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sabato 17 marzo 2012

Un amico inglese ha programmato una vacanza-lampo in Sicilia. Arriverà a Palermo e ne ripartirà in traghetto. Ha solo 4 giorni per girare l'isola a Maggio e mi chiede qualche consiglio. Da parte sua, lui ha solo un obiettivo fisso: vorrebbe ripercorrere il tracciato della Targa Florio (il circuito delle Madonie), che parte e si conclude a Campofelice di Roccella, presso Termini Imerese.  

Gli ho raccomandato quindi di partire da Palermo verso Est sulla SS113 Settentrionale Sicula (o in autostrada se va di fretta) e di farsi il suo bel giro sulle Madonie. Poi gli ho consigliato di andare lungo la costa fino a Capo d'Orlando, prendere all'interno per la SS116 fino a Randazzo (proprio sotto l'Etna) e da Linguaglossa godersi la SP Mareneve fino in fondo. Una strada così è un gioiello da non mancare: tra la qualità della strada e la bellezza del panorama si tratta di una delle più spettacolari strade in tutta l'isola. Da lì potrà salire fino al Rifugio Sapienza, se vuole, o scendere verso Catania.

Essendo uno straniero, l'ho fortemente sconsigliato di entrare in Catania (se non vuole che gli freghino la moto da sotto al sedere), e l'ho invece invitato di andare a Siracusa, visitare l'Ortigia, e poi riprendere la strada fino a Capo Passero.


Da lì potrà risalire per Ragusa e regalarsi una passeggiata a piedi a Ibla, uno dei miei ricordi più belli di tutta la Sicilia. Il vecchio borgo inerpicato sulla collina, con le luci che si accendono mentre tramonta il sole è uno spettacolo che (anche per un britannico) si rivelerà indimenticabile, considerati la profonda monotonia e il grigio anonimato delle città inglesi.

Poi da Ragusa gli ho raccomandato una puntata ad Agrigento, il proseguimento verso Trapani e un'arrampicata su Erice. Da Erice, potrà scendere sulla SS187 fino a Baglio Messina, poi andarsene su verso San Vito lo Capo. Una notte in riva al mare di San Vito è d'obbligo e il giorno dopo l'amico sarà di nuovo a Palermo, pronto a risalire sul traghetto con la morte nel cuore, proprio come capita a me ogni volta che mi lascio la Sicilia alle spalle.

Confesso che il pensiero di fare il giro insieme a lui mi sta passando per la testa da diversi giorni. Chissà, magari gli faccio strada.

Per un amico, si fa questo ed altro...

mercoledì 9 novembre 2011

Salone di Milano 2011

E come ogni anno, arriva l'appuntamento con il Salone della Moto, l'EICMA di Milano. Non c'è modo migliore di riempirsi le scarpe di piedi, le orecchie di rumore e le narici di polvere, ma che volete: la passione è passione.
E ce ne vuole tanta per sopportare il cretino che spinge, che non guarda dove va e che ti si para davanti mentre scatti una foto perché, ai suoi occhi, quel giorno al Salone c'è solo lui. Peccato che invece ce ne sono diecimila come lui.

Ma parliamo del Salone. Qualche novità si è vista, nonostante la crisi che attanaglia il settore e il Paese intero. La BMW ci riprova con gli scooter (a va a insidiare il segmento di T-Max e Burgman), la Triumph tira fuori una Tiger Explorer da 1200cc a insidiare la BMW GS e anche il Crosstourer 1200 di Honda punta proprio a sottrarre mercato all'endurona pigliatutto di Monaco. Suzuki presenta la nuova GSX-R 1000 e Kawasaki introduce la Versys 1000. Ducati appollaia un paio di belle ragazze sulla 1199 Panigale e allo stand Honda si può toccare con mano un crossover tra scooter e moto, l'Integra 700, che nel cupolino ricorda la nuova VFR 1200.

Insomma, qualche novità c'è stata. Ci sarà anche chi se le compra?
Il sistema Italia scricchiola e abbiamo finito di fare battute sulla Grecia. Anche per il settore motociclistico il 2012 sarà un anno difficile. Ma adesso è il momento di guardare le moto e far finta di potersele permettere.

Il reportage fotografico sul Salone 2011 compare a destra sul "sidebar".

lunedì 24 ottobre 2011

Dvořák sulle Dolomiti

La scorsa settimana, grazie anche al tempo splendido di metà Ottobre, abbiamo fatto una spedizione sulle Dolomiti, ad Antermoia nell’alta Val Badia.

Partiti da Milano alle 08:00 eravamo su alle 16:00 esatte, dopo aver fatto qualche sosta nei punti più panoramici e dopo aver lasciato la Torino-Venezia a Peschiera, seguito l’Adige da Affi e percorsa la Val di Fassa, valicato il Pordoi e attraversate Arabba e Corvara.

Poco prima di arrivare siamo incappati in una scena che immagino appartenga alla tradizione dei luoghi. Mentre salivamo lungo la SP29 da S. Martino in Badia, abbiamo incontrato una fila di veicoli fermi e una piccola folla in mezzo alla strada. Un incidente – abbiamo subito pensato. Ma non era così: si celebrava nel bel mezzo della strada una coppia di sposi, con tanto di sedie e tavolino sulla linea di mezzeria e un bel gruppo di gente allegra, molti negli abiti della tradizione, che brindava alla salute della coppia.

Rientrati a casa la sera dopo, l’amico che aveva montato una telecamera sulla sua GTR1400 mi ha trasmesso interi gigabyte di riprese, dalle quali ho tratto un video di circa 9 minuti.

Al momento di scegliere una colonna sonora, mi è venuta in mente la  Sinfonia N. 9 “Del Nuovo Mondo” di Antonin Dvořák e in particolare il suo celebre movimento “Allegro con fuoco”. Pensavo appunto a quei momenti adrenalinici di sorpassi a manetta spalancata e a quelle serie infinite di tornanti che hanno costituito gran parte del viaggio, inframmezzati dalle pause serene di quando si attraversavano i paesi e le vallate alpine, con quelle splendide montagne sullo sfondo.

Secondo me, l’abbinamento è riuscito. Voi che ne dite?

mercoledì 1 giugno 2011

Incubi contemporanei


La polizia stradale della Florida ha arrestato una certa Megan Barnes (37 anni) per aver tamponato un SUV alla velocità di 60 kmh. 

Sembra che la tale avesse lasciato il volante perché troppo occupata a farsi la ceretta tra le gambe.

