la serie ininterrotta di enzimi, proteine, acidi miracolosi dai nomi complicati che promettono di far sparire le rughe, dimezzare i culoni, far sparire la cellulite e rassodare tutto quanto di moscio ci assilla.

Bè, quasi tutto.

Per i trattamenti – diciamo così – più intimi, ci pensano gli spammer su Internet. Da diversi giorni mi vengono proposte per mail delle pillole miracolose che dovrebbero estendere la mia virilità in termini di dimensioni.
Lo slogan trionfalistico annuncia: “Incuti timore nella concorrenza”. Mi immagino la scena grottesca di un gruppetto di prodi cavalieri che competono per le grazie della bella principessa mentre lei con un metro retrattile in mano li misura tutti. Ma ora arriva Sir Lancillotto che ha preso le pillole miracolose, sfodera l’asta e tutti i rivali fuggono terrorizzati.

Ma chi è l’imbecille che spera di vendere due pasticche-placebo scatenando fantasie di questo genere?
I miei ricordi in materia sono un po’ confusi, ma non rammento di aver mai concorso nelle questioni sentimentali a colpi di centimetri, per vincere magari al fotofinish contro qualcuno appena meno dotato.

Chi abbocca e si compra questi prodotti se li merita tutti. Mah, buon Natale anche a lui…


martedì 29 novembre 2011

Che gente


Anche un motociclista convinto non disdegna il trasporto pubblico, specialmente se le condizioni meteo sono piuttosto invernali.

Eccomi quindi alle 7 del mattino che attraverso Milano in metropolitana, in una carrozza piena di gente strana. Mentre con la coda dell’occhio studio i miei compagni di viaggio, mi chiedo che cosa vedano nello specchio la mattina quando stanno per uscire di casa e in base a quali criteri si considerino presentabili…

Alla mia sinistra siede un tipo sulla quarantina che indossa uno di quei berretti di lana lapponi con il pon-pon in cima e due lunghi paraorecchie che finiscono in un cordino e un pon-pon. Porta un paio di occhiali spessi e un mezzo sorriso stampato in viso con i denti superiori sporgenti. Forse ascolta la musica con le cuffiette nascoste dal berretto, o forse non gli serve nemmeno l’MP3: tanto la musica ce l’ha in testa. Sembra un buon diavolo, ma non ha l’aria del candidato al premio Nobel.

Di fronte c’è una tizia bassa dai folti capelli neri e con un baschetto alla francese calcato in testa che le azzera interamente la fronte conferendole un’espressione abbastanza ebete. Porta un paio di occhialoni da vista tondi appoggiati su un naso stretto e piatto che all’improvviso finisce in un bulbo proiettato in fuori.
Labbra sottili, quasi inesistenti e sotto un mento prominente che fa concorrenza al naso. Ora tira fuori un tubetto di lip gloss, estrae il pennellino e, nonostante gli scuotimenti del treno, riesce a centrare le labbra senza dipingersi naso e mento. Potenza della pratica. Ora ha finito di truccarsi. Io non vedo la differenza, ma lei sì ed è questo che conta.

In piedi nel mezzo della carrozza c’è uno che indossa un piumino antartico troppo grande di almeno una misura per il suo fisico esile. La giacca ha incorporato un cappuccio imbottito con visiera che lui tiene calata sugli occhi. Il collo è alto e lui lo tiene ben serrato sopra il mento con il cordino elastico. Nel vagone ci sono almeno 20 gradi, ma lì dentro lui ne avrà almeno il doppio. Dalla giacca polare spuntano due gambe di pantaloni di completo e in fondo ai pantaloni spiccano due scarpe color zucca dalla punta quadrata.
Tra i piedi c’è una borsa da computer nera. Sarà uno smanettone freddoloso?

Mentre studio la gente bizzarra che mi circonda mi rendo conto di essere arrivato alla mia fermata. Mentre scendo mi abbottono il cappottone beduino di lana grezza e mi calco in testa il colbacco in pelo dell’armata rossa. Sul pavimento in gomma della stazione, i miei stivali Western fanno un tic-toc quasi impercettibile.

giovedì 10 novembre 2011

Giancarlo

Giancarlo ha una BMW 320 che gliela passa la ditta. E’ un turbodiesel e va come un castigo di dio. E’ chiaro che la devi tenere sempre in coppia e allora ti togli delle gran soddisfazioni in autostrada.

Giancarlo ha uno smartphone Apple che glielo passa la ditta e che fa tutto tranne il caffè: macchina fotografica, MP3, una serie di App da sballo. Ha pure il Bluetooth con tanto di auricolare che fa tanto figo ma Giancarlo non ha balle di tenerlo carico e ormai da qualche mese non lo usa più.

Giancarlo ha il piede pesante con quella BMW. Se ha cento metri di strada libera va giù a manetta, poco importa che poi c’è lo stop. A volte brucia di prepotenza gli stop o gli ingressi  nelle rotatorie e chi ha più prudenza l’adoperi. Di solito si fermano gli altri e gli suonano, ma a lui gliene frega niente. Suona, suona  ­­– dice­­ – intanto sono passato io. 

Solo con i TIR ha un occhio di riguardo perché una volta quando aveva la Croma ha bruciato uno stop e uno Scania l’ha preso in pieno e gli ha fatto fare tre giri su se stesso, che la macchina l’hanno portata direttamente al demolitore. Tanto era una carretta.

Giancarlo viaggia nella nebbia come un TGV perché lui comunque ci vede benissimo. Gli amici dicono che ci ha il radar e il visore a infrarossi perché anche con la nebbia la sua media non cala di un chilometro.

Oggi Giancarlo ha ammazzato un ciclista a Cisliano. C’era il solito nebbione padano e quel pirla di uno sfigato pedalava verso casa alle 17:30 con quella luce stupida che vedi poco e i fari non ti servono a niente. Giancarlo stava rispondendo al telefono e non guardava la strada. Ha sentito un botto, si è fermato con il muso sfasciato e il faro destro che fumava nella nebbia e nel fosso c’era il morto con la bici sopra. Che palle, è arrivato a casa alle 21:00.

Giancarlo ha perso qualche punto sulla patente e la ditta ci metterà una settimana per fargli avere una BMW nuova. Oggi girare in macchina è diventato una gran rottura di balle.

mercoledì 9 novembre 2011

Salone di Milano 2011

E come ogni anno, arriva l'appuntamento con il Salone della Moto, l'EICMA di Milano. Non c'è modo migliore di riempirsi le scarpe di piedi, le orecchie di rumore e le narici di polvere, ma che volete: la passione è passione.
E ce ne vuole tanta per sopportare il cretino che spinge, che non guarda dove va e che ti si para davanti mentre scatti una foto perché, ai suoi occhi, quel giorno al Salone c'è solo lui. Peccato che invece ce ne sono diecimila come lui.

Ma parliamo del Salone. Qualche novità si è vista, nonostante la crisi che attanaglia il settore e il Paese intero. La BMW ci riprova con gli scooter (a va a insidiare il segmento di T-Max e Burgman), la Triumph tira fuori una Tiger Explorer da 1200cc a insidiare la BMW GS e anche il Crosstourer 1200 di Honda punta proprio a sottrarre mercato all'endurona pigliatutto di Monaco. Suzuki presenta la nuova GSX-R 1000 e Kawasaki introduce la Versys 1000. Ducati appollaia un paio di belle ragazze sulla 1199 Panigale e allo stand Honda si può toccare con mano un crossover tra scooter e moto, l'Integra 700, che nel cupolino ricorda la nuova VFR 1200.

