giovedì 31 dicembre 2009

Anno nuovo, dita nuove


Si, grazie, lo so: il detto popolare parla di “vita nuova”. Ma voi credete veramente di poter cambiare vita solo perché sul calendario ora c'è scritto 2010? (Tanto per cominciare, dovete anche abituarvi a scrivere la nuova cifra, e non più 2009 come le vostre mani fanno ormai in automatico).
Io non credo di farcela a cambiare. Un autentico cambiamento è difficile e a volte non ne vale nemmeno la pena.

Sentite a me, fatevi piuttosto una manicure: dita nuove, appunto. Costa poco e, se da una parte rimarrete i soliti animali di sempre, dall’altra avrete almeno delle mani presentabili.
Come alternativa, vi posso proporre “viti nuove”. Con una modica spesa potrete cambiare tutte le viti della vostra moto e, chissà, anche dell’auto se ci avete preso gusto.


Per chi proprio non riesce a iniziare il nuovo anno senza qualche proponimento o obiettivo, mi permetto di suggerirne qualcuno: 
  •  Fatevi restituire dal 2010 quello che il 2009 vi ha portato via. Soldi, entusiasmo, lavoro. Scegliete voi.
  •  Non vi incatenate al cancello della vostra ditta se questa dovesse chiudere. Serve solo a finire sul TG3 (sempre che non ci siano altri incatenati più eccellenti di voi). Trovatevi o inventatevi un altro lavoro.
  •  Non andate in città con la moto. Ormai è chiaro: si rischia la pelle. Usate la moto solo su strade aperte, meglio se fuori Italia. Per andare in centro, prendete i mezzi pubblici. Contrariamente a quanto molti pensano, non è necessario essere extracomunitari per poterlo fare.
  •  Non credete alla TV. Attori e giornalisti sono pagati per dire le cose che altri gli scrivono. La differenza tra i due è che, di solito, chi scrive i copioni degli attori è più intelligente. (Ci sono alcune eccezioni, come Natale a Beverly Hills, per esempio.)
  • Aprite un Blog. Scrivete quello che vi viene in mente e non fate caso alla punteggiatura. Non importa se mettete giù un mare di cazzate. Non siete i soli e almeno nessuno vi paga per farlo. (Vedi punto precedente sotto Giornalisti).   
  • Spendete i due soldi che vi restano. Così facendo aiutate l’economia, vi regalate delle splendide cose inutili e non li date alle banche. Tanto il mondo finirà tra due anni e gli interessi di 24 mesi fanno ridere
  • Dite quello che vi passa per la testa. Avete un anno di più ed è ora di cominciare a usarla. Basta con i luoghi comuni, il buonismo e la farina dei sacchi altrui. Se non foste in grado di pensare in maniera autonoma, non stareste leggendo questa mia lucida prosa.
  • Ricordatevi che la vita è troppo breve per dire no a un giro in moto.
  •  Non vendete la moto. Quella che avete va benissimo per voi. Ogni anno le moto diventano più sfiatate e più complicate. Se volete un gioiello dell’elettronica, regalatevi un iPhone.
  • Visto che ci siete, fatevi anche un pedicure. Così in spiaggia non dovrete più vergognarvi delle vostre dita e potrete smettere di tenerle arricciate nella sabbia.  
Coraggio, domani avremo un anno di più. Invecchiare è una cosa tremenda, ma l’alternativa è molto peggiore.

mercoledì 30 dicembre 2009

Ultimi preparativi

Tra una settimana si parte per la Tunisia e, come da tradizione, è questo il momento di preparare le liste di controllo per vedere se nel bagaglio manchi qualcosa.

In primis, occorre una Carta Verde che contenga la sigla TN e che quindi copra la Tunisia. Seguono naturalmente la patente di guida, il passaporto e il libretto di circolazione della moto con 10 Euro dentro (capisc’ammè..).
Avremo un compressore per i pneumatici, un paio di kit riparagomme e un solo completo di chiavi inglesi. Inutile che tre persone portino le stesse cose.
Per non litigare, però, abbiamo tre carte stradali del Paese e una quantità di depliant forniti dall’Ente del Turismo tunisino che serviranno per compilare una lista di posti da vedere a ogni costo.
Il posto d’onore nella mia borsa da serbatoio appartiene alla fedele Canon EOS 5D con un paio di obiettivi tuttofare. Sarei tentato di portarmi appresso due corpi macchina e otto obiettivi, ma finirei  per sovraccaricarmi inutilmente. Non ha senso riempirmi di "vetri" particolari, che magari userò per una o due foto (se va bene) in tutto il viaggio.


In un angolo della borsa da serbatoio mi accompagnerà questo cimelio. E’ un dizionario Italiano-Arabo che ha quasi un secolo e non vede il Nord Africa da 70 anni. Lo usarono i miei genitori durante la loro permanenza in Libia alla fine degli anni ’30 e non è più ritornato da quelle parti dal 1940 a oggi.
L’oggetto ha un valore più che altro simbolico. Tanto per cominciare è a senso unico, cioè non prevede la traduzione dall’Arabo in Italiano (e se anche lo facesse, io non so leggere l’Arabo). Inoltre la Tunisia è notoriamente un Paese a vocazione turistica e per farsi capire basta il Francese (ma spesso funziona anche l’Italiano).
Insomma, l’opera del Sig. R. Di Tucci edita dalla Sonzogno di Milano attorno al 1910 (che a suo tempo costò 2 lire) mi accompagnerà come talismano e poco altro. Mi è bastato dare una rapida occhiata alla parte intitolata Elementi di grammatica per capire che con la lingua araba ho ben poca affinità.
Comunque Vino si dice sherab. Manca, ahimè, del tutto la parola Birra. Di Tucci, ma che cosa mi combini?
Mi consola sapere che in Tunisia c’è una buona birra locale chiamata Celtia, ma a me basta non dover bere Heineken.

lunedì 28 dicembre 2009

Solo dei normalissimi pazzi

Le Olimpiadi invernali fai-da-te, iniziate con il lancio del duomo al Berlusca e proseguite con il placcaggio del papa sul campo da rugby di S. Pietro, sono state viste con grave preoccupazione dai nostri soloni dell’informazione.
Dal cassetto dei luoghi comuni hanno tirato fuori espressioni come “la spirale della violenza”, “inquietante escalation” e altre frasi di comodo che, insieme al “copia e incolla”, sono i pilastri su cui si fonda la professione del giornalista. Il tono serioso e corrucciato ha contagiato anche i loro colleghi sfigati che scribacchiano su Metro, City, Leggo e gli altri tabloid usa-e-getta da sfogliare appunto tra le fermate metro di Cadorna e Sesto FS (o per i Romani tra Ottaviano e Colli Albani) e da buttare via schifati prima di emergere in superficie. E così, mentre i giornali quelli veri tuonavano contro i “toni troppo accesi”, nel loro piccolo i giornalini emettevano timide flatulenze sulla stessa vena.

Ma a mio avviso si tratta di allarmismo ingiustificato. Se una rondine non fa primavera, due malati di mente non fanno odio di classe o religioso.
Altra cosa sarebbe stata se il modellino con le guglie l’avesse scagliato Franceschini (nascondendo poi la mano) o se a fare strike col papa e il cardinale Vattelappesca fosse stato un Imam d’alto bordo. (Oggi l’esponente islamico più gettonato è Khamenei dell’Iran, ma si sa che i gusti della folla in materia di imam sono molto volubili.)
Non dimentichiamo poi che i responsabili dei due folli gesti atletici sono...sì avete indovinato...nient’altro che dei folli. E per definizione il folle è imprevedibile (oltre che, come i fatti hanno dimostrato, di una precisone chirurgica). Perché quindi attribuire a degli squilibrati un disegno criminale o l’appartenenza a una congiura cosmica?
Il folle si fissa su qualcuno e, studiatene le mosse, colpisce all’improvviso. La sua vittima è di solito un personaggio pubblico. Che gusto ci sarebbe a sparare alla Sig.ra Cesira dell’interno 23 o a pugnalare un tranviere?


