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lunedì 20 febbraio 2012

Facce di bronzo

Tempo di merda, niente moto.
Di che cosa parliamo? Parliamo d'altro.


Mentre alle aziende italiane e alle partite IVA viene chiesto di pagare il canone RAI (perché senza dubbio posseggono un PC in grado di ricevere programmi televisivi), la stessa RAI compensa il guitto Celentano con 700.000 Euro per le sue cialtronerie al festival di Sanremo. Lui dice che li devolverà in beneficenza, ma la RAI comunque glieli verserà, mentre la letterina con la richiesta di pagamento del grottesco balzello è già nelle cassette della posta di molti italiani.

Cambiano i governi (sinistra, destra, tecnici) ma la piaga purulenta della RAI nessuno è disposto a risolverla. Troppi posti di "lavoro" a rischio. Troppe cambiali politiche da pagare. Che le paghi il contribuente.

Ma anche gli uffici governativi, gli uffici postali utilizzano migliaia di PC. Pagheranno la vergognosa oblazione anche loro? Nessuno in questo Paese del Terzo Mondo mascherato da G8 sente il minimo imbarazzo per una norma (Art. 1 e 2 RDL 21.2.1938 n. 246) che risale al ventennio fascista e solo per la connivenza di una classe politica marcia si applica al possesso di un televisore?

Tranquilli. Siamo in buone mani.

Sulla vicenda dei due militari italiani consegnati alle autorità indiane per la questione dei pescatori uccisi in acque internazionali (una storia ancora tutta da chiarire), la massima autorità dello stato dichiara: "E' una cosa molto ingarbugliata. Il caso diplomatico è già nato, l'importante è che si risolva". Così afferma il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano.

Intendiamoci, io non sono nessuno ma nel mio piccolo sono convinto che, nei panni del presidente della repubblica, sarei riuscito a pronunciare qualcosa di altrettanto vibrante. Bravo presidente, tutto quello che ci costi sono soldi spesi bene. Un uomo di polso ci voleva...

Il cittadino italico, forte di questa certezza, paga volentieri ogni balzello. Al grido "Abbiamo visto di peggio", il contribuente tira avanti convinto (bontà sua) che le cose miglioreranno.

Ma abbiamo veramente visto di peggio?

mercoledì 18 gennaio 2012

Nani al comando

Due considerazioni doverose sugli eventi della scorsa settimana.
Abbiamo visto all’opera, con i tragici risultati che tutti sanno, il classico “capo all’italiana”, il prodotto di una cultura egocentrica e feudale, un nano narcisista con un’immagine del suo ruolo gonfiata e deviata. Un’immagine che lo fa sentire in diritto di utilizzare un oggetto di proprietà del suo datore di lavoro (costo circa 400 milioni di Euro) e di mettere a rischio 4000 vite umane (un valore questo incalcolabile) per un ridicolo atto di omaggio, un “inchino”, a qualcuno come lui. Ma fra “uomini di panza” si fa cosi.

Il personaggio, che tanto ricorda un nostro ex-premier votato alla spavalderia, alla tracotanza e allo stravolgimento della verità, ha combinato un casino infinito, ha ucciso delle persone, ha bruciato centinaia di miliardi di valore delle azioni del suo datore di lavoro, ha ridotto a relitto una nave nuova e ne ha prontamente preso le distanze (letteralmente) “cadendo” per pura combinazione in una scialuppa. Che culo.

Del danno che il suo operato (e quello del Papy prima di lui) hanno fatto al nostro Paese parleremo in un’altra occasione. Intanto, l’Italia (quasi) tutta si è rivoltata contro questa figura miserabile di piccolo bulletto di provincia (come sembra abbiano anche fatto molti dei suoi ufficiali).