“Stavo andando a un appuntamento e volevo essere perfettamente a posto”, ha dichiarato al poliziotto che l’ha arrestata. Quest’ultimo ha avuto anche non poche difficoltà a restare serio, visto che la Barnes non aveva proprio l’aspetto di una coniglietta di Playboy.  Il bello della vicenda però deve ancora arrivare.

Al suo fianco, nel sedile del passeggero, sedeva il suo ex-marito, il quale (evidentemente ancora innamorato di lei) ha inizialmente dichiarato di essere stato lui alla guida dell’auto al momento dell’incidente, prendendosi quindi la responsabilità dell’accaduto.

I rilievi della Florida Highway Patrol hanno però dimostrato l’infondatezza di questa versione e portato all’arresto della Barnes. Si è infatti scoperto che la tipa era stata multata il giorno prima per guida in stato di ebbrezza e guidava (si fa per dire) con una patente sospesa.

I giornali, le radio e i notiziari Web sono andati a nozze con questa bella storia, cercando di approfondire la personalità dell’ex-marito (che accompagnava la donna a un appuntamento dichiaratamente galante) e battezzando la Barnes “Nemico Pubico Numero Uno” sulle strade della Florida.

Questa notizia mi ha profondamente scosso. Quale utente delle tangenziali di Milano, ho già abbastanza patemi d’animo nell’immettermi nel loro intenso traffico e tremo sempre all’idea di incontrare la mia maledizione, la famigerata “Vecia” con la Matiz.

Adesso il pensiero di trovarmela affiancata mentre apre il finestrino per gettare fuori le striscette depilanti mi precipita nel panico.

Ora mi ci vuole proprio una birra fredda.

sabato 5 febbraio 2011

Due anni di blog

C'è poco da Rider compie due anni. Me l'ha giusto ricordato un amico che è più attento di me a queste ricorrenze e per questo gliene sono grato. Grazie Mario, i compleanni sono importanti per ricordarci quello che eravamo e quello che siamo diventati.

Il blog nasce quasi per scherzo per canzonare il motociclismo di tendenza e la pessima rivista che lo rappresenta. Solo in quelle pagine patinate potrebbero apparire servizi speciali dal titolo "L'abbigliamento firmato ideale per spurgare i freni" o "Come fare la guida sportiva indossando pantofole di seta".

Non, non cercateli nei numeri arretrati: questi articoli non esistono, ma non è escluso che possano uscire nei prossimi numeri.
Ma il blog ha cominciato ben presto a vivere di vita sua e non come semplice ombra della rivista ufficiale del motonarcisista.

Ce la siamo presa con gli automobilisti terzomondisti, i cafoni da noi votati per rappresentarci, i marchettari di settore che sbrodolano banalità e frasi fatte a manetta ogni volta che provano una moto concessa in prova dal fabbricante.

Peccato che la francese Voxan sia finita in liquidazione un paio d'anni fa, altrimenti i pennivendoli nostrani avrebbero avuto modo di tessere lodi sperticate per l'orrida Sport Tourer, la GTV1200, che la casa aveva progettato e fortunatamente mai messo in produzione. Tutti sappiamo fin troppo bene che cercare dei commenti equilibrati e obiettivi sulla stampa motociclistica italiana è come cercare un parlamentare onesto.

Dopotutto ne abbiamo solo 945 (630 deputati e 315 senatori) e, ammettendo che solo 1 su 1000 sia una persona seria, risulta evidente che si trova fra i 55 che non abbiamo ancora eletto. Da parte loro, gli Stati Uniti (che hanno 5 volte la popolazione dell'Italia) hanno 435 deputati e 100 senatori e sembra che gli bastino.

Ma torniamo a noi. Nel 2009 abbiamo inventato il termine "Italebani", che è il distillato delle tante "i" italiche: ignoranza, incompetenza, inaffidabilità, inciviltà, idiozia, irrilevanza, irresponsabilità e incapacità di mettersi in discussione.

Non è servito a molto, ma pensare che un minuscolo blog possa scalfire il prodotto di secoli di malcostume equivale a lasciare la moto smontata in garage sperando che domani mattina gli elfi ve l'abbiano rimontata.

In questi due anni abbiamo anche parlato di cani (i miei), di tiranni terzomondisti e di WD40. Insomma abbiamo parlato di un po' di tutto, come è giusto che faccia un blog.

L'intenzione è quella di continuare, tempo a disposizione permettendo.

Se voi ci state, entriamo senza esitazione nel terzo anno…

lunedì 13 dicembre 2010

Buona strada, David


Il mio amico David è morto.
Ci siamo visti ogni anno per almeno 5 anni in occasione delle mie tradizionali vacanze estive in America, ma da due anni i nostri contatti si erano rarefatti. Sapevo da tempo che le cose non gli andavano bene, che non era contento del lavoro e del fatto che guadagnava poco. C'era anche una vecchia storia tra lui e la bottiglia, ma sembrava che ne fosse uscito.

David faceva lo chef ed era anche uno bravo. Il suo problema era che non sapeva farsi valere. Appena faceva un po' di carriera, la gestione dei collaboratori e delle responsabilità non gli riusciva e, dopo qualche tempo di risultati deludenti, veniva licenziato.
Questa volta sembrava quella buona. Dopo vari anni di lavoro poco qualificato e mal pagato, si era trasferito dal North Carolina in un altro stato per assumere la responsabilità di un' intera struttura ricettiva.

Pareva proprio che le cose avessero preso a girare per il verso giusto dopo anni di vacche magre. David non era un appassionato motociclista come il mio giro di amici di Raleigh, ma era di certo rimasto contagiato dal cameratismo e dallo spirito indipendente di chi gira su due ruote. Si era comprato una Harley 883 e aveva iniziato a prendere gusto alle uscite in moto: il baccano, le vibrazioni e l'aria in faccia su quelle strade senza fine dell'Heartland americano.

Poi, a sorpresa, l'ennesima delusione. L'avevano lasciato a casa ancora una volta.

L'ho sentito al telefono qualche settimana fa in occasione del suo compleanno. Non era più lui, la voce era spenta e del tutto priva di vitalità.

Qualche giorno fa mi è arrivata la notizia. David l'ha fatta finita. Ha sistemato tutte le sue cose, ha regolarizzato tutte le sue carte per non lasciare niente in sospeso, poi si è tolto la vita.

Con lui se n'è andato un bravo diavolo, uno spirito mite e tranquillo. Non l'ho mai capito fino in fondo e ora non capisco il suo gesto. Spero solo che abbia trovato quello che cercava.

giovedì 16 settembre 2010

Il fascino dell'uniforme


Storia vera di questa mattina.