Se non vi ho convinto, chiedete a John Lennon. Il suo omicida, Mark Chapman, era solo un folle isolato, come anche Sirhan B. Sirhan, che sparò a Bob Kennedy. Niente congiura globale, solo dei normalissimi squilibrati.
Non credo nemmeno al “clima teso” o alle altre teorie che nel periodo natalizio si sono alternate con la cifra spesa dagli Italiani al supermercato o al solito stanco sondaggio sul menu di Capodanno.

John Hinckley, il pazzo che sparò a Ronald Reagan quasi trent’anni fa non lo fece perché aveva tifato per Carter alle elezioni del 1980.
Lui voleva solo fare colpo sulla giovane attrice Jodie Foster.

Paura di essere uccisi da un folle? Tranquilli: il segreto è non diventare famosi e non attraversare mai sulle strisce pedonali.

domenica 27 dicembre 2009

Tunisia 2010


E’ ufficiale!
Si parte per la Tunisia il 6 Gennaio.
Inutile aggiungere che le moto scalpitano dopo un mese di inattività e anche noi non vediamo l’ora di mettere il pollice destro sul pulsante Start. Siamo in tre e siamo ben affiatati, avendo nel corso degli anni macinato migliaia di chilometri insieme.
Un programma dettagliato non c’è e non ci sarà. A parte l’albergo per la prima notte in Tunisia, non intendiamo fare altre
prenotazioni. Data la stagione, andremo dove il meteo ci impone di puntare la ruota anteriore.

Possiamo fare un giro in senso orario discendendo lungo la costa orientale e poi risalendo il confine con l’Algeria, ma sul posto potremmo anche decidere di percorrere l'itinerario in senso contrario.
Destinazioni d’obbligo: Dougga, El Djem, Ksar Ghilane, Tataouine, Djerba e altre ancora.

A Dougga non voglio rinunciare. E’ stato uno degli ultimi posti che ho visto insieme a mio fratello Roberto prima della sua prematura scomparsa 14 anni fa e ancora ricordo le risate che ci siamo fatti. Lui aveva avuto un brutto incidente in Antartide (dove lavorava tre mesi all’anno) ed era stato costretto a camminare con una stampella durante la lunga convalescenza post-operatoria, vedi foto di Roberto con sua moglie Sofia durante quel viaggio. Muoversi tra gli scavi di Dougga era per lui un gioco di pazienza e di equilibrio.

Ma visto che nella zona archeologica erano ancora in corso i lavori, presi in prestito una carriola dal cantiere e iniziai a scorrazzarlo in giro lungo i sentieri che correvano tra le rovine. Fu veramente un gran viaggio e fa parte dei miei ricordi più belli.




Non ho dimenticato anche la cucina locale, anzi quel viaggio mi servì per portarmi a casa delle nuove ricette e fare scorta di Tahina, la pasta di semi di sesamo che si usa in tutto il Nord Africa e nel Medio Oriente.
Agli amici che leggono questo blog prometto ovviamente di riportare impressioni e fotografie da pubblicare.

martedì 22 dicembre 2009

Tempo da cani

Sono diversi giorni che provo a scrivere un post che abbia a che vedere con le moto. Dopotutto questo è un Blog per motociclisti, anche se guardando fuori vedo tutto bianco e davanti al garage ho 40cm di neve. Te la do io la moto…
Improvvisamente, la sorte mi viene incontro. Nel trasloco di sei mesi fa, all’elenco dei beni dispersi si sono aggiunti i miei stivali doposci. No, non sono i Moon-Boots da tamarro, ma dei sobri stivali grigi in gomma e goretex che passano del tutto inosservati e ben si addicono al mio carattere schivo.

Non ultimo, tengono caldo ai piedi e l’acqua non entra. Che cosa di più gli si può chiedere? Ma ora saranno in cantina, nascosti in qualche insospettabile scatolone che reca la scritta: libri scolastici o vecchio frullatore e quindi momentaneamente introvabili.
La sorte, dicevamo. I miei cani stavano facendo cagnara e volevano uscire a giocare. Bè, dai cani che altro puoi aspettarti? Gattara?




In assenza di calzature da neve, ho ingrassato per bene i miei stivali da moto SIDI e mi sono avventurato con le due belve nella coperta di neve fresca. Missione compiuta, piedi asciutti e perfino al caldo. Cani entusiasti dell’avventura in questo strano elemento.
Jin, che è una Schnauzer nana, è sparita interamente nella neve e ne vedevo solo la testa che vagava a mo’ di periscopio nel mare bianco. Sam, che è invece di taglia media, ha scoperto che saltando come una lepre ci si sposta velocemente e si resta relativamente asciutti. Dev’essere una conoscenza incastonata nel DNA dei cani e che riaffiora nell’arco di pochi secondi. Dopo il primo affondamento nel manto nevoso, Sam ha trovato la soluzione in un attimo.

Ma non credetemi sulla parola. Guardate voi stessi il video! E visto che ci siamo, trascorrete delle buone feste, con un anno come il 2009 alle spalle ve le siete meritate.



sabato 19 dicembre 2009

Vaticano ©

La notizia:
Città del Vaticano, 19 dic. (Apcom) - Non si può usare il 'logo' del Papa senza autorizzazione del Vaticano: lo precisa una nota della sala stampa della Santa Sede.
La precisazione si è resa necessaria per “salvaguardare la figura e l'identità personale” dei successori di Pietro dagli abusi di immagine perpetrati da loschi individui, che si fregiano senza permesso della “corporate image” vaticana.
A questo punto chiederete: “ma che caspita me ne faccio io del logo del papa?” Ma ragioniamo: l’uso del logo pontificio non si riduce ad appiccicare un adesivo sull’automobile (anche se al momento non mi viene in mente un solo stordito che lo farebbe). Gli abusi che irritano il nostro Benedetto papa sono di altro genere.

Questi esempi esecrabili vi mostrano a che cosa sono arrivati avventurieri senza scrupoli per promuovere i loro prodotti e servizi.






Bene ha fatto Benedetto a dire basta al mercimonio del suo “crest” secolare! D’ora in poi il logo papale avrà un © che lo accompagna, ma io suggerirei all’Infallibile di registrare anche un , trattandosi di uno stemma che si è nei secoli accompagnato a grandi operazioni commerciali, dai pellegrinaggi all’editoria. Per cui preparatevi a veder sparire biechi sfruttamenti della sua immagine come quelli seguenti.







Chiuderei questo post dal vago sapore natalizio con una lieta novella.
"L’abete di Natale di Piazza S. Pietro sarà un albero davvero verde (sic) a testimoniare l’interesse del Papa per le tematiche ambientaliste: sarà infatti a impatto zero, cioè a emissioni di CO2 controllate", o almeno così sviolina la stampa.

Sfortunatamente però, il Sommo Pontefice ha annunciato che la sua cena di Natale sarà a base di canederli, Weisswurst con senape dolce e Lebkuchen. E qui temo che le sue emissioni saranno incontrollabili.

giovedì 17 dicembre 2009

Sam e la neve



Questa notte ci è venuta a trovare la neve. Niente di serio, giusto una spolverata che l'aria gelida dei giorni scorsi aveva lasciato presagire.

La giovane Sam, che ha giusto compiuto un anno, ancora non conosceva la neve.

Il battesimo c'è stato questa mattina. Trovare il suo prato preferito coperto di neve l'ha un po' spiazzata. Continuava ad annusare questa strana patina bianca, finché non ha scoperto che si poteva anche leccare e, incredibilmente, sapeva d'acqua!

La scoperta della neve l'ha addirittura affascinata più del nostro tradizionale gioco, il lancio di sassi, che (a parte il mangiare) è la sua più grande passione.

Con i suoi baffi grigi da Schnauzer innevati mi ha fatto pensare a un'assurda immagine di Giuseppe Verdi (ricordate le vecchie Mille Lire?) che si è appena mangiato un pandoro coperto di zucchero a velo.