Insomma, qualche novità c'è stata. Ci sarà anche chi se le compra?
Il sistema Italia scricchiola e abbiamo finito di fare battute sulla Grecia. Anche per il settore motociclistico il 2012 sarà un anno difficile. Ma adesso è il momento di guardare le moto e far finta di potersele permettere.

Il reportage fotografico sul Salone 2011 compare a destra sul "sidebar".

lunedì 24 ottobre 2011

Dvořák sulle Dolomiti

La scorsa settimana, grazie anche al tempo splendido di metà Ottobre, abbiamo fatto una spedizione sulle Dolomiti, ad Antermoia nell’alta Val Badia.

Partiti da Milano alle 08:00 eravamo su alle 16:00 esatte, dopo aver fatto qualche sosta nei punti più panoramici e dopo aver lasciato la Torino-Venezia a Peschiera, seguito l’Adige da Affi e percorsa la Val di Fassa, valicato il Pordoi e attraversate Arabba e Corvara.

Poco prima di arrivare siamo incappati in una scena che immagino appartenga alla tradizione dei luoghi. Mentre salivamo lungo la SP29 da S. Martino in Badia, abbiamo incontrato una fila di veicoli fermi e una piccola folla in mezzo alla strada. Un incidente – abbiamo subito pensato. Ma non era così: si celebrava nel bel mezzo della strada una coppia di sposi, con tanto di sedie e tavolino sulla linea di mezzeria e un bel gruppo di gente allegra, molti negli abiti della tradizione, che brindava alla salute della coppia.

Rientrati a casa la sera dopo, l’amico che aveva montato una telecamera sulla sua GTR1400 mi ha trasmesso interi gigabyte di riprese, dalle quali ho tratto un video di circa 9 minuti.

Al momento di scegliere una colonna sonora, mi è venuta in mente la  Sinfonia N. 9 “Del Nuovo Mondo” di Antonin Dvořák e in particolare il suo celebre movimento “Allegro con fuoco”. Pensavo appunto a quei momenti adrenalinici di sorpassi a manetta spalancata e a quelle serie infinite di tornanti che hanno costituito gran parte del viaggio, inframmezzati dalle pause serene di quando si attraversavano i paesi e le vallate alpine, con quelle splendide montagne sullo sfondo.

Secondo me, l’abbinamento è riuscito. Voi che ne dite?

giovedì 15 settembre 2011

Serata dai Gheddafi


Serata tranquilla in casa Gheddafi.

C’è un ospite a cena, un funzionario cinese che per anni ha fatto da ambasciatore-ombra in Libia spianando la strada all’insediamento di numerose aziende del suo Paese e, in tempi recenti, ha anche offerto al regime del Colonnello armi e munizioni in un disperato tentativo di rovesciare le sorti della guerra civile.

Il Colonnello ha l’aria provata, gli ultimi mesi sono stati un calvario di delusioni e sofferenze. I bombardamenti NATO sulla Libia, la defezione di molti suoi collaboratori e consiglieri e anche l’atteggiamento degli europei, primi tra tutti i francesi e gli italiani, che non hanno esitato a puntargli contro le armi.

Per non parlare poi dell’ansietà per la sorte dei figli. Il Colonnello non ha loro notizie da molti giorni.
L’ospite cinese ha portato un omaggio che sapeva molto gradito, una bottiglia di Moutai che è calata ben sotto alla metà durante la serata e rischia di non vedere l’alba.

Il cinese riempie un altro bicchierino con il potente distillato e lo porge al Colonnello, poi beve un sorso dal suo e chiede: “Siamo sicuri che non esista alcuna traccia della nostra offerta di forniture militari? I suoi avversari del Consiglio Transizionale affermano di avere le prove scritte di un’offerta di armi cinesi per 200 milioni di dollari.”

“Assolutamente niente. Tutte le carte sono state distrutte sotto la mia personale supervisione. Quei topi di fogna stanno bluffando.” replica alterato il Colonnello.

E’ chiaro che se la cosa fosse dimostrata – aggiunge il cinese sommessamente – essa sarebbe fonte di grande imbarazzo per Pechino e darebbe l’occasione ai nostri nemici in Libia di tenere fuori la Cina dal nuovo assetto del Paese. Dopo tutti gli investimenti che abbiamo fatto, sarebbe una cosa disastrosa…”

“E cacciarvi fuori dalla Libia era l’obiettivo primario di quei cani degli americani e dei loro alleati! – sbotta Gheddafi alzandosi bruscamente in piedi – la cosa mi era chiara fino dall’inizio.”

Il Colonnello vuota il suo bicchierino di Moutai e si dirige pensieroso verso la porta finestra. “Ma non è ancora detta l’ultima parola, inshallah! La Libia sarà l’inferno dei miei nemici!”.

Alle sue spalle il cinese scuote lentamente la testa ma la sua espressione è imperscrutabile mentre fissa il fondo del bicchiere attraverso il liquido oleoso e trasparente.

Gheddafi scosta le tende dall’ampia vetrata e guarda fisso il moto delle onde che lambiscono la spiaggia.

Il Mar dei Caraibi è calmo e riflette le straordinarie luminosità di un tramonto tropicale.

martedì 13 settembre 2011

To protect and to serve

To protect and to serve.
Chi abbia visto una macchina della polizia americana, dal vivo o nei telefilm, ricorderà questo slogan che compare identico sulle auto di pattuglia in molte città degli USA.

Ben altre frasi vengono in mente quando si ricorre alle forze dell’ordine nel nostro Bel Paese.

Da settimane una banda di ragazzini su motorini da cross smarmittati fa le corse e le frenate con sbandata lungo la strada senza uscita dove abito. Le fa di giorno, le fa di notte. Le fa col casco e senza – e sempre con qualche ragazzina quattordicenne aggrappata dietro che rischia di sfregiarsi le gambe a vita, se le va bene.

Mi piace pensare che la loro incolumità sia di competenza dei rispettivi genitori, a me basta che non mi rompano le balle.

Il primo istinto è scendere in strada con una vecchia mazza da baseball e discuterne amabilmente con loro, ammaccando un braccino o due, se della bisogna.

Ho deciso però di fare le cose in maniera corretta, “senza passare dalla parte del torto”, una bella espressione italica che in realtà vuol dire “prendila nel culo, il sistema è così”.

Rilevo quindi i numeri di targa dei motorini e mi rivolgo ai tutori dell’ordine costituito.

E’ sabato pomeriggio e il comando della polizia locale è chiuso. “In caso di emergenze chiamare il numero XXX”. A cento metri c’è la palazzina dei carabinieri, una villetta a due piani in un paese di villette a due piani. Si distingue perché c’è un bel cartello giallo sulla recinzione che dice “Zona Militare”. 
Già sono di buon umore e la villetta dei Caramba che se la tira da “Area 51” mi fa scompisciare.