Sto portando a spasso i cani in un prato che costeggia una bretella di collegamento rapido con la Tangenziale Ovest di Milano. Al di là del guardrail vedo una scena strana: una custom Yamaha ferma sul cavalletto laterale ma senza il pilota. Guardo avanti, verso il semaforo cittadino dal quale parte questa bretella e vedo sul lato della strada un'ambulanza e un'auto della Stradale ferme con i lampeggiatori in funzione.

Sul bordo della strada c'è anche una Triumph Bonneville, anch'essa sul cavalletto e con un casco agganciato al manubrio. Penso a un malore di uno dei due piloti; da quanto vedo mi sembra di poter escludere un incidente.

Mi avvicino con i cani al guinzaglio seguendo un sentierino nell'erba a fianco della strada. Ora vedo anche un motorino con il parabrezza rotto e delle plastiche in terra. Comincio a immaginarmi una scena in cui il motorino passa col rosso, la seconda moto lo urta mentre la prima prosegue per ancora cento metri prima di accorgersi del fatto.

C'è una volontaria dell'ambulanza in tuta arancio che fuma una sigaretta al riparo del mezzo. Le chiedo se c'è stato un incidente di moto. Mi risponde con aria importante: "Non posso dirglielo".
Segreto di stato? Di sicuro non è deragliato un treno e la scena quasi si racconta da sé, ma il non posso dirglielo è un piccolo e prezioso momento di autorità da gustare tutto, un piccolo segnale che noi e voi non siamo la stessa cosa.

Mi sposto avanti di ancora due passi e nell'ambulanza vedo due persone, un uomo e una donna. Sembrano incolumi o quasi e stanno parlando tra loro in maniera rilassata. Lei indossa un collarino e forse si è fatta male a un piede.
Ho deciso di chiedere loro se gli serve una mano per mettere al sicuro le moto mentre vengono portati in ospedale. 

Si avvicina però il poliziotto, uno sulla trentina con la faccia da saccente e gli occhiali firmati (la nuova Polizia Stradale) e mi chiede: "E lei chi è? Qui non può venire", indicando perentoriamente il "suo" lato del guardrail.

Chi potrò mai essere? Ho i pantaloni corti, T-Shirt, berrettino della Yamaha e due cani al guinzaglio. Sarò un investigatore privato? Un broker assicurativo? Un paparazzo? Le Nuove Brigate Rosse?

Rispondo che sono un passante e non ho la minima intenzione di scavalcare il guardrail.

In quell'istante arriva un carro attrezzi per caricare le moto. La mia idea di aiutare i motociclisti si rivela superata in quel preciso momento.

Inverto la marcia e me ne ritorno nel prato a giocare con i cani.

Ho incontrato l'Italia in uniforme. L'ignoranza ridipinta nei colori ufficiali, la rivalsa sociale dei cafoni.

venerdì 10 settembre 2010

Ognuno ha la stampa che merita

Corso di Motogiornalismo Web

con la partecipazione straordinaria dello staff di Motoblog.it


Questo corso gratuito di Motogiornalismo Web ha l'obiettivo di formare le nuove leve di redattori in un settore trainante come quello delle due ruote. Il corso si terrà in una sola lezione. Questa.

Ecco come si scrive un  articolo tipo. Ne basta uno per tutta la vostra carriera.
Inserite i dati a seconda dell'argomento/sponsor/benefattore di turno ricordandovi di cambiarli ogni tanto.

TITOLO: il titolo dovrà essere iperspiritoso, iperpositivo e contenere il nome dell'argomento/sponsor/benefattore di turno e almeno un luogo comune.

Esempio:  Eccezionali e prestigiose novità 2011 nel cassetto di Yamazuki.

SOTTOTITOLO: il sottotitolo dovrà spiegare in una riga o due la marchetta che avete già fatto con il titolo.

Esempio: La prestigiosa casa giapponese ha presentato la sua innovativa gamma di modelli per il prossimo anno certa di soddisfare le aspettative di milioni di appassionati.

TESTO: Il testo non conta. Dopo le prime quattro righe si sarà già capito che ve lo hanno passato da qualche ufficio stampa  e lo avete pubblicato tale e quale utilizzando l'antica arte  del giornalista, che un tempo si chiamava "forbici e colla" e oggi, nel Terzo Millennio, si chiama Ctrl+C, Ctrl+V.
Se invece il testo contiene grossolane imprecisioni e errori di ortografia è farina del vostro sacco perché siete un professionista serio che i testi se li scrive da sé. Anche i professionisti seri, però, devono campare e quindi la componente testo deve rispondere ad alcune regole.

Contenuti obbligatori del testo sono delle frasi precotte che i lettori (ma sopratutto lo sponsor pagante) si aspettano da voi. Dovete inserire almeno la metà  delle espressioni seguenti:
Mitico, fiore all'occhiello, prestigioso, Made in Italy, firmato dalla penna di, serie limitata, accattivante, prezzo interessante, linee filanti, ciclistica d'eccezione, motore generoso, componentistica di qualità, design di eccellenza, che il mondo ci invidia, esuberante, grintoso, entusiasmante, giusto compromesso, accoppiata vincente, gioco di prestigio, ha tirato fuori dal cilindro, oggetto di culto, ha superato sé stessa, conferenza stampa blindata, ghiotte anticipazioni, esclusivo sistema di frenata, sbaragliata la concorrenza, guidabilissima, potenza mostruosa ma docile da gestire, comoda come una poltrona, 275 kmh sulle autostrade tedesche, 190 CV di pura libidine, domani ho la rata del mutuo.
Il vero giornalista riuscirà a inserire più della metà di questi termini ed espressioni in un solo articolo.
Volete far carriera subito? Metteteceli tutti in blocco senza toccare niente! Nessuno se ne accorgerà.

PS:Fate attenzione che ci sia la giusta punteggiatura sennò i periodi diventano illeggibili.

venerdì 20 agosto 2010

Milwaukee addio

Dopo 107 anni di onorata cittadinanza a Milwaukee, Harley Davidson sta seriamente considerando la possibilità di spostare la produzione altrove. Sono al vaglio diverse possibilità di ricollocarsi in vari stati USA ma c'è anche chi parla di lasciare gli Stati Uniti.

Le ragioni sono le stesse che assillano tutti i fabbricanti di moto e sono legate alla riduzione dei costi.
A detta dei suoi responsabili, l'andamento delle vendite di HD sarebbe fortemente stagionale e la produzione dovrebbe avere la flessibilità di ridurre e aumentare la forza lavoro di conseguenza. I sindacati invece non sembrano disposti a negoziare e la trattativa con le principali sigle presenti in fabbrica va avanti da oltre un mese senza particolari speranze di successo.