Rientrati in casa, la vedevo irrequieta. Aveva di nuovo voglia di uscire e correre sul prato a muso basso sollevando la sottile coltre di neve come la pala di uno spazzaneve. Ma ritornati al prato un paio d'ore dopo la neve non c'era più. Sam mi ha guardato perplessa come per chiedermi: "Ma che cosa hai fatto?"

Non c'è niente come un cane per farti sentire onnipotente...

martedì 8 dicembre 2009

Vaneggiamenti da motoastinenza

Tempo da funghi.
No, non immaginatemi in giro per boschi con coltello e cestino. I soli funghi che mi piace cercare sono quelli della varietà già cucinata. Mi spiego meglio quindi: situazione meteo che i funghi gradiscono.
Se mi leggono degli umani, non potranno che concordare. Se mi leggono dei funghi, intanto faccio loro vivissimi complimenti (non conosco molti funghi che leggono l’Italiano) e poi mi auguro che non me ne vogliano.
Quel tempo umido e relativamente mite che i funghi adorano, a noi esseri umani francamente fa schifo. Specialmente poi se si tratta di umani con la passione della moto.

Nel mio garage ho installato un deumidificatore. Considerato il contenuto del locale, che fa un po’ da ritiro spirituale, laboratorio, negozio di articoli moto, deposito ricambi e guardaroba di vestiario tecnico, mi è parso opportuno proteggere il tutto dagli effetti deleteri dell’umidità.

Bè, il deumidificatore mi produce circa 3 litri d’acqua al giorno.
Non male. Se riuscissi a venderla a qualcuno, mi sarei ripagato l’investimento.
“Umidità Milanese” in comode bottiglie PET riciclabili. Portate a casa un ricordo della Pianura Padana.
Non sarà proprio “Milano da bere”, visto che non mi azzarderei a chiamarla potabile, ma l’acqua è bella limpida e il mio cane prova a berla mentre la rovescio nel tombino.

Ma di acqua e umidità si è già parlato troppo. Ho voglia di aria asciutta e tiepida e sarà il caso di andarsela a cercare da qualche parte. Qui, ai piedi delle Alpi, l’attesa potrebbe rivelarsi eterna.

Mi sono consultato con altri correligionari e stiamo covando una sortita “importante”. Non dico ancora nulla per scaramanzia ma ben presto potrò rivelarvi di più.

Se poi qualcuno vuole buttarsi a indovinare, ci provi. Vi darò una sola parola a titolo di indizio: “delenda”.



martedì 1 dicembre 2009

On the Mother Road


New Mexico, USA, fine di Maggio. Il tracciato della vecchia Route 66 attraversa un tratto desertico dalla terra rossa che segue il letto di un fiume in secca e si estende all’infinito nell’aria tremolante per il calore. Il fondo stradale è in pessime condizioni, ma è quello autentico della leggendaria strada americana: The Mother Road, da Chicago a Los Angeles in 2.400 miglia. A poca distanza, carica di traffico, corre la Interstate 40 che qui l’ha ormai soppiantata da decenni e già da quasi un’ora non ho diviso la strada con nessuno.

Alla mia destra vedo i resti di un vecchio ponte della ferrovia, molti dei piloni in legno sono crollati e quelli ancora in piedi sembrano un gruppo di ubriachi. Mi tornano alla mente mille scene di film western, con il treno a vapore che arriva sferragliando sul singolo binario mentre dai piloni del ponte penzolano le micce sfrigolanti della dinamite.

Mentre mi fermo a scattare un paio di foto, all’orizzonte appare una nuvola di polvere. In pochi minuti arriva un vecchio pick-up con due uomini a bordo. Si fermano a fianco della mia Ford noleggiata e il guidatore apre il finestrino. È un uomo sulla quarantina con un berretto da baseball e strizza gli occhi contro il sole. “Problemi alla macchina?” mi chiede.

“No - gli rispondo – sto facendo un po’ di foto.”

“Sei anche tu uno di quei matti che si fanno tutta la Old 66 fino a LA per il solo gusto di farla?”

Confesso la mia colpa e racconto loro di essere addirittura venuto apposta dall’Europa. Si guardano ridendo e scuotono la testa. “Senti, se ti va di bere qualcosa di fresco, seguici fino al ranch qui dietro la curva.”

Accetto volentieri. Sebbene sia ormai abituato all’ospitalità immediata di molti Americani, questa volta rimango stupito. L’Europeo in me si chiede anzi se sia cosa saggia seguirli “dietro la curva” carico di macchine fotografiche e dollari in contante.
















Ma siamo già arrivati. Il ranch è una casetta squadrata come la disegnerebbe un bambino; a fianco sorge un capannone con un paio di trattori, niente a che vedere con i pittoreschi fienili in legno che ancora si trovano dappertutto in America. C’è un pozzo artesiano, qualche bidone di olio, due macchine parcheggiate e il resto è sabbia e collinette rocciose che si spingono fino all’orizzonte.

In questo mare di colore ocra, vedo lontano una macchia verde, come un’oasi nel deserto.

“È un vecchio pozzo che usava la US Cavalry per abbeverare i cavalli”, mi legge nel pensiero l’amico del pick-up mentre mi porge una lattina di birra imperlata di condensa. “Qui non c’è un gran che, ma se ti fermi domani possiamo fare un giro a cavallo.”

Lo ringrazio, ma spiego che devo continuare fino a Flagstaff in Arizona. “OK, come vuoi”, mi dice. Gli Americani non insistono quasi mai, visto che loro stessi raramente dicono “no grazie” solo per fare complimenti.

L’amico sparisce nel ranch e ritorna dopo un minuto con un six-pack di birre Coors Extra Gold gelate. “Mettile al fresco” mi dice. Deve aver visto il cooler di plastica che ho comprato al Wal-Mart per pochi dollari. Se attraversi l’America senza averne uno, devi essere per forza uno straniero alla sua prima visita.

Come back anytime, y’hear?” mi salutano lui e il suo amico, mentre salgo in macchina.
Dopo pochi secondi il ranch sparisce nella nuvola di polvere che mi lascio dietro. Ora sono di nuovo sulla Route 66 con la mia Ford bianca velata di polvere rossa mentre, armato di una Reflex e 6 birre gelate, inseguo un obiettivo che si sposta con l’orizzonte. Mai come questa volta, la mia destinazione è la strada stessa.

giovedì 26 novembre 2009

Preti moderni 2.0


Il Vaticano, una delle più grandi operazioni commerciali del mondo, sta valutando una serie di opzioni legate al suo vasto patrimonio immobiliare fatto di conventi ed edifici sacri. Questi sorgono invariabilmente nei posti più panoramici, partendo dal presupposto che la comunicazione con il creatore sia più facile da una reggia realizzata su una collina a 700 metri sul livello del mare (e con splendida vista del medesimo) che da un casermone di cemento in pianura.

Non solo, il Vaticano possiede anche un inventario incredibilmente ricco di immobili lasciati in donazione da chi, al momento di congedarsi da questa terra, ha cercato di guadagnare una posizione di favore. Tra l’altro non sappiamo se dall’altra parte li abbiano poi messi in Business Class, né qualcuno ci può garantire che ci sia un’altra parte. Di sicuro c’è tuttavia che i loro beni terreni sono saldamente nelle mani dei preti.

Allo scopo di alienare parte di questo immenso patrimonio (ci sono i conventi ma non ci sono abbastanza preti o suore), sta per essere costituita un’agenzia immobiliare chiamata Papa RE, dove (almeno questa volta) RE sta per Real Estate.

Niente a che vedere quindi con Papa Pio IX, appunto il Papa Re di infame memoria, che fu sfrattato nel 1870 da 50.000 ufficiali giudiziari piemontesi entrati a Roma con le maniere forti in quel di Porta Pia. Fu un momento fulgido della nostra storia, che finì però 59 anni dopo con i Patti Lateranensi, quando l’Italia tirò giù le braghe davanti ai preti, posizione in cui si trova tuttora, evidentemente con gradimento di entrambi le parti.