Entro nell’antro. Mi viene incontro un graduato dalla volto bucolico. Sembra una comparsa del film “Salvatore Giuliano” e la conferma arriva appena apre bocca.

Gli racconto la questione e la sua prima risposta è. “E io che ci faccio coi numeri di targa? Se [vossia] vuole fare un esposto, nomi e cognomi mi servono.”

“E se mettono sotto qualcuno o si ammazzano contro un palo, è sicuro che non bastano i numeri di targa?” ­­­– obietto io.

“Che vuol dire, se ci scappa il morto le cose cambiano”, è la risposta ufficiale della Benemerita.

“E allora aspettiamo che si ammazzino…” rispondo mentre prendo la via del portone blindato.

“To protect and to serve” da noi vuol dire Proteggersi il Culo e Servire a Niente.

Il giorno che il comando generale dell’Arma deciderà di scrivere qualcosa sulle fiancate delle auto sarà piuttosto qualcosa di sobrio del tipo: “Scaricare e non farsi coinvolgere” oppure “Lasciate proprio perdere”.

Dove avrò messo quella benedetta mazza da baseball?


sabato 10 settembre 2011

Notizie dal mondo

No, all’IKEA no! Un giudice di Karlsruhe ha condannato un uomo che picchiava la moglie, tale Gerhard T., ad accompagnarla cento volte all’IKEA o, come alternativa, a corrisponderle una tantum la somma  di 100.000 Euro. Gerhard ha pagato senza fiatare.

Infarto sulle strisce. Un pedone di Milano, Angelo F., è stato colpito da infarto mentre attraversava le strisce pedonali. L’automobilista che gli ha dato la precedenza l’ha visto spalancare la bocca per la meraviglia e poi accasciarsi in terra senza vita. All’arrivo dell’ambulanza, per Angelo F. non c’era più niente da fare. L’automobilista è stato salvato dalla folla inferocita grazie all’intervento di una Volante. “Assassino, assassino” urlava un capannello di gente. “Se non ti fossi fermato per farlo passare sarebbe ancora vivo”.

Non mi serve a niente. Un’automobilista di Monza, tale Renata C., è finita sul Guinness dei Primati per aver percorso 200.000 chilometri in venti anni senza mai spostare lo specchietto retrovisore esterno destro dalla posizione piegata. Ai giornalisti ha detto di non averlo mai usato perché tanto in quella direzione lì non guarda mai. La procura di Monza ha aperto un fascicolo, ma lo ha subito richiuso perché Renata C. ha 89 anni e un occhio solo, il sinistro.

E' lì il bello! Il ricercatore giapponese Tetìro Shemo ha inventato un minuscolo congegno che può essere impiantato con un intervento ambulatoriale di dieci minuti e che elimina totalmente l’emissione violenta di aria dalla bocca dopo aver bevuto della birra. La nota azienda olandese produttrice di una popolare birra in bottiglia verde gli ha subito offerto dieci milioni di dollari per distruggerne i disegni. “Il rutto – ha spiegato l’ufficio marketing della multinazionale –  è parte integrante ­dell’esperienza di degustazione della birra e non deve sparire.”

La politica è stress. Uno dei figli di Gheddafi (non è chiaro se Saadi, Saif o altro figlio d’arte) ha dichiarato all’emittente radio emiliana Al Ceseera che la Libia ritornerà ben presto sotto il controllo del Leader Fraterno e che ogni screzio tra il vecchio regime e i ribelli del Consiglio Transizionale Nazionale sarà composto amichevolmente. 
Il figlio del colonnello, che ha i gradi di generale e quindi ha fatto più carriera del padre, ha rilasciato la sua dichiarazione da un hotel di Niamey, nello stato confinante del Niger, dove attualmente si trova per motivi di salute. All’intervistatore che gli chiedeva se fosse in realtà fuggito dalla Libia, Gheddafi jr. ha risposto di “essere in Niger per curarsi dallo stress”.


mercoledì 7 settembre 2011

Senza una traccia

Sono le 3 del mattino ad Amburgo e il bar nei pressi della Herbertstrasse sta chiudendo.
La cameriera anziana, una bionda finta sulla sessantina e con il collo segnato dalle tracce di un vecchio lifting, sistema la cassa. I suoi movimenti sono lenti e precisi, imparati e perfezionati in tanti anni spesi a fare lo stesso mestiere. La spilla che porta sulla camicetta ne rivela il nome: Selma.

In sala c’è una nuova cameriera che sta sparecchiando l’ultimo tavolo, dove ancora si attardano quattro marittimi polacchi. Come anni ne ha di sicuro ancora più di Selma, ma evidentemente si è fatta la plastica in tempi recenti e anche i capelli scuri sembrano tinti da poco. Non sembra però molto esperta e i polacchi la prendono in giro. Lei non reagisce e continua a lavorare meccanicamente senza alzare lo sguardo.

Oggi è il suo primo giorno di lavoro e Selma si domanda perché mai l’abbiano assunta qui, in un vecchio bar malandato di St. Pauli che prima o poi chiuderà per diventare un McDonald’s.

Passa un quarto d’ora e le due si incontrano nel bagno del personale. La nuova porta sull’uniforme una spilla con il nome Libby e sembra esitare a cambiarsi d‘abito davanti alla collega. E’ immobile e seminascosta dalla porta dell’armadietto che ha appena aperto.

Selma ride sommessamente. “Non ti preoccupare – le dice – qui nessuno vuole sapere la tua storia.”
“Prendi me – prosegue – sono qui da oltre venti anni. Sono un uomo, mi sono fatto operare e sono scappato dall’Inghilterra dopo che l’ayatollah Khomeini aveva lanciato una condanna a morte su di me per un libro che scrissi nel 1988. Dicevano che fosse un libro blasfemo e denigratore dell’Islam.”

“La sua fatwa è stata prima sospesa e poi, qualche anno fa, il regime iraniano l’ha di nuovo convalidata.
Non volevo correre rischi e così ho continuato a vivere qui e a scrivere di nascosto. 
Questo è il luogo ideale per sparire. Per confondere le acque, c’è anche un imitatore inglese che si finge me partecipando a vari eventi in giro per il mondo ma, una volta tolto il trucco, non lo riconosci più. 
Intendiamoci, questa non è una gran vita ma mi sento abbastanza al sicuro. Al punto che ti ho perfino raccontato la mia storia; da te credo di non avere niente da temere.”

“Già, a proposito – aggiunge – il mio vero nome è Salman. E tu Libby chi sei veramente?”