I posti di lavoro legati alla produzione sono circa 1.630 e, nel caso di uno spostamento della fabbrica, andrebbero gradualmente ad essere eliminati. A Milwaukee rimarrebbe solo la direzione generale della Harley. In assenza di soluzioni all'italiana (chi può dimenticare i 7 anni di ammortizzatori sociali per i licenziati Alitalia?), il giorno che la produzione chiuderà, gli operai HD e i loro sindacalisti se ne resteranno a casa. Punto.

E' naturale quindi domandarsi quanto sia realistica (e lungimirante) la posizione irremovibile dei sindacati, che sembrano decisi a difendere uno status quo ma incapaci di prevedere per quanto tempo questo possa reggere. Trovare un accordo sulla flessibilità e salvare 1.630 posti di lavoro o tenere duro e perderli tutti fra un anno?
C'è chi considera le voci legate allo spostamento come una pura mossa tattica per sbloccare i negoziati, chi invece ritiene che la sopravvivenza dell'azienda motociclistica sia legata a una maggiore competitività nel medio-lungo termine e quindi la decisione sia pressoché inevitabile.

Alcuni stati USA hanno presentato dei pacchetti di incentivi per portarsi in casa il celebre marchio, ma la soluzione vincente non è un regime fiscale favorevole per 5 o 10 anni o la disponibilità di finanziamenti agevolati. Alla lunga, il vantaggio competitivo è dato dalla flessibilità che solo un accordo con i sindacati (o l'assenza di sindacati dalla nuova fabbrica) può consentire.

Dopo il successo di vendite negli ultimi anni, la generazione che ha rappresentato il maggiore mercato per le Harley Davidson (i "baby boomers" del dopoguerra) sta invecchiando e la propensione all'acquisto di moto è inversamente proporzionale agli acciacchi dell'età. C'è quindi dietro l'angolo un possibile declino della domanda. La decisione di staccare la spina alla Buell, l'azienda del gruppo che produceva moto di ispirazione più sportiva, significa che Harley Davidson dispone ora di una gamma di prodotti destinati a un solo tipo di pubblico. Mossa pericolosa, ma forse necessaria per tagliare velocemente i costi.

Staremo quindi a vedere se HD lascerà veramente la sua patria Milwaukee e quali saranno i successivi sviluppi. Non bisogna dimenticare che la casa americana ha già una significativa presenza in India, uno dei maggiori mercati potenziali al mondo, e già da tempo si parlava di assemblare le Harley nel paese asiatico per evitare i gravosi dazi doganali sull'importazione dei prodotti finiti.

A Milwaukee un pensierino sull'India devono per forza averlo fatto…

giovedì 5 agosto 2010

Punti di vista

Improvviso di maltempo sul Nord e Centro Italia e le temperature di questa prima settimana di Agosto scendono in picchiata.
Non erano ancora le 5 di questa mattina che ha iniziato a cadere una pioggia torrenziale accompagnata da raffiche di vento. Cinque ore dopo pioveva ancora e la temperatura non superava i 15°.

Che piacere prepararsi a uscire indossando una camicia più pesante e, pensandoci bene, anche un giacchetto impermeabile, mentre le folate di vento scaraventano secchiate d'acqua sulle finestre.

Cielo nero e nuvole basse che scorrazzano veloci. Che c'è di più bello dopo settimane d'afa?

Questione di punti di vista. Quante volte, proprio in questo momento dell'anno, abbiamo guardato fuori dalla finestra e maledetto il maltempo, quell'aria fredda e quel cielo nero?
Che cosa fai quando a metà di un viaggio, con la moto parcheggiata davanti all'albergo, ti capita una giornata da lupi come questa?

Ti documenti sull'evoluzione meteo, guardi il cielo, studi una strategia di itinerario ma intanto tiri fuori la tuta antipioggia. Si parte lo stesso, ma la bellezza di una giornata passata a pennellare le curve sull'asfalto asciutto è sfumata.

Mi torna alla mente un arrivo in traghetto a Barcellona mentre veniva giù un nubifragio. E noi che sognavamo cieli azzurri e temperature miti. Viene giù tanta acqua che non mi accorgo nemmeno di aver mancato  l'uscita giusta dall'autostrada e aggiungo quasi un'ora al tragitto per l'albergo. Un'ora di rovesci ininterrotti, naturalmente. E io che, ottimista, mi ero rifiutato perfino di indossare l'antipioggia sopra la tuta in pelle.

L'immagine di un viaggio "bagnato" mi fa ricordare un altro risveglio amaro. Andorra, sono le 7 e piove. 

Le nuvole sono così basse che sembra di toccarle. Facciamo colazione sperando in un miglioramento ma non c'è niente da fare: arrivano le 9 e la pioggia non accenna a smettere.

OK, indossiamo l'antipioggia e ci mettiamo in strada. È Ottobre e fa anche freddo. Seguiamo la strada per la frontiera spagnola e La Seu d'Urgell cercando di non scivolare sulle strisce e la segnaletica orizzontale bagnate. Ovviamente alla frontiera il doganiere spagnolo vuole farmi aprire l'unica borsa coperta da telo impermeabile. Quelle che si aprono semplicemente a chiave non gli interessano.

Fuori farà freddo ma nella tuta antipioggia si suda e il casco si appanna.

Ripartiamo. Dopo dieci minuti in terra spagnola, ecco che esce il sole.
Un altro dei grandi piaceri della vita è togliersi la tuta antipioggia...

sabato 10 luglio 2010

Ti saluto

Le strade si affollano di motociclisti, italici e stranieri,  ora che si rischia di prendere una settimana intera di sole e la tuta antipioggia può restare sul fondo del bagaglio.

Se ne vedono a centinaia e il tuo braccio sinistro è sempre pronto a salutarli o a ricambiare il loro saluto.

Già, il saluto! Una di quelle cose che ci separa dagli automobilisti e ci pone a millenni di distanza dagli scooteristi nella scala evolutiva.

Il saluto del motociclista si presenta in tante forme diverse, ognuna espressione della personalità del titolare del braccio (o a volte della gamba).