Ma ora, nel Terzo Millennio, il Vaticano potrebbe decidere di convertire parte dei suoi immobili ad uso commerciale.

C’è l’ipotesi di trasformarli in esclusivi alberghi, sull’esempio spagnolo dei Paradores (in questo caso, si parlerebbe tuttavia di Papadores) o di farne immobili commerciali (è stata infatti ventilata l’ipotesi di creare catene di fast-food come VFC, Vatican Fried Chicken e MaDonnald).

Una società di consulenza americana ha prospettato la creazione di più parchi tematici, dopo il successo iniziale del Parco Dio, del quale abbiamo già accennato mesi fa. RatziWorld o Papaland sono alcuni dei nomi proposti, mentre una fonte vaticana ben informata ci segnala che il nome Papapark è stato definitivamente scartato per la ridicola allitterazione.

Il nome Pretilandia
, invece, che inizialmente era molto gradito al pontefice, è stato stroncato da un sondaggio di mercato. Il 92% dei genitori intervistati non si fidava di mandarci i bambini.

domenica 22 novembre 2009

Mondo cane

Da qualche giorno il nostro cane Sam ha perso l’appetito, il che è strano per lei (sì, è una lei: si chiama Sam per Samantha) visto che ha un anno e divorerebbe il cemento armato.

L’ho fatta correre, saltare, galoppare, l’ho portata a spasso per ore. Ho perso due chili di peso, ma il suo appetito non è ritornato. In compenso, il mio è raddoppiato e ho subito ripreso i due chili.

Non sapendo più che cosa fare, l’abbiamo portata dal veterinario. Tutto in ordine, ha detto il buon dottore, Sam gode di ottima salute. Si tratta probabilmente di un problema psicologico.

Bene, siamo stati dallo psicologo per cani, che in realtà si chiama comportamentalista.
Una persona cordialissima, ci ha dato la zampa appena siamo entrati.

Ha voluto una mezz’ora di tempo per intervistare Sam. Non credo che nel suo studio abbia il classico divano, ma piuttosto una semplice cuccia. Ho provato a sbirciare e ho visto in terra dei grandi fogli di carta con delle strane macchie. Avrà fatto a Sam il test di Rohrschach oppure era semplicemente un pannolone? Mah.

Dopo trenta minuti e 100 Euro abbiamo scoperto di che cosa si trattava. C’è una cosa che tormenta Sam, un dubbio che la assilla e la consuma: perché Pluto cammina a quattro zampe e invece Pippo, che anche lui è un cane, cammina a due zampe e porta abiti umani?

Ho chiesto allo psicologo per cani se, in virtù dei 100 Euro, avesse anche fornito a Sam la risposta. (Tra l’altro anche a me interessa saperlo, sebbene non al punto di perdere l’appetito).

Ma il comportamentalista mi ha detto che il suo incarico si è esaurito nell’individuare il problema psicologico e che altro non gli è richiesto di fare. “Se vuole sapere la risposta – ha ringhiato – faccia una ricerca su Google”.

Eccomi qua, alleggerito di 100 Euro e con un dubbio esistenziale in più. In compenso, Sam ha ripreso a mangiare di gusto. Evidentemente ha deciso di accettare il fatto che Pippo e Pluto siano due cani molto diversi dal punto di vista comportamentale.

Questa mattina però l’ho sorpresa mentre si esercitava a camminare sulle zampe posteriori.

venerdì 20 novembre 2009

Quando i cinghiali parlano


Ricordate Salman Rushdie?
Probabilmente, oggi si chiama Selma, è una bionda alta 180cm, porta la quinta misura e vive a Helsinki.
La sua colpa? Nel 1988 scrisse I Versi Satanici, un libro di fantasia che alludeva a Maometto e che, a sorpresa, scatenò una sollevazione del mondo islamico.
L’Ayatollah Khomeini lanciò una fatwa nei suoi confronti, ossia una condanna a morte, in virtù della quale Rushdie vive nascosto in una località non nota da oltre venti anni.

Nel frattempo, il traduttore giapponese del libro è stato ucciso, mentre il traduttore italiano e l’editore norvegese sono stati feriti da ignoti sicari.

Vi dice niente il nome Jyllands-Posten? È quel giornale danese che nel 2005 pubblicò delle caricature di Maometto, suscitando un’altra esplosione di protesta da parte degli islamici.
Il risultato: richiamo degli ambasciatori in Danimarca da parte di diversi paesi islamici, manifestazioni di piazza, assalti alle ambasciate danesi, diversi morti in tutto il mondo.

Avete saputo della noiosissima conferenza tenuta dall’eterno colonnello Muammar al-Qadhafi (per gli amici Gheddafi) a Roma qualche giorno fa?  Si è fatto portare 150 escort (altezza minima 170cm) e gli ha parlato a lungo di religione (la sua, ma non solo).
Chissà se le giovani ospiti non avrebbero più volentieri fatto una sveltina per i 75 Euro percepiti invece di doversi sciroppare le interminabili sbrodolate moralistiche del Leader Fraterno.

Ma il bello è che, nel corso della sua conferenza, il colonnello ha raccontato una sua versione della crocifissione e morte di Gesù Cristo. Le reazioni critiche sono state poche e piuttosto pacate.

Immaginate se un capo di stato occidentale avesse fatto altrettanto parlando della morte di Maometto.

Il mio sdegno non nasce da profondi sentimenti religiosi (detto molto chiaramente: non sono credente), ma quello che non tollero è questa politica dei “due pesi e due misure” ogni volta che entra in gioco la questione islamica.

Sbrighiamoci a trovare energie alternative, perché è veramente pesante sopportare questi cinghiali farciti di petrodollari.

mercoledì 18 novembre 2009

Non c'è santi che tengano


Valentino aiutaci tu, titola in prima pagina L'Unità di oggi.

Si tratta di un appello dei 67 lavoratori della Yamaha Motor Italia licenziati con decorrenza Gennaio 2010, ma si tratta al tempo stesso di uno squallido episodio di giornalismo-trash.

L'appello è vuoto e ingenuo, mentre la notizia è stata sfruttata in modo cinico e vergognoso per piazzare una foto gigante di Rossi in prima pagina. Chissà, magari un paio di copie in più riescono a venderle.

Valentino è un cavallo da corsa e, se i cavalli parlassero, la sua voce conterebbe come quella degli equini che corrono all'ippodromo. Valentino ha un suo valore e un suo prezzo di mercato perché vince le gare e fa immagine. Da parte sua, il rapporto con la Yamaha è negoziale: mi dai quello che ti chiedo, ti firmo il contratto e corro per te l'anno prossimo.

Intercedere per gli operai e impiegati di Gerno di Lesmo non è nel ruolo di Valentino e non è nemmeno nel suo interesse, a meno che il nostro eroe non accetti una decurtazione del suo ingaggio per pagare gli stipendi dei dipendenti di Yamaha Italia per un altro anno.

Valentino non è San Gennaro ed è grottesco pensare che l'appello a lui rivolto serva a qualcosa.

Oggi la Fiat decide la chiusura definitiva dell'Alfa di Arese. Che faranno i licenziati, a chi chiederanno di intervenire? Sempre a Valentino? Dopotutto la moto N.46 ha scritto Fiat sulla carena.
O andranno a bussare da Raikkonen?

I posti di lavoro non si tutelano incatenandosi ai cancelli e invocando improbabili salvatori.
La responsabilità di tutelare la propria attività lavorativa è del singolo individuo. E quando non c'è più niente da fare e il lavoro salta, bisogna cercarsene un altro e farsi venire qualche idea. Non c'è santi che tengano.

E non chiedetemi come faccio a saperlo.

lunedì 16 novembre 2009

Otto semplici regole


La mia patente ha compiuto 40 anni e ha viaggiato nelle mie tasche per oltre un milione di chilometri. L'unico continente nel quale non l'ho mai usata è l'America del Sud (se vogliamo escludere Artide e Antartide).