Dalla sua parte si è schierato il paesello natio (al quale negli anni il nano si è inchinato facendo favori, come nella migliore tradizione) e infatti sul Web è apparso lo striscione "Comandante non mollare" che i concittadini gli hanno piazzato davanti la casa. No, il comandante non è uno che molla, si è visto. Vedrete che tra qualche giorno diventerà quasi una questione "razziale", come quando O.J. Simpson ammazzò la moglie e la fece (temporaneamente) franca. E altrettanto prevedibilmente, tifa per lui la moglie. La signora Fabiola ha diffuso un comunicato in cui scrive: "Sentiamo il dovere di respingere con forza qualsiasi tentativo di delegittimazione della sua figura, invitando a comprendere la sua tragedia ed il suo dramma umano. Molti dei particolari pubblicati, relativi al comportamento del comandante Schettino, sono da verificare".

Mi viene spontaneo pensare che questa lucida prosa non sia tutta farina del sacco della Sig.ra Fabiola di Meta di Sorrento, o sarebbe in qualche modo legittimata la teoria di un tentato suicidio del marito comandante, pronto a colare a picco pur di non tornare a casa da una che parla così.

Intanto, il giudice per le indagini preliminari ha concesso al nano gli arresti domiciliari. Ma dai giudici, almeno quelli che non avevano parenti e amici a bordo della nave, ci possiamo aspettare di tutto.

Il comune di Meta avrebbe intanto offerto al valoroso skipper un posto da bagnino una volta scontata la pena detentiva (se mai ci sarà). Il ricciolo da guaglione brizzolato porterà di sicuro migliaia di signore attempate e irrequiete sulle spiagge della riviera sorrentina.

Ci scrive nel frattempo un comandante dell’Alitaglia, Guido Stopardico-Joni, e ci chiede se, in omaggio ai suoi parenti che vivono a Castelluccio di Norcia, può fare un inchino anche lui, un passaggio radente con il suo B747 (400 passeggeri ignari a bordo) sulla Piana di Castelluccio, con brusca riattaccata prima delle case del paesino.
C’è da dire a suo credito che, nel caso dovesse sbagliare la manovra, non ci sarebbe una scialuppa nella quale rifugiarsi.



mercoledì 1 giugno 2011

Incubi contemporanei


La polizia stradale della Florida ha arrestato una certa Megan Barnes (37 anni) per aver tamponato un SUV alla velocità di 60 kmh. 

Sembra che la tale avesse lasciato il volante perché troppo occupata a farsi la ceretta tra le gambe.

“Stavo andando a un appuntamento e volevo essere perfettamente a posto”, ha dichiarato al poliziotto che l’ha arrestata. Quest’ultimo ha avuto anche non poche difficoltà a restare serio, visto che la Barnes non aveva proprio l’aspetto di una coniglietta di Playboy.  Il bello della vicenda però deve ancora arrivare.

Al suo fianco, nel sedile del passeggero, sedeva il suo ex-marito, il quale (evidentemente ancora innamorato di lei) ha inizialmente dichiarato di essere stato lui alla guida dell’auto al momento dell’incidente, prendendosi quindi la responsabilità dell’accaduto.

I rilievi della Florida Highway Patrol hanno però dimostrato l’infondatezza di questa versione e portato all’arresto della Barnes. Si è infatti scoperto che la tipa era stata multata il giorno prima per guida in stato di ebbrezza e guidava (si fa per dire) con una patente sospesa.

I giornali, le radio e i notiziari Web sono andati a nozze con questa bella storia, cercando di approfondire la personalità dell’ex-marito (che accompagnava la donna a un appuntamento dichiaratamente galante) e battezzando la Barnes “Nemico Pubico Numero Uno” sulle strade della Florida.

Questa notizia mi ha profondamente scosso. Quale utente delle tangenziali di Milano, ho già abbastanza patemi d’animo nell’immettermi nel loro intenso traffico e tremo sempre all’idea di incontrare la mia maledizione, la famigerata “Vecia” con la Matiz.

Adesso il pensiero di trovarmela affiancata mentre apre il finestrino per gettare fuori le striscette depilanti mi precipita nel panico.