Ci sono volte però che il saluto non ti riesce, ma non è per alterigia o supponenza. Sono quei momenti in cui ti servono tutti gli arti del corpo e la testa non può che puntare l'uscita dalla curva: stai arrivando allegrotto in un tornante, il solito ciclista davanti a te sta facendo i bordi come una barca a vela e dall'altra parte scende una vecchia Honda Pan. Scali due marce, scansi il ciclista, imposti una traiettoria semi-decente ed esci dalla curva. Il tizio della Pan ti ha salutato, ma tu non avevi un arto libero per contraccambiare il saluto.
Se è uno che va in moto da qualche anno, avrà capito che avevi altro da fare.

Ma torniamo ai saluti riusciti.
C'è il saluto lento e ampio, il braccio che si abbassa verso la strada e risale solenne verso l'alto, le dita della mano che formano una V.  È il saluto che dice: ciao fratello, giornata da moto oggi. Buona strada a te.

C'è il saluto nervoso di chi non ha che un secondo di tempo prima di dover tornare alla condotta del mezzo. Come se quello della Pan ti avesse incrociato un attimo prima della manovra cliclista/tornante.
Anche quello è un: ciao! ma un po' stressato.

C'è il saluto elettronico di chi ti lampeggia e basta. Non mi soddisfa più di tanto ma può ancora andare.

C'è infine il "saluto italico", il più stitico della serie.
Incontri un motociclista in rettilineo, zero stress, mani e piedi liberi salvo la presa sulla manopola del gas.
Lo saluti con il gesto consueto e lui ti risponde sollevando due dita guantate dalla manopola sinistra.

Fatto, tutto qui. Due dita.

Ma non vogliategliene male. Al motociclista italico quella manovra è costata comunque uno sforzo psicologico immane. C'è stata un'illuminazione sconvolgente, qualcosa che solo anni di psicoanalisi possono produrre.

Ha dovuto ammettere a se stesso di non essere l'unico utente della strada in quel momento. Ha preso coscienza del fatto che c'era anche qualcun altro a cavallo di una moto, che la sfera terrestre era popolata anche da altri umani e non solo da lui.

Il saluto, nella sua forma elementare di riconoscimento dell'esistenza del prossimo, c'è comunque stato.

Sappiate anche che  scoprire così bruscamente di non essere il primo e l'unico motociclista al mondo gli ha rovinato la giornata. Vi deve bastare.

sabato 12 giugno 2010

Altro giro, altra corsa

Questa frase all'altoparlante era quella che segnalava la fine della corsa al Luna Park. Era quando i bambini alzavano gli occhi imploranti ai genitori perchè ne pagassero una in più. 

Avevo appena finito di pulire la moto dallo strato di polvere e insetti del viaggio in Spagna quando mi si è presentata l'occasione di fare un altro giro. Questa volta in Sardegna, complice la richiesta di alcuni amici tedeschi che volevano girare l'isola e sapevano che la conosco abbastanza bene.

La Sardegna in bassa stagione è l'isola del tesoro, con strade deserte, alberghi semivuoti e prezzi abbordabili. Le statali e provinciali che conducono all'interno hanno livelli di traffico minimi, mentre sulla costa si riesce ancora a viaggiare senza grossi problemi.

Il sole è caldo ma la brezza marina è fresca e Giugno regala delle giornate eccezionali, con qualche nuvola in cielo per dare maggior carattere alle fotografie. Insomma, questo mese è l'occasione di girare l'isola senza problemi e senza doversi litigare ogni metro quadrato di spazio con il resto del mondo.

All'imbarco dei traghetti, poca gente ancora. Ci sono quasi tante moto quante auto. Purtroppo anche parecchi camper, che spesso vi ritrovate contromano nelle curve perchè l'imbecille al volante non sa guidare.

Proprio questo è il problema, l'unico, da tenere presente quando si viaggia in Sardegna in bassa stagione. Si comincia a credere di essere i soli utenti della strada e invece l'idiota è sempre in agguato: l'auto che esce dal parcheggio in retromarcia, la conversione a U di chi non guarda nemmeno se c'è traffico in arrivo, lo scatolone di plastica con due pensionati in cabina di guida che si arrampica sfumazzando sui tornanti a 30kmh.

Salvo rare eccezioni, l'asfalto è un nastro di carta vetrata, ottimo per la tenuta e privo di irregolarità. Ogni tanto si incontrano gruppetti di motociclisti stranieri che si godono l'isola come te. Ancora pochi gli italiani e quei pochi rigorosamente in BMW.

Sei giorni e il giro è già finito. Prendo il traghetto per la Corsica, dove già l'affollamento è più evidente e lascio anche quest'isola il giorno stesso diretto a casa. Per quest'anno i miei motogiri riprenderanno a fine Settembre.

E ora qualche foto per chi ne avesse voglia...


lunedì 19 aprile 2010

Motociclisti e cani


Poco più di un anno fa ho scritto un post (Collega cane) dedicato al piacere di correre con il vento in faccia, una sensazione impagabile che ci accomuna al nostro amico a quattro zampe.
Questa mattina, portando le mie due belve a passeggiare, le studiavo mentre si godevano la giornata primaverile, il sole caldo e l'erba fresca. Le vedevo fendere il verde come due motovedette, i fili d'erba che si aprivano davanti a loro come le onde solcate da una prua. Il passo veloce e saltellante e l'espressione del muso mi hanno fatto riflettere. Staranno ridendo dall'allegria? 

La domanda non è certo originale. Se la pone l'umanità già da qualche millennio, da quando cioè il cane è diventato il miglior amico dell'uomo (nella paziente attesa che l'uomo diventi il miglior amico del cane, la qual cosa però non è ancora assodata).

Sono andato a cercare la frase "i cani ridono" su Google. E' quello che faccio quando un dubbio esistenziale mi attanaglia. Bè, altre volte invece mi stappo una birra, ma mai prima delle 17:00. Ho trovato una serie di riferimenti, il più interessante su Yahoo Answers. Anche qui, niente di conclusivo, più che altro l'esigenza sentita da molti cinofili di leggere l'espressione dei loro amici.

Ancora un punto in comune tra cane e motociclista. Il centauro serio, quello con il casco integrale, ride dietro la mentoniera ma non si vede. L'osservatore attento vedrà l'espressione degli occhi, scorgerà qualche ruga espressiva o coglierà un impercettibile scuotimento del capo. Insomma, a guardare bene, cani e motociclisti sorridono. E lo fanno spesso per le stesse cose: una giornata fresca e assolata, il piacere di darci dentro e vedere la strada (o il prato) che sfila veloce ai lati dello sguardo.

Ma è sempre meglio non esagerare con le similitudini. Arriva infatti il momento in cui il parallelismo si interrompe. Ma questo non è quando il cane si ferma e annaffia il primo albero che trova! Chi di noi non ha fatto altrettanto lungo la strada? E senza mai raggiungere la disinvoltura e la rapidità del quadrupede.