Quando è tanto tempo che giri, è difficile che non ti sia imposto qualche regola (conscia o inconscia che sia).

Se vado in auto, la mia regola è arrivare a destinazione il prima possibile.

Se vado in moto, la faccenda diventa un po' più articolata. Ma si sa, quando qualcosa ti appassiona, tutto si complica...

Queste sono le mie regole, l'ordine non importa un gran che.

  1. Non sono in gara con nessuno. C’è gente che supero e altra gente che supera me.
  2. Ci sono giornate in cui mi va di andare forte e mi piace competere. Altre volte mi basta solo andare e non per questo mi diverto di meno.
  3. Non mi lascio imporre un passo che non è il mio. Gli amici più veloci mi aspetteranno al primo bivio. A mia volta aspetterò al primo bivio quelli più lenti.
  4. Piuttosto che mettere a rischio la vita di un amico con un sorpasso azzardato aspetto volentieri un’occasione migliore.
  5. Evito di uscire con chi sa andare in moto molto meglio o molto peggio di me. Chi è molto più bravo, con me si annoia, chi invece è molto meno bravo finirà per mandarmi in terra.
  6. Ogni volta che rischio e non mi succede niente, mi sono bruciato un credito. Il problema è che non so mai quanti me ne restano.
  7. Vado in moto per indossare abiti scomodi e arrivare stanco. Se volevo un comodo mezzo di trasporto, mi compravo lo scooter.
  8. La gente si divide in due categorie: chi va in moto e chi no.

mercoledì 11 novembre 2009

Come spiegare la passione?


Tempi duri per le due ruote, ma solo per le moto.
Gli scooter vanno fortissimo e segnano cifre in crescita.
Già da tempo, dei 20 motoveicoli più venduti in Italia, 17 sono scooter. Le moto “vere” sono invece in calo.

Reduce da un giro al 67° Salone internazionale del Motociclo di Milano, sono rimasto colpito dalla quantità di scooter presenti, dai trabiccoli terzomondisti a basso costo fino ai mezzi di media ed alta gamma (Europei e non), ma specialmente dall’enorme indotto che accompagna questo segmento in crescita.

C’è veramente di tutto e si possono spendere cifre da capogiro per attrezzare lo scooter e renderlo più sicuro e performante, per portarlo in definitiva ad essere il più vicino possibile a una moto, ma senza quel serbatoio fra le gambe che, evidentemente, rappresenta un ostacolo psicologico insormontabile.

Alla fine, chi va a lavorare in scooter può mettersi le scarpe normali e appoggiare i piedi sul pianale a ginocchia unite. Ma è veramente tutto qua?

Certo, se piove la copertina impermeabile ti protegge, mentre in moto serve l’antipioggia. Ma io ancora non riesco a capire perché si vendano tanti scooter e così poche moto.

Mi cade l’occhio su uno scooter tra i più gettonati e non provo niente. Anzi, meno di niente. Lo vedo come un guscio di plastica spinto da un motore, anonimo e ben nascosto, che ti porta da A a B.

Ma quando visito lo stand di un produttore di moto, la bellezza di certi dettagli e soluzioni tecniche mi tiene inchiodato a guardarli per minuti: le linee della carenatura, la livrea, il telaio, il motore, quelle parti in alluminio lavorate che sono vere opere d’arte.



E facendo due passi indietro provo il piacere di vedere il tutto integrarsi armoniosamente e creare un oggetto dal fascino incredibile: una motocicletta.

È difficile spiegare una passione, specialmente a chi non la condivide.

domenica 8 novembre 2009

Big Frank cambia moto

Big Frank si chiama così per un buon motivo.
È un uomo che sta per salutare la cinquantina, con un fisico da lottatore e una pancia di proporzioni ragguardevoli. Una stretta di mano di Frank è come infilare le dita tra due rulli. Eppure quando si lancia in una serpentina di curve con la sua FZ-1 sembra un ragazzo sulla sua prima motoretta da sparo.

Questo da lontano.

Da vicino, per dirla come gli Americani, sembra un gorilla che fa sesso con un pallone da football.

Frank ha un cognome di origine polacca pieno di consonanti e quindi, per distinguerlo dagli altri due Frank del gruppo di amici con cui gira, si è deciso di chiamarlo Big Frank, mentre gli altri due sono ovviamente Medium e Small.

Frank ha fatto la sua carriera nell’US Army ed è andato in pensione come sottufficiale. Se incontra qualcuno che faceva l’ufficiale è meglio intervenire per separarli perché, adesso che è un civile, Big Frank si toglie i sassolini dalla scarpa senza mezzi termini.

La sua passione sono le moto. Nel garage della sua villetta sul Buffalo Lake in North Carolina, Frank ha una piccola collezione: una Honda ST1100, una Yamaha FZ-1, una Buell Ulysses e una FJR1300 del 2005.
Adesso però ha venduto le ultime due e si è comprato una FJR1300 modello 2008, colore nero, e, se lo conosco, le avrà già limato le pedane sulle curve delle “back roads” dalle parti sue. La moto è praticamente nuova e Frank ha davanti a sé un intero inverno per metterla a punto come vuole lui: motore, sospensioni e accessori vari.

Già me lo vedo con la cassetta dei ferri aperta, un mug di caffè che fuma sul bancone e le lenti bifocali inforcate mentre prova a infilare le manine XXL negli spazi della carenatura.

Nel suo garage c’è anche tutta l’attrezzatura per cambiare le gomme e non manca mai un paio di treni di scorta sullo scaffale. Chi si trovi a passare dalle sue parti e abbia un problema di pneumatici, basta che lo chiami sul cellulare. Frank ha tempo a disposizione, è un meccanico esperto e non chiede di meglio di essere richiamato in azione.

Arriva con il suo rimorchio, ti carica la moto e due ore dopo sei di nuovo in strada. Nel frattempo hai bevuto un caffè con lui (o una birra a seconda dell’ora) e ti ha raccontato di sicuro che cosa pensa degli ufficiali.

Big Frank è quel tipo di motociclista che ti fa essere orgoglioso di appartenere alla categoria.

sabato 7 novembre 2009

Ci risiamo


Una delle mie passeggiate preferite trainato dai miei due cani (sembriamo una strana biga dove io faccio Ben Hur e loro i cavalli) è lungo una specie di terrapieno alto diversi metri che separa una nuova zona residenziale da una bretella della Tangenziale Ovest di Milano.

È una muraglia erbosa sul cui lato interno alcuni giovani alberi sono stati piantati lo scorso anno e promettono bene per il futuro. Già me li immagino d’autunno mentre le foglie cambiano colore e il vento…ma qui sto uscendo fuori tema.

Dal terrapieno si gode una vista privilegiata della bretella e spesso si sente il rumore di qualche moto lanciata a velocità mentre passa dalla quarta alla quinta in piena accelerazione. Se ne vedono, ovviamente, di tutti i tipi, dalle supersportive che urlano a 10.000+ giri alle turistiche, eleganti e silenziose mentre sfilano via con un sibilo da turbina.

Ogni tanto il rumore inconfondibile di un V-twin (magari con gli scarichi più aperti) mi fa voltare.

Vista da quasi dieci metri d’altezza, la moto custom ti suggerisce il contatto diretto con l’aria e con la strada che percorre, la postura del pilota è rilassata e il brontolio del motore è quasi una droga, con i suoi colpi di tosse e le sue vibrazioni quasi palpabili a distanza.

Molto spesso la moto è scura, con le sue cromature che scintillano al sole e il pilota, le braccia appoggiate sul manubrio a corna di bue e le gambe distese in avanti sulle pedane, è l’istantanea del gusto di andare in moto. Una specie di icona del rapporto tra uomo e mezzo meccanico, dove quest'ultimo è il tramite per soddisfare la sete di strada, di movimento e di nuovi orizzonti.