L’altra donna, che era rimasta silenziosa ad ascoltare, scuote il capo lentamente e, in un tedesco stentato, risponde: “Anche io ho una lunga storia da raccontare. Il mio vero nome è Muammar”.

sabato 27 agosto 2011

Un appello

Riceviamo e pubblichiamo questo messaggio:


Buongiorno, sono Mussa Ibrahim e sono l'attuale ministro dell’informazione per il Col. Gheddafi.
Parlo la vostra lingua perché guardo da anni la televisione italiana e conosco anche molti italiani incontrati a Malta, dove noi libici andiamo spesso per fare quelle cose che da noi è proibito fare.
Intendiamoci, è giusto proibire ai libici di bere alcolici e di organizzare festini scollacciati come da voi fa il Papy, perché la popolazione è ignorante e non è preparata a gestire questo tipo di divertimento.
Ecco perché noi, i libici della intellighenzia, andiamo a fare le nostre orgette a Malta, oppure in uno dei palazzi del Leader Fraterno quando ci concede benevolmente l’accesso.
Data la precaria situazione politica in Libia, nonostante sia chiaro che il Leader Fraterno e Guida della Rivoluzione riuscirà a trionfare sui vigliacchi traditori che lo hanno attaccato, è da qualche tempo che ho maturato la decisione di cambiare occupazione.Come potete immaginare, operare nell’ambiente della politica internazionale è un lavoro ad alto stress e non mancano i rischi. Mi hanno bombardato casa tre volte e ora ho difficoltà a prendere sonno.Ho quindi pensato di trasferirmi in Italia e cercare una nuova opportunità lavorativa lì da voi.Mi hanno parlato in maniera favorevole della stampa motociclistica e mi hanno suggerito di provare a contattare qualche editore.
Tra le mie competenze c’è l’abilità di raccontare palle incredibili senza uno straccio di prova oppure negare l’evidenza di quello che tutti sanno e possono addirittura vedere in TV. Ho studiato politica in Inghilterra ed è noto come l’ipocrisia sia un’arte che gli inglesi coltivano da secoli.
Credo quindi che, se mi confermate quanto mi è stato suggerito, potrei con successo lavorare come giornalista motociclistico. Io non so andare in moto, ma mi dicono che anche diversi direttori di riviste motociclistiche italiane non abbiano la minima idea di come si fa.Vi prego quindi di darmi qualche contatto. Io ho già pronto il mio CV e anche una lettera di referenze che il Colonnello mi ha addirittura chiesto di scrivere io stesso.
Ora devo solo trovarlo per fargliela firmare e ve la allego.
Cordiali saluti
Mussa

sabato 20 agosto 2011

Pedala, pedala


Sto trascorrendo il mese di Agosto alle porte di Milano (no, non ci sono venuto in vacanza: abito qui) dividendo il mio tempo tra la lettura di libri che ho accumulato in attesa delle ferie e lunghi giri in bicicletta.

La zona a Nord-Ovest della città è intersecata da una fitta rete di piste ciclabili, alcune estremamente ben fatte e quasi tutte mal segnalate. Un vero patrimonio per il turismo “verde” ma scarsamente fruibile per la tradizionale carenza nella segnaletica.

E’ il male italiano: ti mettono tre cartelli a distanza di un chilometro l’uno dall’altro che puntano a una certa destinazione (nel mio caso la riserva naturale di Vanzago), poi niente più. Cambiano i comuni, cambiano le priorità. A quelli di Pregnana magari stanno sulle balle gli abitanti di Vanzago e quindi niente cartello per il bosco di Vanzago.

In una rotatoria condivisa tra bici e auto vedo perfino un cartello che indica il Parco del Ticino, ma è il solo. Non ce ne saranno più altri per chilometri e chilometri. Sembra non tanto un cartello segnaletico quanto un obiettivo esistenziale.
Mi fermo all’ombra di una pianta e tiro fuori il cellulare con il fedele GPS. Grazie ai satelliti ora ho capito dove sono e rimonto in sella alla KTM. Attraverso frazioni e paesini deserti, tapparelle chiuse, marciapiedi vuoti. Nelle aree verdi qualche anziano in canotta e ciabatte cerca l’ombra di una pianta per mettere su un tavolino e giocare a carte.

I parchi giochi sono bruciati dal sole e completamente vuoti. Lungo le statali passo davanti a file di capannoni industriali chiusi per le ferie o chiusi del tutto. C’è una ditta fallita il cui stabilimento è in vendita. Sulla recinzione sventolano nella brezza mattutina le bandiere rosse del sindacato a celebrare un’altra vittoria dell’intransigenza. Sono un po’ sbiadite, chissà da quanti mesi sono lì.

Le ferie estive sembra non abbiano interessato la categoria delle prostitute. Negli angoletti ombreggiati ce ne sono sempre un paio con la seggiolina da mare e la borsa termica con le bevande fresche. Di affari se ne fanno pochi e allora tanto vale passare la giornata a raccontarsi storie. Gli argomenti non mancano di sicuro.

I tratti più belli delle piste sono quelli che abbandonano i tracciati stradali e seguono  piccoli corsi d’acqua, rogge e canali scolmatori. Qui si viaggia spediti e assolutamente soli per lunghi tratti. Ogni tanto si incontra un altro ciclista, più raramente un mezzo agricolo. Spesso la sola compagnia è il gorgogliare dell’acqua o lo scroscio di una cascatella.

Ogni tanto la pista interseca un’autostrada passandoci sotto con una stretta galleria o attraversandola con una passerella sospesa. Solo allora ti rendi conto di quanta gente sia in giro in questi giorni di Agosto, ma le nostre vite si incrociano solo per un secondo o due.

Raggiunto l’altro lato salgo di una marcia e mi getto di nuovo nella campagna con le ruote tassellate della mountain bike che ronzano soddisfatte sull’asfalto della pista.

lunedì 1 agosto 2011

La marcia dei forzati

Sabato 30 Luglio, ore 12:30, devo improvvisamente recarmi nel Ferrarese per una commissione urgente. Non ho proprio voglia di andare, con il caldo che fa e con il traffico che mi aspetto, ma è una cosa che non posso rimandare.

Eccomi alle 13:00 in sella alla FJR1300 pronto alla partenza. Per una sparata quasi tutta in autostrada la FJR è la cavalcatura giusta e anche le gomme Metzeler Sportec M5, nonostante le spalle scalettate da fare paura a soli 4000 km, hanno comunque abbondante battistrada per farmi andare e tornare senza pensieri.

Viaggio strano questo. Oltre 500 km in un pomeriggio: l’andata fatta litigandomi la strada con i turisti in partenza e il ritorno in compagnia di quelli che rientrano a casa. Telecronaca di due esodi autostradali diversi separati da una semplice mezzeria.

Traffico prevedibilmente intenso ma non impossibile, poi c’è sempre la corsia di destra che è quasi sempre libera. Anche l’olandese che traina una roulotte a 90 kmh non ci vuole andare, chissà perché… 
I chilometri volano via e devo solo stare attento ai tutor e fare la gimkana nel traffico. Mi viene in mente il gioco del Tetris mentre mi inserisco tra un grappolo di macchine e un altro lavorando di gas e girando semplicemente il mento nella direzione che desidero.

La Yamaha si mangia il traffico in maniera chirurgica, come un F-16 fra gli Airbus. Il solo rischio è farsi prendere la mano, perché i duecento all’ora sono solo un’impercettibile rotazione della mano destra.

Mentre vado, mi accorgo che le auto più pericolose sono quelle che finiscono con la “s” o anche la “z”: Atos, Terios, Koleos, Matiz, Yaris, Ignis. E’ un delirio di cambi di corsia improvvisi e sorpassi da imbecille. Ti superano, rientrano in corsia e poi rallentano. Oppure dalla corsia di sorpasso si buttano a capofitto in un’area di servizio perché nonna deve pisciare.