Dopo la sua corsa il cane è felice di tornare a casa, di sdraiarsi per terra e farsi due ore di sonno. Noi no. 
Noi vogliamo di più: più lontano, più veloce, più a lungo.
Il cane, nella sua profonda saggezza esistenziale, non ne capirebbe il motivo e non ne sente il bisogno.

domenica 21 febbraio 2010

Un anno!

Pazzesco! Questo Blog ha già compiuto un anno di vita e la ricorrenza mi era sfuggita del tutto.
Poco male, siamo ancora in tempo per rimediare. "Buon primo anno, Blog!"
Visto? Già fatto.
Ma che cosa è cambiato in questi dodici mesi? Molte cose, c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Un anno fa mi stavo riprendendo dal fatto traumatico di aver perso il lavoro e (comprensibilmente) avevo in testa una gran confusione sul da farsi. Devo dire che la moto (e gli amici motociclisti) mi hanno molto aiutato a non perdere la voglia di fare e a godermi dei gran bei viaggi, senza per questo intaccare in maniera eccessiva le mie risorse finanziarie.

Per la prima volta in tanti anni, ho ripreso a stare molto attento a quanto spendo. La crisi mondiale (e quella mia in particolare) mi hanno reso molto più cauto nel fare scelte di acquisto. Un maggiore rigore nell'uso del denaro non può che essere una buona cosa e ho dovuto rimettere in pista delle vecchie astuzie che negli anni avevo trascurato.

Se c'è una cosa che questo periodo gramo mi ha insegnato è che non devi mai abbassare la guardia. Le vacche grasse domani potrebbero essere diventate magre. O peggio ancora, domani apri la finestra e le vacche non ci sono più. Anni fa, i cicli dell'economia giravano più lentamente e in maniera abbastanza prevedibile; oggi conviene uscire di casa con l'ombrello e anche gli occhiali da sole.

Ma torniamo a questi dodici mesi di Blog, dal Febbraio 2009 a oggi.

Febbraio 2010, un anno dopo: ho le idee più chiare, sto lavorando per mio conto e ho tanti progetti in cantiere. Progetti di lavoro e progetti di viaggio. Posso dire di essere sereno (per quanto lo si possa essere di questi tempi) ma è già qualcosa.

Progetti di viaggio? Si parla di andare in Spagna (la Sierra Nevada in Primavera vale la pena di essere vista), ho un giro di Sardegna e Corsica con degli amici tedeschi e il resto dei programmi si aggiungerà piano piano come spesso avviene.

Intanto, guardando fuori c'è odore di primavera e probabilmente abbiamo chiuso con la neve per il momento. Come per le previsioni del tempo e quelle economiche, meglio tenersi sul breve termine: c'è meno rischio di sorprese. Per quanto contrario al mio naturale modo di essere, non fare progetti di lunga portata ma godersi la giornata può anche rivelarsi divertente.

Di Orazio sono famose due parole: Carpe diem, ma anche il resto della frase ha il suo bel perché:"…e fidati il meno possibile di quello successivo."


sabato 6 febbraio 2010

Io e il GPS

Quando vidi in vetrina il mio primo navigatore satellitare, sentii scoccare una scintilla e qualcosa mi disse che era nata una storia d'amore con questo miracoloso dispositivo elettronico. Era un Garmin Street Pilot III, grande come un piccolo televisore e costoso all'inverosimile (Eur 1300) ma stiamo parlando di 8 anni fa.
Nella scatola del mio primo GPS oggi ci farebbero entrare una stampante, ma ve l'ho detto: ero ormai infatuato e il mio Street Pilot III era semplicemente perfetto. Lo comprai e mi scoprii spesso a fissarlo soddisfatto anche quando era spento.

Dopo alcune frustranti sessioni al PC per caricare la cartografia e sbloccarne i codici, mi resi conto che le cartucce di memoria da 128MB non erano un gran che. Per salvare la cartografia dettagliata di Italia, Svizzera e Germania ce ne volevano 3. Alla faccia della praticità. In seguito trovai delle schede compatibili da 256MB e le cose cominciarono a migliorare, ma il GPS era diventato lento nel gestire il doppio dei dati. Dopo aver mancato per colpa sua un paio di incroci essenziali e fatto un giro indesiderato della Svizzera, decisi di pensionarlo.

Mi misi alla ricerca di qualcosa che potesse funzionare anche sulla moto e optai per il Garmin iQue 3600, uno strumento rivoluzionario a metà strada tra un PDA e un GPS. E infatti non era né l'uno né l'altro: non l'ho mai usato come PDA (che cosa è un PDA?) e non ha mai funzionato bene come GPS. Un giorno, mentre salivo in moto sui tornanti del Passo del Tonale, l'imbecille mi invitava ogni 100 metri a "girare a destra", ma non ero ancora pronto per il suicidio e strappai il cavo dell'auricolare.

Comprai allora un TomTom Rider e lo montai sulla moto, dove è ancora in uso.  In quasi 5 anni di viaggi, devo dire che si è guadagnato la media dell'8. Nonostante trasmetta le indicazioni vocali, preferisco lasciarmi guidare dalle frecce sullo schermo, tanto sopra i 70 kmh nel casco non si sente più niente.

Ma decisi che mi serviva anche un nuovo GPS per la macchina.
Incredibile quello che la tecnologia è riuscita a fare in così poco tempo. Il mio Garmin Nuvi 1200 (acquisito a costo zero con i punti del supermercato) è velocissimo e precisissimo. (La vocina che mi parla è odiosa, ma chiunque mi dica di continuo dove devo girare mi sarebbe odioso.) Il problema è che la miniaturizzazione lo ha reso piccolo come un cellulare e leggero come un pacchetto di mentine: se lo attacco con la ventosa al parabrezza, lo schermo da 3,5" non si vede più. Se lo fisso all'aletta parasole, devo distogliere gli occhi dalla strada.

Se solo mi ricordassi dove ho messo quel mausoleo di Street Pilot III…

martedì 2 febbraio 2010

Modainverno 2010

L'uomo motociclista dell'Inverno 2010 si presenta spudorato e avventuroso, novello James Dean all ricerca di pupe da bar e risse nel saloon. Ma quando soffia il maestrale, anche il ribelle più ribelle corre ai ripari.

Ecco qui una mascherina in neoprene con sovrastampato un teschio, un indumento utile quando il termometro scende sotto lo zero e al tempo stesso una simpatica burla ai danni dell'automobilista che si ferma al vostro fianco al semaforo. Basterà un rapido sguardo nel suo finestrino per fargli fare una serie di scongiuri. Garantita una situazione e-si-la-ran-te.