Ci risiamo. Mi riprende la voglia di custom.

mercoledì 4 novembre 2009

Patente e libretto

La Ford Crown Victoria grigia metallizzata del North Carolina State Trooper viaggia verso Est sulla US74, la Great Smoky Mountains Expressway, in direzione di Asheville. Al volante il Trooper T.B. Sutton, del Troop G, District VI di Bryson City, che sta rientrando verso la sede del suo distretto alle 07:55 di una luminosa domenica mattina di Agosto.

In quel punto, la US74 attraversa la Nantahala National Forest presso il Fontana Lake, una zona prediletta dai turisti e specialmente dai motociclisti, visto che a circa trenta minuti di strada sulla NC28 si trova la celebre Coda del Drago, una delle strade mito negli Stati Uniti.

E proprio all’incrocio con la NC28, regolato da uno stop per chi proviene da questa strada, Sutton vede due moto immettersi veloci nella US74 e procedere verso Est senza arrestarsi al segnale. Avvicinandosi alle due moto, ne identifica subito la seconda come una Harley Davidson Street Glide e la prima come una moto giapponese, probabilmente una Yamaha FJR1300. Arrivato a circa 100 metri in coda alle due moto, Sutton attacca i lampeggiatori e dà due colpetti di sirena elettronica: woop, woop.

***

Il mio amico Jim ed io siamo partiti poco dopo le 07:00 dal Fontana Village e abbiamo imboccato la NC28. Il sole è ancora basso ma il cielo è limpidissimo e si preannuncia una splendida giornata estiva nelle montagne del North Carolina.
Siamo diretti ad Asheville a poco più di due ore di distanza, dove ci aspettano altri amici per fare un bel giro sulla Blue Ridge Parkway. L’aria è ancora fredda e i prati sono coperti di rugiada. In qualche stretta vallata delle Smoky Mountains ristagna ancora una coltre di nebbia. Quando il sole riesce a filtrare tra i rami degli abeti, il suo calore si fa immediatamente sentire. Abbiamo indosso degli indumenti da moto traforati, perché non è escluso che oggi in pianura si supereranno i 35°, ma ora ci sono al massimo 10°.

Jim fa strada con la sua FJR1300, io lo seguo con la Harley, che a 90-100 km di velocità borbotta con un suono piacevolmente profondo. Arriviamo all’incrocio della NC28 con la US74 viaggiando circa 15km sopra il limite, ma la strada è deserta e anche la US74 si presenta come un nastro grigio immobile nella luce del primo mattino.
Non c’è nessuno in giro.

Rallentiamo allo stop ma non ci fermiamo (gli Americani definiscono questa manovra “stop californiano”) e svoltiamo a sinistra. Abbiamo appena il tempo di aprire il gas e percorrere 500 metri sulla US74 quando i miei specchietti si riempiono di luci lampeggianti e sento la sirena. Guardo avanti: anche Jim si è accorto della macchina del Trooper apparsa dal nulla e sta accostando a destra.

Ci fermiamo e scendiamo dalle moto levandoci i caschi. Il Trooper è ancora seduto nell’auto e sta verificando al computer le nostre targhe.

Una moto è intestata a Jim e l’altra alla Ray Price Harley Davidson di Raleigh che me l’ha noleggiata. Tutto in regola. Il Trooper esce dall’auto e con un gesto fluido ed esperto si calca in testa il cappello grigio scuro a falda piatta.

“Signori, siete in eccesso di velocità e non avete rispettato lo stop. Posso avere patenti e libretti di circolazione?”
Jim gli dice di non essersi accorto di aver superato i limiti e ammette che, complice la strada deserta, la manovra allo stop è stata meno che regolamentare. We’re sorry.

Con i nostri documenti in mano, il Trooper torna alla macchina e passano almeno 15 minuti mentre controlla i documenti e scrive.
Jim mi invita a non dare segni di impazienza perché la cosa non ci porterebbe alcun vantaggio.

Finalmente, l’agente esce dall’auto, ci restituisce i documenti e ci mette in mano un foglietto con il quale siamo formalmente ammoniti. “Signori, per questa volta ve la cavate con un warning. Vi invito a rispettare le regole e i limiti di velocità. Y’all ride safe now.”


La Ford
riparte mentre Jim ed io ci rimettiamo i caschi. Jim ride e mi dice: “Oggi è il nostro giorno fortunato. Ci siamo risparmiati due multe da $250 a testa. Adesso ci possiamo sputtanare un po’ di soldi che rischiavamo di non avere più.”

PS: il nostro incontro con lo State Trooper è avvenuto il 9/8/2006 e il resto della giornata è andato perfettamente. Siamo ritornati al Fontana Village dopo 14 ore dalla partenza e le mogli ci hanno letteralmente ribaltati per non averle avvertite del ritardo.

martedì 3 novembre 2009

Tanta fuffa, poca moto


Leggo una frase sul solito Motoblog.it (lo so, mi piace farmi del male!) ma mi fermo più volte perché sono confuso. Provate a leggerla anche voi:

Triumph e TAG Heuer (…) presentano l’ultima novità al pubbico di appassionati motociclisti: la Bonneville versione “Heuer”.
La TAG Heuer Bonneville presenta una livrea esclusiva blu/arancione ispirata alla Porsche guidata dal mitico Steve McQueen nel film Le Mans, che a sua volta ha ispirato la grafica del modello Monaco 40° anniversario.

Ma fatemi capire: mi compro una moto con il suo bel logo (Triumph), che a sua volta riporta in evidenza un altro logo (TAG-Heuer) e ha i colori di un modello che si ispira alla Porsche (altro logo) guidata da Steve McQueen (un’icona del cinema e delle corse) in un film chiamato LeMans.

Con questa confusionaria ammucchiata di loghi, icone e simboli c’è veramente il rischio che il novello acquirente della Bonneville entri nel pallone e si domandi: “ma io che c@22o mi sono comprato?”

Personalmente, quando compro le moto lo faccio per andarci in giro e la sola cosa che mi importa (almeno per la prima mezz’ora) è il colore.

Le versioni “20° Anniversario”, “Special Edition” o “Wimbledon” non mi sono mai interessate, sono strati di fuffa che alla moto non aggiungono niente.

Quanto agli accoppiamenti di brand (tanto amati dai visionari del marketing), non li considero altro che perversioni genetiche, come un cammello che monta un delfino. Ancora mi vengono i conati di vomito ogni volta che vedo la Yamaha di Valentino sponsorizzata Fiat.

Chi compra una moto conciata come la povera Bonneville cerca un’overdose di immagine e si compiace nel raccontare (rigorosamente davanti al bar) la storia di quella livrea mentre spunta l’elenco dei brand sulle dita della mano.

“Allora cioè, mò tte spiego, questa è la Traiumf Bonnevil ™, nella colorazzione Monaco 40° Anniversario ™ del Tagghe-Oier ® che è un orologgio che a sua vorta si ispira alla Porscc ® guidata dallo Stìv Meqquìnne © ner filme Lemans ®, cioè ma tte rendi conto che moto che cciò?”

Non c’è dubbio che tutto questo con l’andare in moto non abbia niente a che vedere.

sabato 31 ottobre 2009

Ottobre in moto

Ottobre se ne va con la coda fra le gambe portando con sé il disonore delle giornate più corte, anche se a dire il vero la fine dell’ora legale non è certo colpa sua e, in definitiva, l’ora di sole che ci è stata “rubata” ha penalizzato una sola settimana di questo mese sempre generoso.

Grande Ottobre. Un mese in cui chi ha voglia e tempo di girare in moto può veramente godersi strade libere dal traffico e giornate dall’aria frizzante.

Penso al Tour dei Pirenei dell’Ottobre 2007 e all’aria rarefatta dei passi spagnoli scolpiti in un cielo blu profondo, rivedo quelle nuvole innocue che viaggiano rapide nel vento in alta quota. Riprovo il piacere di scendere dalla moto dopo 500 km di strada e di cominciare la serata con una birra “segnaposto”, nel senso che in fila dopo quella ce ne mettevamo ancora un paio. Almeno.