Nel tratto a 4 corsie prima di Bologna c’è un improvviso vuoto nel traffico e mi trovo davanti una vecchia Atos che viaggia a 80 in terza corsia. Io sono in corsia di destra a 140 e le sfilo di fianco come un missile cruise. 
Guardo nello specchietto, la Atos è sempre lì che barcolla in direzione sud mentre il grosso del traffico sta per raggiungerla in massa. Sogno la scena di una Range Rover che la tampona a 160 kmh o una carambola tra più monovolume che finiscono tutte con la “s”.

Arrivo a destinazione in due ore e 15 minuti. Il rischio più grosso l’ho corso con un alfista rimbambito dal caldo (finestrino di guida spalancato a 120 all’ora) che entra in sorpasso senza guardare. Una bordata di trombe Nautilus e il vacanziere quasi si infarta sbandando a destra e invadendo la strada di qualcun altro.

Al ritorno, un mega temporale sta per investire Bologna. Mi porto fuori pericolo e non prendo che due gocce sulla visiera del casco. Grazie alle nuvole, ora l’aria è più fresca e il viaggio è meno stancante.

Per il resto è un déja vu dell’andata: macchine stracariche di biciclette montate alla rinfusa (tanto si torna a casa…) che si ostinano a viaggiare nel mezzo della strada, ticinesi dal piede pesante che se ne fottono dei tutor, camperisti che viaggiano a cavallo di due corsie perché così mirano meglio la direzione di marcia.

Dopo poco più di cinque ore dalla partenza sono di nuovo a casa. Andata e ritorno sull’autostrada dei forzati delle vacanze: un’esperienza che mi mancava.

martedì 26 luglio 2011

Route 11

Ho un appuntamento con un cliente a Saluggia, nel Vercellese, e decido di andarci in moto senza fare un metro di autostrada. 

Il mezzo giusto per questa operazione non può che essere una moto custom.
La giornata è soleggiata ma tira un bel vento fresco che azzera il caldo estivo. Non potevo sperare in un tempo migliore.

La provinciale Padana Superiore, SP11, rimane tale anche cambiando provincia e quindi il viaggio prosegue per oltre 100 km all’insegna permanente della Strada 11.

Mi tornano alla mente le lunghe percorrenze attraverso le pianure del Midwest americano, sempre incollati alla stessa Route, sempre con il naso in una direzione e ai lati solo campagna e sparsi agglomerati urbani intercalati da centri commerciali e concessionarie auto.


Qui cambiano ovviamente le distanze e, invece delle vecchie auto full-size sfumazzanti delle strade secondarie USA, viaggiano come forsennati dei vecchietti in Panda e i soliti sfigati che tirano i 160 kmh sulla provinciale e poi sono costretti ad attraversare i paesi a 30 all’ora attaccati al retro di un TIR. 
La custom borbotta tranquilla e poi, al momento giusto, scarica i pochi cavalli in qualche bella strappata che si lascia dietro i grappoli di auto e camion.

Passata Novara il traffico si dirada un po’ e ci sono tratti in cui la strada interseca campi e vecchi borghi agricoli a vista d’occhio. Le coltivazioni sono riso e granturco, molti degli edifici rurali sono abbandonati e così anche gli scheletri di vecchie fabbriche e manifatture che non ce l’hanno fatta a vedere la fine del XX secolo.

Si attraversano canali e piccoli corsi d’acqua senza nome, poi si passa il Sesia a est di Vercelli. Continuano a sfilare ai lati della strada le vecchie cascine, mentre la strada punta dritta ad ovest ancora per chilometri. Ormai il traffico è al minimo, pochi camion, poche auto e (per fortuna) pochi camper e pochi storditi vacanzieri. Siamo a fine Luglio ma la Strada 11 sembra immunizzata contro la follia dell’estate italica.

A Cigliano lascio la 11 diretto a Livorno Ferraris e alle porte del paese mi accoglie un insolito cartello. Dice: “Comune deautoveloxizzato. Ma andate piano…!!” Mi fermo a fotografarlo, quasi non ci credo. Una rara, anzi rarissima, combinazione di civiltà e umorismo. 


Attraverso ora  i campi coltivati fino a Saluggia e sono in pochi minuti a destinazione.
Il ritorno è ancora la Padana Superiore percorsa in senso opposto. 
Il cielo ora è coperto, ma dopo Vercelli ritorna il sole e il vento fresco esercita la sua gradevole influenza ai semafori. In breve sono alle porte di Milano. Missione compiuta.

lunedì 18 luglio 2011

Sabato estivo


Sabato estivo, temperature attorno ai 30°, umidità elevata e qualche nuvola.

L’esercito degli storditi si lancia in strada. Migliaia di automobili si rovesciano sulle autostrade come topi presi dal panico, saltando da una corsia all’altra, cambiando direzione e velocità come i tarantolati.

C’è chi percorre decine di chilometri nella corsia centrale a 70 kmh mentre in quella di sorpasso si assiste a scene da NASCAR, con padri di famiglia imbestialiti che mitragliano con i fari nonne arzille uscite in sorpasso senza guardare, svizzeri scatenati che si sfogano, roulotte traballanti trainate da autisti nordeuropei disfatti dalla stanchezza e tenuti insieme dal RedBull.

Nella corsia di destra tutto tace. Ogni tanto si vede un’auto che procede a 60kmh con qualche cretina che telefona sbracciandosi e dando colpi di gas o di freno a seconda del tono della conversazione. Ma per il resto la corsia di destra è un’oasi di tranquillità.

Qualcuno si ricorda quando in Italia è stata data l’ultima multa per non aver occupato la corsia libera più a destra? E l’obbligo dei fari sulle strade extraurbane? 15 giorni di tolleranza zero e poi di nuovo il solito casino terzomondista.

Cambio scena: località lacustre del Nord Italia. La passeggiata lungo il lago è tranquilla, passa un’auto ogni paio di minuti. Poi improvvisamente è l’inferno. 

Automobili con lampeggiatori e abbaglianti schizzano via a gran velocità, seguite da moto della polizia con le sirene a manetta, seguite da moto civili con personaggi incivili in abiti fluorescenti e con le radio in mano che parlano rabbiosamente dicendo chissà che e sembrano tutti compresi di un ruolo importantissimo che solo loro conoscono. 

Poi arriva un blocco multicolore di ciclisti in tenuta Robocop su bici variopinte: si sente solo il sibilo delle gomme tubolari sull’asfalto mentre sfrecciano a 70 kmh in formazione serrata come le frecce tricolori.
Volano borracce, panini, rifiuti vari. La strada diventa un immondezzaio in pochi secondi. 
Le station wagon multicolori che arrivano in coda ai ciclisti travolgono tutto: le borracce scoppiano, i tappi partono come proiettili, i rifiuti volano in aria, i pedoni si riparano la faccia. Un’anziana tedesca è paralizzata sulle strisce mentre la sfiorano in duecento nel giro di un minuto.

Il ciclismo non conosce regole, la corsa sospende i doveri del ciclista e ne raddoppia i diritti. Ecco spuntare altre moto della polizia che sfrecciano furiosamente a sirene spiegate (ma allora esiste ancora la Stradale!).