Qui di seguito vedete i nostri modelli (abbiamo scelto dei veri motociclisti invece dei soliti frocetti) mentre si trovano on location nel Sahara.

Ecco una giacca ognitempo della Spidi, un indumento tecnico da usare in qualsiasi occasione (basta che non piova o tiri vento). Un fazzoletto di cotone e una sciarpa completano il look da Tuareg. Gli occhiali sono da vista e non sono in vendita, quindi si prega di non insistere.

Ma abbiamo già accennato che il biker 2010 è sfrontato e provocatore, una simpatica canaglia. Ecco quindi una mise particolare, per quelle fredde giornate nel deserto che anche i cammelli non sopportano.

Giacca tecnica Frank Thomas e berretto di lana integrale. Si consiglia di arrotolarlo scoprendo gli occhi prima di salire in moto (questo nella foto è il secondo modello che ha posato per noi, il primo è ancora ricoverato in Tunisia).

Per concludere, vi presentiamo qui sotto un look retrò che riporta alla mente mitiche figure milenarie e che nasce dalla combinazione di più capi tecnici, ma con il freddo non si discute.

La giacca è una Fieldsheer made in USA, mentre il copricapo modello Hammurabi è ricavato da un passamontagna in Lycra con disegni tribali abbinato ad un berretto di lana nera.

Concludiamo così la nostra carrellata sulla Modainverno 2010, segnalandovi che i capi presentati sono già in vendita nei migliori negozi di moto. Se questo servizio è stato di vostro gradimento, lo ripeteremo a breve sul nostro blog presentandovi l'imperdibile e spiritosissima Collezione Primavera.

domenica 8 novembre 2009

Big Frank cambia moto

Big Frank si chiama così per un buon motivo.
È un uomo che sta per salutare la cinquantina, con un fisico da lottatore e una pancia di proporzioni ragguardevoli. Una stretta di mano di Frank è come infilare le dita tra due rulli. Eppure quando si lancia in una serpentina di curve con la sua FZ-1 sembra un ragazzo sulla sua prima motoretta da sparo.

Questo da lontano.

Da vicino, per dirla come gli Americani, sembra un gorilla che fa sesso con un pallone da football.

Frank ha un cognome di origine polacca pieno di consonanti e quindi, per distinguerlo dagli altri due Frank del gruppo di amici con cui gira, si è deciso di chiamarlo Big Frank, mentre gli altri due sono ovviamente Medium e Small.

Frank ha fatto la sua carriera nell’US Army ed è andato in pensione come sottufficiale. Se incontra qualcuno che faceva l’ufficiale è meglio intervenire per separarli perché, adesso che è un civile, Big Frank si toglie i sassolini dalla scarpa senza mezzi termini.

La sua passione sono le moto. Nel garage della sua villetta sul Buffalo Lake in North Carolina, Frank ha una piccola collezione: una Honda ST1100, una Yamaha FZ-1, una Buell Ulysses e una FJR1300 del 2005.
Adesso però ha venduto le ultime due e si è comprato una FJR1300 modello 2008, colore nero, e, se lo conosco, le avrà già limato le pedane sulle curve delle “back roads” dalle parti sue. La moto è praticamente nuova e Frank ha davanti a sé un intero inverno per metterla a punto come vuole lui: motore, sospensioni e accessori vari.

Già me lo vedo con la cassetta dei ferri aperta, un mug di caffè che fuma sul bancone e le lenti bifocali inforcate mentre prova a infilare le manine XXL negli spazi della carenatura.

Nel suo garage c’è anche tutta l’attrezzatura per cambiare le gomme e non manca mai un paio di treni di scorta sullo scaffale. Chi si trovi a passare dalle sue parti e abbia un problema di pneumatici, basta che lo chiami sul cellulare. Frank ha tempo a disposizione, è un meccanico esperto e non chiede di meglio di essere richiamato in azione.

Arriva con il suo rimorchio, ti carica la moto e due ore dopo sei di nuovo in strada. Nel frattempo hai bevuto un caffè con lui (o una birra a seconda dell’ora) e ti ha raccontato di sicuro che cosa pensa degli ufficiali.

Big Frank è quel tipo di motociclista che ti fa essere orgoglioso di appartenere alla categoria.

venerdì 30 ottobre 2009

Una bella storia vera

Tyler è una donna sulla quarantina, vivace e attraente, che vive in California dalle parti di San Francisco. Il suo hobby è la moto e ha perfino messo su una piccola società che organizza tour motociclistici negli Stati Uniti.

Tyler frequenta diversi forum dedicati alle moto ed è proprio così che ci "conosciamo". Improvvisamente, a fine Giugno 2009, uno di questi forum pubblica la notizia: Tyler is down.

Alla guida di un gruppo di moto in Idaho, Tyler era ferma dietro a un semirimorchio a un incrocio non regolato da semafori. Visto che il mezzo che bloccava la strada non accennava a muoversi, dopo un paio di minuti Tyler lo affiancava sulla destra cercando di arrivare allo stop per vedere quale fosse il problema. (Quante volte abbiamo fatto la stessa cosa?)

In quel momento, però, il semirimorchio si rimetteva in movimento girando a destra, Tyler veniva spinta giù dalla moto dal rimorchio e le ruote posteriori del mezzo le passavano sopra le gambe e il bacino.

Senza entrare nel dettaglio agghiacciante dei danni subiti, Tyler ha vissuto un vero calvario negli ultimi quattro mesi. Dall'Idaho è stata trasferita in un ospedale dalle parti sue (oltre 1200 km di distanza) quando era fuori pericolo e ha intrapreso il lungo percorso di riabilitazione motoria e di trapianto della pelle.

Ma da ieri è finalmente a casa.

Nelle sue parole: "so che il mio viaggio non è ancora al termine e sono certa che ci saranno ancora giorni difficili, ma so anche che la forza e l'amore di chi mi è vicino mi aiuteranno a perseverare e a superare gli ostacoli lungo la strada".

Non so se Tyler risalirà mai più in sella, ma non importa. Per gente come noi, la passione per le moto vuol dire molto, ma la vita è tutto.

martedì 27 ottobre 2009

La madre di tutte le strade


Diciamo pure che l'augurio che mi ero fatto prima di partire per la Spagna si è avverato solo a metà.

Le strade sono state buone, anzi ottime e perfino asciutte. Ma la calma di vento non c'è stata, anzi. Venti forti settentrionali hanno creato gravi ritardi nel traffico marittimo e reso necessario assicurare le moto al ponte garage per evitare che se ne andassero a spasso.