Rivivo il Tour della Sardegna dell’Ottobre 2008, quel cielo cupo e denso di nuvole basse all’alba dell’arrivo a Golfo Aranci, che solo due ore dopo (tra Alghero e Bosa) tirava fuori sprazzi di blu dietro ogni curva. A fine tour, alla Maddalena, c’erano quasi 30° e i colori del mare sembravano finti.

E oggi, una semplice occhiata alla mia moto in garage, ancora sporca all’inverosimile, mi ricorda il Tour della Spagna appena concluso. 3000 km di strade semideserte dove lasciare il 60% del battistrada di un treno di gomme nuove è stato un piacere, come dipingere traiettorie con un pennello nero su una tela perfettamente tesa e ruvida.

“Questi ultimi giorni sono stati la parte peggiore di Ottobre”, mi diceva un motociclista spagnolo alle porte di Barcellona una settimana fa.

Ma per rifare un giro così l’Ottobre prossimo ci metterei subito la firma.

venerdì 30 ottobre 2009

Una bella storia vera

Tyler è una donna sulla quarantina, vivace e attraente, che vive in California dalle parti di San Francisco. Il suo hobby è la moto e ha perfino messo su una piccola società che organizza tour motociclistici negli Stati Uniti.

Tyler frequenta diversi forum dedicati alle moto ed è proprio così che ci "conosciamo". Improvvisamente, a fine Giugno 2009, uno di questi forum pubblica la notizia: Tyler is down.

Alla guida di un gruppo di moto in Idaho, Tyler era ferma dietro a un semirimorchio a un incrocio non regolato da semafori. Visto che il mezzo che bloccava la strada non accennava a muoversi, dopo un paio di minuti Tyler lo affiancava sulla destra cercando di arrivare allo stop per vedere quale fosse il problema. (Quante volte abbiamo fatto la stessa cosa?)

In quel momento, però, il semirimorchio si rimetteva in movimento girando a destra, Tyler veniva spinta giù dalla moto dal rimorchio e le ruote posteriori del mezzo le passavano sopra le gambe e il bacino.

Senza entrare nel dettaglio agghiacciante dei danni subiti, Tyler ha vissuto un vero calvario negli ultimi quattro mesi. Dall'Idaho è stata trasferita in un ospedale dalle parti sue (oltre 1200 km di distanza) quando era fuori pericolo e ha intrapreso il lungo percorso di riabilitazione motoria e di trapianto della pelle.

Ma da ieri è finalmente a casa.

Nelle sue parole: "so che il mio viaggio non è ancora al termine e sono certa che ci saranno ancora giorni difficili, ma so anche che la forza e l'amore di chi mi è vicino mi aiuteranno a perseverare e a superare gli ostacoli lungo la strada".

Non so se Tyler risalirà mai più in sella, ma non importa. Per gente come noi, la passione per le moto vuol dire molto, ma la vita è tutto.

mercoledì 28 ottobre 2009

Il pianto del Sultano

Abu 'abd-Allah Muhammad XII, ultimo sultano di Granada, fu costretto ad abbandonare la città nel Gennaio 1492 dopo che i Reali di Castiglia l’avevano cinta d’assedio da mesi. Cadeva così l’ultimo bastione islamico in Spagna. La Reconquista della Penisola Iberica si concludeva dopo ben 700 anni.

Mentre con la sua corte si allontanava dalla città diretto alla costa, il trentenne Muhammad si sarebbe voltato per l’ultima volta a guardare le mura dell’Alhambra, sulle quali già sventolavano le bandiere dei Reali di Spagna.

La leggenda dice che egli abbia pianto per aver perduto “il più bell’oggetto del mondo”, cioè la sua medina, quella splendida cittadella in pietra rossa che dominava Granada.

Secondo la stessa leggenda, sua madre, sicuramente un bel sergente maggiore, lo avrebbe schernito: “piangi come una donna quello che non sei stato capace di difendere come uomo”.

La località in cui tutto ciò sarebbe avvenuto oltre 500 anni fa si chiama ancora Suspiro del Moro ed è un valico a quota 860 m posto lungo quei 70 km di strada che separano la città di Granada dal mare.

Il bello è che tutto questo l’ho solo scoperto dopo essermi goduto in moto quella strada stupenda, stretta e tortuosa che dalla città andalusa si snoda fino al mare, offrendo panorami spettacolari quelle rare volte che si riesce ad alzare l’occhio dall’asfalto.

Il nome del passo mi aveva incuriosito e una rapida ricerca in Internet ha soddisfatto la mia voglia di sapere.

Che siate o meno appassionati di storia, se capitate da quelle parti non mancate di percorrere la A4050 tra Almuñécar (sulla costa) e Granada.

Se appunto fate la strada a salire, arrivati al Puerto del Suspiro del Moro saprete di essere quasi arrivati a Granada. Dalla strada ormai l’Alhambra non si vede più, ma se andate all’ultimo piano dell’Hotel Ibis e non c’è di mezzo un Media World o un McDonald’s, forse riuscirete ancora a scorgere un angolo di quelle torri rosse come le vide il Sultano in lacrime.

martedì 27 ottobre 2009

La madre di tutte le strade


Diciamo pure che l'augurio che mi ero fatto prima di partire per la Spagna si è avverato solo a metà.

Le strade sono state buone, anzi ottime e perfino asciutte. Ma la calma di vento non c'è stata, anzi. Venti forti settentrionali hanno creato gravi ritardi nel traffico marittimo e reso necessario assicurare le moto al ponte garage per evitare che se ne andassero a spasso.

Le vicende meteo ci hanno visti, contrariamente ai piani iniziali, rientrare su Civitavecchia e quindi risalire la costa tirrenica fino a La Spezia.

Per me, questa tratta stradale fuori programma ha fatto riaffiorare i ricordi dei miei primi viaggi, visto che ho abitato a Roma per molti anni.

La SS1 Via Aurelia era per me "la madre di tutte le strade". Ogni mattina mi conduceva a scuola a cavallo della mia Vespa 50 e ogni fine settimana era la pista di lancio per varie scorribande, prima con il minuscolo scooter e poi con moto più grandi o in automobile.

Fu sulla Via Aurelia che nel 1970 rimasi senza benzina mentre mi dirigevo ad Amsterdam in macchina. Un esordio piuttosto miserabile per un viaggio allora epico.

Attraversando l'Aurelia ebbi il mio primo incidente di moto, speronato da un idiota in Vespa che andava contromano. Andai in terra sbattendo la testa, ma per fortuna portavo un casco integrale ben prima che fosse obbligatorio per legge.

L'Aurelia era la strada che conduceva ai traghetti delle FS diretti in Sardegna, le vecchie motonavi Tyrsus e Gallura. I ponti erano in legno e si dormiva in sacco a pelo negli angoli ridossati dal vento, dopo aver fatto scorta di birre al bar della nave.

Si arrivava mezzi intontiti a Golfo Aranci che era ancora buio e si cominciava a sentire sul viso il sole nascente mentre le nostre moto percorrevano la SS125 dalle parti di Arzachena. A volte si portavano le moto a bordo spiaggia e si continuava a dormire sulla sabbia per qualche ora.

Sempre l'Aurelia era la strada che ci conduceva al Monte Argentario o ad Albinia con le tende da campeggio arrotolate sul portapacchi. Anni dopo, ci siamo avventurati fino a Punta Ala, all'Elba e perfino nella "lontana" Liguria.

Con il passare del tempo e con l'acquisto delle prime moto "serie", l'idea di farsi 500 km in sella diventava meno terrificante e l'Aurelia rappresentava ormai solo la prima tratta di percorsi più complessi e impegnativi.

Mentre questa strada familiare scorreva sotto le mie ruote qualche giorno fa, ripercorrevo questi quasi quarant'anni della mia vita con una certa nostalgia. L'Aurelia "nuova" (una pessima superstrada piena di buche e avvallamenti) ai tempi non c'era ancora. Da Follonica in poi era uno stillicidio di attraversamenti di paesi, fermate di corriera, camion e palette dei Carabinieri.