Ora le aiole fiorite lungo il lago sono costellate di rifiuti. Un cartello del comune dice che i proprietari degli animali devono “rimuoverne le deiezioni”, ma l’immondizia dei ciclisti chi la rimuove?

Italia d’estate. Sospensione del contratto sociale. Si riapre a settembre. Forse.

sabato 9 luglio 2011

Dietro la notizia

Dietro ogni brutta notizia c’è spesso una bella notizia che bisogna andare a cercare.
L’altro giorno, uscita dal portone di casa e su un vialetto riservato ai pedoni, la giovane Sam è stata investita da un’auto. L’ho vista rotolare sotto l’Audi e passarle in mezzo alle ruote posteriori.

Terrorizzata (e non so quanto gravemente ferita) è scappata via. Non sono più riuscito a ritrovarla.

Per ore e ore l’abbiamo cercata in sei. Ho ripercorso tutte le strade e i sentieri che da due anni facciamo insieme. L’ho chiamata a ogni metro di strada e a fianco di ogni cespuglio ma non l’ho trovata.

Il rivenditore di materiale elettrico vicino casa, con un ampio parcheggio alberato e un magazzino per lo stoccaggio di materiali, è stato una tappa obbligata. Sono stati cordiali e comprensivi, ma il cane non l’hanno visto. Facce preoccupate, espressioni apprensive. Amano i cani anche loro e si sono dichiarati pronti ad aiutare se necessario.

L’addetto alla sicurezza dell’hotel quattro stelle con tanto di parco annesso si è subito messo a scrutare le varie telecamere e mi ha invitato a entrare in bici per fare il giro del complesso alla ricerca di Sam.

Due mezzi della nettezza urbana, informati della scomparsa di Sam, hanno cominciato a contattare per radio gli altri colleghi in giro per informarli dell’avvenuto.

Il gestore della pompa di benzina dove mia moglie fa sempre il pieno è salito nel furgone è ha iniziato a girare anche lui.

Un nostro amico è arrivato in moto e ha cominciato a pattugliare la zona a 10 all’ora, con la ventola del radiatore sempre in funzione (quel giorno c’erano 30°).

Anche il cafone che doveva per forza parcheggiare l’Audi sotto il portone di casa si è messo a cercare Sam a cavallo di una moto. Dato il caldo girava senza casco. Ma si sa, il cafone non cambia mai…

Finalmente l’abbiamo trovata.

Temevo due cose: che fosse rimasta gravemente ferita e che fosse andata a morire da sola oppure che, incolume ma spaventata, fosse poi finita sotto un’altra macchina attraversando qualche strada.

L’abbiamo invece trovata, sfinita e terrorizzata, nel cortile di un capannone industriale. A parte un taglio sul sopracciglio destro non aveva subito altri danni.

Ho ritrovato un cane che adoro e ho riscoperto che, nascosta sotto uno strato di letame, c’è ancora della bella gente. Un grazie a tutti, anche da parte di Sam.

domenica 3 luglio 2011

Con l'aria in faccia

Uno dei vantaggi di fare un giro con una moto custom è che ti puoi godere il paesaggio che sfila ai lati della strada e sentire l'aria in faccia senza particolari turbolenze. Il motore borbotta con quel minimo di vibrazioni che ti ricordano che sei su un V-Twin e la tua velocità di rado supera i 100, mentre sei pronto a dimezzarla al momento di entrare in un centro abitato.

Lo svantaggio è che agli occhi dell'imbecille sei un anello debole della catena alimentare e ne devi sopportare la maleducazione. Il padre di famiglia con la Fiat Marea ti vuole superare, il mentecatto scooterista in calzoncini e posizione da stitico ti vuole superare, lo sfigato con la Seat Leon ti vuole superare e anche lo stordito in Lancia Musa (il massimo livello assoluto di imbecillità) decide di sverniciarti per poi tagliare tre corsie e prendere l'uscita a 100 metri di distanza. Il balcanico con il Fiat Ducato dagli iniettori andati ti si pianta dietro a mezzo metro di distanza (ti lampeggerebbe anche se solo gli funzionassero i fari), la signora con la Mini ti supera d'istinto e poi ti inchioda davanti perché le suona l'iPhone e perfino la neopatentata con la Yaris sulla strada a due corsie si mette con le ruote di sinistra sulla riga bianca per non farti passare. 

E, dulcis in fundo, il "fratello motociclista" sulla moto da sparo non ti fa neanche finire un sorpasso che ti si infila di lato tra lo specchietto esterno e il guardrail per passarti a velocità esagerata e con la mano sinistra al fianco, come per dire "io ti supero anche a occhi chiusi".

Ma tu te ne freghi e li lasci andare. Che vadano a prenderlo tutti in quel posto, soddisfatti di aver fatto la loro scortesia quotidiana e appagati di aver mostrato la loro superiorità.

Certe giornate sono semplicemente troppo perfette per lasciartele rovinare da un imbecille...




mercoledì 15 giugno 2011

Buon compleanno nonna

La M1911 calibro .45  compie cento anni. Sono veramente poche le armi così anziane che godono ancora di grande popolarità, al di fuori del giro dei collezionisti.

Potrà sembrare strano fare gli auguri a un’arma da fuoco. Se l’idea vi turba, fermatevi pure qui. Nessuno vi obbliga a leggere oltre.

La vecchia .45 fu progettata da un certo John M. Browning, un uomo che ha lasciato la sua impronta su praticamente ogni tipo di arma da fuoco americana, ed è stata impiegata in tutti i conflitti dal 1911 ad oggi.

Sebbene nel 1985 la Beretta M9 l’abbia sostituita come arma di servizio dell’esercito USA, la “nonna” rimane ancora in uso in alcuni reparti dei Marines e serve in maniera informale in molti altri.

All’inizio, l’arma fu prodotta dalla Colt per partecipare a una gara d’appalto dell’esercito americano che cercava una nuova pistola d’ordinanza. Tra le specifiche dei militari c’erano il calibro .45 e l’alimentazione semiautomatica a caricatore.
Le sue rivali erano un’altra arma americana, la Savage, e la nuova pistola tedesca Luger P08 che sparava una cartuccia cal. 9 parabellum, un'arma molto elegante ma più delicata.

Elemento determinante nella scelta della Colt fu una prova condotta a fine 1910 con la partecipazione del progettista Browning, in cui l’arma sparò 6000 colpi in due giorni. Ogni volta che la pistola si surriscaldava, veniva semplicemente immersa in acqua. La Colt fu l’unica a passare il test senza problemi.

Da allora ne sono state prodotti oltre due milioni di pezzi da più fabbriche e non solo americane.

Una curiosità: la produzione della Kongsberg Colt, fabbricata su licenza in Norvegia, proseguì anche durante l’occupazione nazista del Paese e le M1911 furono ribattezzate Pistole 657 dal 1940 al 1945. Un numero ridotto di pezzi (920) recavano anche il marchio del Waffenamt (ente armamenti) tedesco e diventarono ben presto oggetti da collezione.

La M1911 è un dinosauro pesante (1105 g senza contare i 7 proiettili di cui è capace) ma in realtà pesa poco di più della rivale Beretta 92, che è più giovane di 60 anni. E’ un’arma precisa e potente e ha un potere d’arresto impressionante.