Le vicende meteo ci hanno visti, contrariamente ai piani iniziali, rientrare su Civitavecchia e quindi risalire la costa tirrenica fino a La Spezia.

Per me, questa tratta stradale fuori programma ha fatto riaffiorare i ricordi dei miei primi viaggi, visto che ho abitato a Roma per molti anni.

La SS1 Via Aurelia era per me "la madre di tutte le strade". Ogni mattina mi conduceva a scuola a cavallo della mia Vespa 50 e ogni fine settimana era la pista di lancio per varie scorribande, prima con il minuscolo scooter e poi con moto più grandi o in automobile.

Fu sulla Via Aurelia che nel 1970 rimasi senza benzina mentre mi dirigevo ad Amsterdam in macchina. Un esordio piuttosto miserabile per un viaggio allora epico.

Attraversando l'Aurelia ebbi il mio primo incidente di moto, speronato da un idiota in Vespa che andava contromano. Andai in terra sbattendo la testa, ma per fortuna portavo un casco integrale ben prima che fosse obbligatorio per legge.

L'Aurelia era la strada che conduceva ai traghetti delle FS diretti in Sardegna, le vecchie motonavi Tyrsus e Gallura. I ponti erano in legno e si dormiva in sacco a pelo negli angoli ridossati dal vento, dopo aver fatto scorta di birre al bar della nave.

Si arrivava mezzi intontiti a Golfo Aranci che era ancora buio e si cominciava a sentire sul viso il sole nascente mentre le nostre moto percorrevano la SS125 dalle parti di Arzachena. A volte si portavano le moto a bordo spiaggia e si continuava a dormire sulla sabbia per qualche ora.

Sempre l'Aurelia era la strada che ci conduceva al Monte Argentario o ad Albinia con le tende da campeggio arrotolate sul portapacchi. Anni dopo, ci siamo avventurati fino a Punta Ala, all'Elba e perfino nella "lontana" Liguria.

Con il passare del tempo e con l'acquisto delle prime moto "serie", l'idea di farsi 500 km in sella diventava meno terrificante e l'Aurelia rappresentava ormai solo la prima tratta di percorsi più complessi e impegnativi.

Mentre questa strada familiare scorreva sotto le mie ruote qualche giorno fa, ripercorrevo questi quasi quarant'anni della mia vita con una certa nostalgia. L'Aurelia "nuova" (una pessima superstrada piena di buche e avvallamenti) ai tempi non c'era ancora. Da Follonica in poi era uno stillicidio di attraversamenti di paesi, fermate di corriera, camion e palette dei Carabinieri.

Si arrivava al confine con la Liguria che era quasi sera. Poi si saliva il mitico Passo del Bracco per scendere sul golfo del Tigullio. L'autostrada Livorno-Sestri Levante sarebbe solo arrivata nel 1975.

Ma intanto la strada del ritorno ci ha portati a Rosignano. E' ora di lasciare l'Aurelia e aprire il gas per le tre ore di autostrada e quei 25 Euro rapinati che ci separano da casa.

giovedì 27 agosto 2009

Storie di banchina

La fila di veicoli sulla banchina è interminabile, ma con la moto sei sempre in pole position o quasi.

Davanti a noi ci sono solo due moto e hanno targa tedesca. Lui è un tipo dissipato, come un hippy in naftalina, codino grigio e giacca con le frange, sembra Willie Nelson ma è molto più alto. La Harley che cavalca è vecchiotta ma almeno non perde olio. Lei è un po’ tappa, 50 anni suonati, capello biondo a spazzola, pantalone in pelle dipinto addosso e una Honda Shadow che non avrà il carisma della HD, ma almeno si manovra comodamente.

Dietro di noi è appena arrivata una coppia italiana su R1200GS, tra lui e lei c’è mezzo catalogo BMW Motorrad 2009. Conto almeno 2000 Euro di vestiario in vista, chissà poi quanto altro si nasconde nelle borse corazzate (o refrigerate che siano). Sembrano seccati di non essere i primi della fila, ma si sa che la vita è ingiusta.

Poi c’è un tizio chiacchierone con un V-Strom stracarico di bagaglio. Dice di non avere nemmeno una cartina stradale, ma è anche vero che le vacanze più belle sono quelle estemporanee. Speriamo che abbia almeno portato lo spazzolino da denti.

Un fracasso infernale annuncia l’arrivo di due olandesi in tute di pelle integrali abbarbicati su due Ducati sferraglianti che puzzano di olio caldo. Sfilano davanti a tutti e si fermano con aria soddisfatta a un metro dall’orlo della banchina. Gli sguardi di venti motociclisti si fissano su di loro, qualcuno scuote la testa. “Arschlöcher” dice fra i denti Willie Nelson mentre si accende una paglia senza filtro.

Intanto alla fila si sono aggiunte tre moto stradali (due Kawa e una Suzy) con tre tipi palestrati che, dopo averci fatto quattro chiacchiere, non sono in viaggio a caccia di donne. Speriamo che non ci capiti la cabina a fianco.

Il sole è già calato e, nella luce rosa-arancione di un tramonto estivo, appare all’improvviso la nave. È una sagoma scura che scintilla di mille luci mentre scivola silenziosa verso di noi; poi ruota con elegante sicurezza e attracca alla banchina, spingendo verso terra l’odore della nafta mischiato alla puzza di mare marcio del porto.

Dopo mezz’ora il ponte garage si è svuotato e l’ufficiale ci fa segno di indossare i caschi e salire a bordo. I due Olandesi fanno finta di non capire e cominciano a smanettare come due scooteristi al semaforo, braaap, braaap, ma il casco non se lo mettono.

L’ufficiale gli fa di nuovo segno: mettetevi-il-casco. Ma loro niente; si son fatti mille chilometri per venire fin qui a fare come gli pare e nessuno ormai li può costringere. In Olanda avrebbero subito detto: Jawel meneer! e si sarebbero infilati gli integrali, ma qui sono in vacanza ed è troppo bello fare i cinghiali in Italia.

L’ufficiale si stringe nelle spalle e li fa salire a bordo. La sua espressione dice: cazzi loro.

Ora saliamo anche noi. Nel giro di pochi minuti le moto sono appoggiate sul laterale con la prima inserita e il bagaglio è già stato scaricato alla rinfusa in cabina.

Mentre attacchiamo la prima birra, una vibrazione scuote la nave e i lampioni della banchina sfilano lentamente. Siamo partiti.