Si arrivava al confine con la Liguria che era quasi sera. Poi si saliva il mitico Passo del Bracco per scendere sul golfo del Tigullio. L'autostrada Livorno-Sestri Levante sarebbe solo arrivata nel 1975.

Ma intanto la strada del ritorno ci ha portati a Rosignano. E' ora di lasciare l'Aurelia e aprire il gas per le tre ore di autostrada e quei 25 Euro rapinati che ci separano da casa.

venerdì 16 ottobre 2009

Tre modi di dirlo












  • Alla maniera di Motoblog

Ebbene sì, il momento più prestigioso è arrivato. L’esclusiva motonave “La Tinozza”, riservata generosamente dai nostri sponsor, ci attende in banchina. Presto salperemo le ancore alla volta di un’esotica terra lontana, la Penisola Iberica, i cui sapori e profumi ci attendono.

Presto il rombo dei nostri possenti motori riempirà l’aria delle Sierras, le nostre pedane squisitamente lavorate ne graffieranno l’asfalto e il celebre logo della casa motociclistica [inserire nome], un marchio che è una garanzia, scintillerà al sole di Spagna. Un grazie sentito alla [nome sponsor] che fornisce l’impeccabile abbigliamento tecnico in similpelle, vero vanto del Made in Italy, e alla [nome sponsor] i cui caschi, rigorosamente omologati a norma ECE-022 in Albania, saranno oggetto di una nostra prova approfondita in tutte le più gravose condizioni d’impiego. Grazie anche a voi, affezionati lettori, se avrete la compiacenza di vomitare all’interno degli appositi sacchetti.

  • Alla maniera di Riders

Il Direttore passò una notte insonne mentre il traghetto fendeva implacabile i marosi con la prua fissa sulla Spagna.

Un uomo, una moto, un sogno da realizzare.

Già Egli si vedeva proiettato nel vento sul suo mostro meccanico, eroe dannunziano prigioniero del destino, le sue mani possenti taglia XS come artigli sulle manopole, l’occhio limpido e volitivo fisso all’orizzonte. Quante strade nei suoi ricordi, quanti soli accecanti e quanto vento carico di pioggia hanno scolpito il suo volto fiero.

Ma un dubbio assillava il Direttore mentre il mistral del Golfo del Leone gli scompigliava la chioma fulva: “Mi sarò portato il tanghino da mettere sotto la tuta in pelle aderentissima? Che odio, odio, odio quando sotto si vede il segno delle mutande!”

  • Alla nostra maniera

Ragazzi, stasera partiamo in traghetto per la Spagna.

Da ieri la moto rotola sulla mia liquerizia preferita, Michelin Pilot Power 2CT, la gomma giusta per le curve di mezza stagione.

Pare proprio che il meteo ci voglia dare una mano: mare poco mosso e temperature decisamente miti in Andalusia, dove intendiamo girare per gran parte del tempo. Faremo foto e, se ci riesce, vi scriveremo anche due righe. Rigate dritto e non pensate troppo a noi. Di sicuro noi vi penseremo pochissimo.

Non mi resta che augurarci buona strada e calma di vento…

martedì 13 ottobre 2009

Non fa una piega

Nell’obbligatorio stile sbrodolenfatico che contraddistingue i blog di moto, è giusto apparsa in Le Nostre Prove di motoblog.it un’imbarazzante “marchetta” dedicata alla Honda Deauville.
La conoscete: è un’onesta motoretta che non fa battere i cuori ma, come tanti altri prodotti della casa giapponese, è ben fatta e da molti anni ha una sua clientela.

Ma con 66 CV di potenza contro 260 Kg di peso e un prezzo di listino di quasi 9.000 Euro, tesserne lodi sperticate è un compito arduo. Siamo ai livelli di Mission:Impossible.

Ma niente è impossibile per il pennivendolo Lorenzo B., perchè dalla sua penna esperta escono sviolinate del tipo:

“(…) doti di fantastica piegatrice, bilanciata, rapidissima nello scendere in piega, maneggevole nelle reazioni, pochi metri e ti trovi a gestire con facilità e grande confidenza angoli di piega che su strada raramente sei solito toccare… “

Per chi non l’avesse ancora capito, la Deauville si è rivelata la regina delle pieghe. Non potrebbe essere altrimenti, visto che il buon Lorenzo è riuscito a dirlo tre volte nella stessa frase, grazie a una padronanza dell’Italiano che tanti gli invidiano.

Ma quando Mamma Honda chiede, Motoblog (come San Gennaro) non dice mai di no. Che cosa importa se la “marchetta” è scandalosamente trasparente. Domani ne uscirà un’altra ancora peggiore.

La ciliegina su questa torta dal vago sapore fecale, però, è il servizio fotografico. Il nostro scriba si fa ritrarre in vestitiello da ufficio (l’aveva anche detto: la provo per fare il tragitto casa-lavoro), con le scarpette in cuoio e senza guanti. Alla faccia del buon esempio ai lettori.

Ma che lavoro fa? È un tester di moto o lavora in contabilità e ogni tanto gli lasciano fare un giretto?

Torniamo alle foto: dietro di lui, perché l’attrazione fra simili è un fatto scientificamente provato, compare un pisquano in scooter con il casco slacciato. Impagabile abbinamento di pesi mosca cerebrali.

Due consigli per Lorenzo: (a) vestito così è meglio se prendi i mezzi pubblici e (b) considera una svolta di carriera. Sicuramente c’è una segreteria di partito che cerca talenti come il tuo.

sabato 10 ottobre 2009

Il sarto e il colonnello


Il sarto personale del Colonnello Muammar al-Qadafi, Leader Fraterno e Guida della Rivoluzione libica, ha un diavolo per capello mentre solleva il lembo della tenda ed esce all’aperto.
Oggi tira un vento freddo che viene da Nord, ma almeno non c’è sabbia nell’aria, solo una luce accecante.
Amir il sarto si avvia verso la sua Toyota Corolla malandata (che senso ha in Libia far riparare le ammaccature?) e carica nel portabagagli gli abiti che ha fatto provare al colonnello.
“Mi sono ridotto proprio male – dice fra i denti – ero un vero sarto e facevo abiti che la Tripoli bene si litigava. Mio padre, che mi ha insegnato il mestiere, aveva aperto una sartoria vicino a quella che oggi è la Piazza Verde e faceva abiti per tutti i gerarchi italiani.”
“Chi mi invidia per la mia frequentazione del Leader non sa che adesso mi tocca cucirgli delle porcherie come questa”, dice mentre piega una strana uniforme a metà tra Hermann Goering e il domatore del Circo Orfei. “O questa…”, una tonaca viola cangiante da predicatore nero in Alabama. Amir sbatte il cofano e un lembo del cellofan protettivo rimane fuori, come una bandierina.
Le buste di plastica sono la vera bandiera della Libia e le vedi sventolare a brandelli impigliate nei fili spinati per centinaia di chilometri lungo la litoranea che porta a Bengasi. Ma Amir non ha tempo per riflettere sullo stato delle strade libiche. Entro domani, insh'allah, deve finire le ultime variazioni per questi due costumi da pagliaccio.
Oggi ci ha messo tre ore per farli provare al Leader, con lui che ciondola di quà e di là puzzando di whisky e quelle zoccole delle sue Amazzoni che frugano nella borsa del sarto. Gli hanno perfino sequestrato le forbici. “Ma dico io, le forbici! – si lamenta Amir mentre il traffico di Tripoli lo ingoia – adesso mi metto ad ammazzare il Leader con un paio di forbici…”
“Due ore circondato da quelle capre esaltate prima di riavere l’uso della mia borsa. Addestrate in Serbia! Gli avessero almeno insegnato a lavarsi le ascelle, c’era da svenire.”
La Toyota svicola nel traffico caotico di utilitarie e furgoncini diretta al quartiere di Gargaresh dove Amir ha il suo atelier, ma il povero sarto non ha finito di lamentarsi.
“E adesso Lui mi chiede di fargli anche una bandana entro domattina. Una bandana! Ma quando mai si è visto un capo di stato con in testa la bandana?”