Come tutte le armi, anche la vecchia .45 non è né buona né cattiva. E’ solo un meccanismo di precisione.

mercoledì 1 giugno 2011

Incubi contemporanei


La polizia stradale della Florida ha arrestato una certa Megan Barnes (37 anni) per aver tamponato un SUV alla velocità di 60 kmh. 

Sembra che la tale avesse lasciato il volante perché troppo occupata a farsi la ceretta tra le gambe.

“Stavo andando a un appuntamento e volevo essere perfettamente a posto”, ha dichiarato al poliziotto che l’ha arrestata. Quest’ultimo ha avuto anche non poche difficoltà a restare serio, visto che la Barnes non aveva proprio l’aspetto di una coniglietta di Playboy.  Il bello della vicenda però deve ancora arrivare.

Al suo fianco, nel sedile del passeggero, sedeva il suo ex-marito, il quale (evidentemente ancora innamorato di lei) ha inizialmente dichiarato di essere stato lui alla guida dell’auto al momento dell’incidente, prendendosi quindi la responsabilità dell’accaduto.

I rilievi della Florida Highway Patrol hanno però dimostrato l’infondatezza di questa versione e portato all’arresto della Barnes. Si è infatti scoperto che la tipa era stata multata il giorno prima per guida in stato di ebbrezza e guidava (si fa per dire) con una patente sospesa.

I giornali, le radio e i notiziari Web sono andati a nozze con questa bella storia, cercando di approfondire la personalità dell’ex-marito (che accompagnava la donna a un appuntamento dichiaratamente galante) e battezzando la Barnes “Nemico Pubico Numero Uno” sulle strade della Florida.

Questa notizia mi ha profondamente scosso. Quale utente delle tangenziali di Milano, ho già abbastanza patemi d’animo nell’immettermi nel loro intenso traffico e tremo sempre all’idea di incontrare la mia maledizione, la famigerata “Vecia” con la Matiz.

Adesso il pensiero di trovarmela affiancata mentre apre il finestrino per gettare fuori le striscette depilanti mi precipita nel panico.

Ora mi ci vuole proprio una birra fredda.

mercoledì 18 maggio 2011

La contraerea degli imbecilli


Arriva l’estate e arrivano le zanzare. Succede da qualche milione di anni.

Poi alla fine degli anni 90 sbarca da noi la zanzara tigre ed è il panico. Nel 2007, a causa delle zanzare tigre, ci fu in provincia di Ravenna un’epidemia di febbre virale africana che contagiò ben 200 persone.

Terrorizzata, la gente si riversa ora nelle strade e si raccoglie davanti ai comuni in attesa di un gesto risolutivo da parte degli amministratori cittadini. Chi altro infatti potrà salvare 60 milioni di italiani dal feroce insetto asiatico?

Nel mondo dei fumetti, Superman avrebbe usato il supersoffio per spazzare via le zanzare e sbatterle su Marte, un ambiente ostile dove sarebbero morte all’istante. Spiderman, da buon ragno, se le sarebbe mangiate tutte. Ma sappiamo che i supereroi non esistono e la soluzione la devono trovare i sindaci, i veri eroi che difendono gli italiani.

Reagisce per primo il sindaco di Ravenna con un’ordinanza in vigore dal 21 Aprile al 31 Ottobre che impone di svuotare qualunque contenitore di acqua stagnante, dai serbatoi d’acqua alle fontane o piscine non in uso e perfino i vasi di fiori al cimitero, sostituendo all’acqua la sabbia umida.
Non sfuggono nemmeno i “detentori di copertoni”, quei loschi individui che depositano all’aperto carcasse di pneumatici usati da rigenerare.
Col sindaco di Ravenna non si scherza, ci sono sanzioni da 103,29 a 516,46 euro.

Il sindaco di Roma non è da meno. Dal 18 Aprile al 30 Novembre, nel territorio della Capitale del Mondo lasciare che l’acqua ristagni nei sottovasi costerà alla Sig.ra Cesira da 50 a 500 euro.

Li mortacci – esclama la poveretta – stavo in vestaja a ddà l’acqua ai fiori e me so trovata davanti un pizzardone in elicottero che me stava a fà la multa perché ciavevo du’ dita d’acqua ner sottovaso…

Una campagna di sensibilizzazione sarebbe costata troppo. Si passa piuttosto a emanare ordinanze stravaganti con sanzioni pecuniarie assurde e che nessuno ovviamente farà rispettare. I vigili urbani sono già introvabili e non escono nemmeno in caso di incidente stradale. Ve li immaginate attraversare il paese a sirene spiegate perché lo sfasciacarrozze ha una pila di copertoni non svuotati?

Questa è l’Italia cialtrona che naviga il Terzo Millennio a suon di carte bollate e provvedimenti inutili. L’importante è far vedere di aver fatto qualcosa, non importa cosa.

Zanzare tremate, la contraerea degli imbecilli vi abbatterà.

Nei Paesi civili si fa una campagna di disinfestazione e si mette a disposizione dei cittadini il larvicida con le istruzioni del caso. Non mi pare il caso di scomodare Einstein e infatti molti sindaci italiani hanno scelto questa strada. 

A Napoli invece si è adottato l'antico rimedio popolare di gettare l’immondizia in strada in modo che le zanzare tigre se le mangino i topi.
Accà nisciuno è fesso...

sabato 14 maggio 2011

Memoria corta

Meno di un anno fa scoppiava il "caso Granarolo", sapete ...quelli della Lola e delle 50.000 mucche italiane. Peccato che parte del latte venisse da un'azienda tedesca e fosse contaminato con pseudomonas fluorescens, un batterio che, Sim Salabim! senza trucco e senza inganno, fa diventare blu le mozzarelle. 

Putiferio mediatico. Minaccia di denuncia per frode in commercio da parte del Codacons, inchiesta della Procura di Torino. Mezza Italia incazzata e l'altra mezza angosciata al momento di comprare la mozzarella. Ne abbiamo parlato anche qui sul blog: La Lola si chiama Gretchen. Poi è finito tutto.
Come sempre il Paese dei mille garanti (pupazzi strapagati che non vedono e non fanno niente) non garantisce un beneamato caspita e il consumatore consuma a suo rischio e pericolo.

Ma non basta! Da qualche giorno, non ci crederete, la Granarolo ha rilanciato come se niente fosse una campagna pubblicitaria identica a quella di prima: l'agricoltore che sembra un professore di filosofia, la bella mucca al guinzaglio e un gran pascolo verde brulicante di mucche. Le avranno fatte al computer? Ci saranno veramente 50.000 vacche in tutta Italia? Contando anche le veline e le escort di regime, volevo dire.

Ah, dimenticavo, c'è anche il bambino dalla voce idiota che dice: E' quello della Lolaaaa.

L'azienda conta di sicuro sulla memoria corta dei consumatori e ricicla una vecchia pubblicità fatta di stupido sciovinismo alimentare e (almeno allora) di menzogne spudorate. Della serie: Non Conosciamo Vergogna.
Non mi risulta infatti che la Granarolo abbia mai fatto le sue scuse ai consumatori italiani per aver tradito le sue stesse promesse. E ora ci rifà.

"Solo latte italiano". Ma, facciamo anche finta che sia vero, dove è scritto che il latte italiano è meglio di quello francese o svizzero? Anche quello bavarese, magari non comprato dalla Milchwerk Jaeger, non è proprio niente male. 

Ma che volete, l'italiota medio si fida di più del latte e dell'olio d'oliva italiani (anche se quest'ultimo non basta a soddisfare il consumo nazionale e allora bisogna aggiungercene un po' dalla Spagna, dalla Grecia o dalla Tunisia, ma per carità senza dire niente sennò il consumatore storce il naso).

La cosa grottesca è che sono le stesse aziende con la loro pubblicità a creare nel consumatore  l'esigenza di un prodotto italiano, pronte poi a tradirla quando il fabbisogno supera la produzione nazionale (o i prezzi giustificano l'impiego di materie prime estere). E tutto questo senza che nessuno dica niente e nessun industriale finisca in galera.

Chiudiamo in bellezza. La Birra Moretti insiste ancora in TV con il suo 100% di malto italiano. Stessa storia. E' meglio il malto italiano di quello polacco? In Italia produttori d'orzo (che una volta germinato diventa malto) ce ne sono parecchi. Siamo sicuri che la qualità (e i prezzi) siano accettabili?
E chi ci garantisce che la Moretti non faccia la furba alla maniera della Granarolo e prenda due volte per il sedere i consumatori mescolando l'odioso malto straniero a quello nobile di provenienza italica?

Ma al consumatore gliene frega niente di bere malto italiano? 

Questa patetica autarchia sa tanto di montatura in un Paese che oggi avrebbe voglia (e un gran bisogno) di sputarsi in faccia.

sabato 30 aprile 2011

A che servono i re?


Dopo i funerali, i matrimoni sono la cosa che evito più accuratamente. Avrei perfino provato a evitare i miei, ma le polemiche sarebbero state molto antipatiche e quindi ho accettato di fare una breve apparizione.

Immaginate la mia sorpresa nel vedere l’importanza che la stampa italiana ha dato al matrimonio reale di ieri a Londra. Conoscete qualcuno che si è sparato tutta la telecronaca diretta delle nozze reali? Se sì, chiedetegli perché.

Che senso ha assistere al matrimonio di qualcuno che non conosci, in un Paese che non è il tuo e con in testa una corona che non ti riguarda?

Ah, ma forse la chiave è proprio quella. La corona. Il matrimonio dei due pupazzi britannici è reale!

Se si fossero sposati Bill e Kat di Hounslow (un anonimo quartiere londinese a venti chilometri da Buckingham Palace) non ci sarebbe stata la televisione, né probabilmente gli sposi l’avrebbero desiderata. Sarebbe stato sufficiente un video saltellante girato con il telefonino e poi tutti al pub a celebrare.

La storia stucchevole e fittizia dell’erede al trono che sposa la cenerentola è stata chiamata (sorpresa, sorpresa!) una “favola moderna”. Non mi metterò a discutere del motivo per cui la gente debba andare a cercare le favole moderne, quando quelle antiche erano di gran lunga migliori e più ricche di significati.

La mia perplessità nasce dal fatto che la gente sia evidentemente ancora affascinata dai “reali”, compresi quegli squallidi personaggi di casa Savoia, una banda di accattoni che sono motivo di vergogna (un altro) per l’Italia.

A che servono i re nel terzo millennio? Se i confini nazionali non contano più, se le monete si unificano e le leggi diventano comunitarie che motivo ha una nazione di mantenere un re e una famiglia reale?

“Tradizione” è la risposta standard.

Eppure quante istituzioni tradizionali e aziende iconiche sono sparite, si sono trasformate o sono passate di mano in Italia e nel mondo? Il sole ha continuato a sorgere.

Se il “royal tourism” riempie ancora gli alberghi, continuerà a farlo anche dopo aver liquidato la casa reale (7 anni di preavviso, Alitalia insegna) e aperto le stanze segrete alla curiosità della folla al prezzo di 20 sterline a testa.

Se uno è tanto stupido da agitare la bandierina inglese al passaggio della “royal couple”, investirà di sicuro l’equivalente di 22,50 euro per vedere la camera da letto di Carlo o il gabinetto della regina Elisabetta.

venerdì 1 aprile 2011

Ciao Italia


L’Italia se n’è andata.
Ne danno il triste annuncio i figli e gli amici più stretti.
Dopo lunga malattia, l’Italia non ha più retto e si è spenta.

Aveva appena compiuto 150 anni e, nella squallida forzatura della sua festa di compleanno, si era già capito che era allo stremo delle forze. I pupazzi blateravano, la gente sventolava le bandiere ma lei aveva ormai lo sguardo vitreo e assente.

A poco sono serviti preti, dottori, avvocati, professori e cavalieri che per decenni, al suo capezzale, volevano far credere di poter curare il suo male. Con la loro inettitudine e disonestà sono solo riusciti ad aggravarlo.

La povera Italia, ancora mezza contadina, si è lasciata truffare da una massa di ciarlatani che negli anni l’hanno portata alla rovina.

L’Italia era ancora giovane, se la paragoniamo alle sue compagne, ma era nata gracilina.
Le cattive amicizie e due guerre mondiali ne avevano rallentato la crescita, poi sembrava che la povera Italia si fosse ripresa e per qualche anno ha perfino goduto di buona salute. Spendeva e spandeva: autostrade di qua, cattedrali nel deserto di là.

Ma il male interno la stava già consumando e, alla fine, non c’è stato più niente da fare.
Quando ancora era nel pieno delle sue forze, da povera ignorante che era si era fatta fregare da una manica di truffatori titolati che le spillavano i sudati risparmi per investirli in fabbriche. Poi zitti zitti le rivendevano o le spostavano all’estero e, con i soldi dell’Italia in tasca, facevano la vita dissoluta dei mantenuti, loro insieme a una banda di figli e nipoti debosciati.

L’Italia era una sempliciotta. Le rubavano i soldi da sotto il materasso e lei si distraeva a guardare le partite o Canzonissima in televisione. Pensate, pagava pure il canone nonostante tutte le fregnacce e banalità che ne riceveva in cambio.

Poverina, l’Italia era ancora un po’ cafona. Gli accostamenti di colori non le erano mai riusciti bene.
Aveva cominciato con le camicie rosse firmate Garibaldi, poi si era fatta convincere a passare a quelle nere ma le stavano decisamente male. E poi sono arrivate le bandiere rosse, quelle verdi e quelle arcobaleno. Per non parlare del Blu dipinto di blu, delle Mille bolle blu, delle seicentomila auto blu e, in tempi più recenti, perfino delle mozzarelle blu.
E per tutto questo tempo l’Italia conservava di nascosto la papalina bianca sperando che le servisse a qualcosa. E invece anche i preti volevano solo attaccarsi alla tetta e succhiare.

L’Italia è morta povera. Si è fatta portare via tutto.
L’hanno seppellita con le poche misere cose che le erano rimaste: una damigiana di olio d’oliva, una ruota di parmigiano e una copia della Costituzione su carta crespata mille strappi.

Le esequie si terranno alle ore 17:00 in considerazione del fatto che alle 19:00 c’è la telecronaca della partita.