Ora mi ci vuole proprio una birra fredda.

mercoledì 18 maggio 2011

La contraerea degli imbecilli


Arriva l’estate e arrivano le zanzare. Succede da qualche milione di anni.

Poi alla fine degli anni 90 sbarca da noi la zanzara tigre ed è il panico. Nel 2007, a causa delle zanzare tigre, ci fu in provincia di Ravenna un’epidemia di febbre virale africana che contagiò ben 200 persone.

Terrorizzata, la gente si riversa ora nelle strade e si raccoglie davanti ai comuni in attesa di un gesto risolutivo da parte degli amministratori cittadini. Chi altro infatti potrà salvare 60 milioni di italiani dal feroce insetto asiatico?

Nel mondo dei fumetti, Superman avrebbe usato il supersoffio per spazzare via le zanzare e sbatterle su Marte, un ambiente ostile dove sarebbero morte all’istante. Spiderman, da buon ragno, se le sarebbe mangiate tutte. Ma sappiamo che i supereroi non esistono e la soluzione la devono trovare i sindaci, i veri eroi che difendono gli italiani.

Reagisce per primo il sindaco di Ravenna con un’ordinanza in vigore dal 21 Aprile al 31 Ottobre che impone di svuotare qualunque contenitore di acqua stagnante, dai serbatoi d’acqua alle fontane o piscine non in uso e perfino i vasi di fiori al cimitero, sostituendo all’acqua la sabbia umida.
Non sfuggono nemmeno i “detentori di copertoni”, quei loschi individui che depositano all’aperto carcasse di pneumatici usati da rigenerare.
Col sindaco di Ravenna non si scherza, ci sono sanzioni da 103,29 a 516,46 euro.

Il sindaco di Roma non è da meno. Dal 18 Aprile al 30 Novembre, nel territorio della Capitale del Mondo lasciare che l’acqua ristagni nei sottovasi costerà alla Sig.ra Cesira da 50 a 500 euro.

“Li mortacci – esclama la poveretta – stavo in vestaja a ddà l’acqua ai fiori e me so trovata davanti un pizzardone in elicottero che me stava a fà la multa perché ciavevo du’ dita d’acqua ner sottovaso…”

Una campagna di sensibilizzazione sarebbe costata troppo. Si passa piuttosto a emanare ordinanze stravaganti con sanzioni pecuniarie assurde e che nessuno ovviamente farà rispettare. I vigili urbani sono già introvabili e non escono nemmeno in caso di incidente stradale. Ve li immaginate attraversare il paese a sirene spiegate perché lo sfasciacarrozze ha una pila di copertoni non svuotati?

Questa è l’Italia cialtrona che naviga il Terzo Millennio a suon di carte bollate e provvedimenti inutili. L’importante è far vedere di aver fatto qualcosa, non importa cosa.

Zanzare tremate, la contraerea degli imbecilli vi abbatterà.

Nei Paesi civili si fa una campagna di disinfestazione e si mette a disposizione dei cittadini il larvicida con le istruzioni del caso. Non mi pare il caso di scomodare Einstein e infatti molti sindaci italiani hanno scelto questa strada. 

A Napoli invece si è adottato l'antico rimedio popolare di gettare l’immondizia in strada in modo che le zanzare tigre se le mangino i topi.
Accà nisciuno è fesso...

sabato 30 aprile 2011

A che servono i re?


Dopo i funerali, i matrimoni sono la cosa che evito più accuratamente. Avrei perfino provato a evitare i miei, ma le polemiche sarebbero state molto antipatiche e quindi ho accettato di fare una breve apparizione.

Immaginate la mia sorpresa nel vedere l’importanza che la stampa italiana ha dato al matrimonio reale di ieri a Londra. Conoscete qualcuno che si è sparato tutta la telecronaca diretta delle nozze reali? Se sì, chiedetegli perché.

Che senso ha assistere al matrimonio di qualcuno che non conosci, in un Paese che non è il tuo e con in testa una corona che non ti riguarda?

Ah, ma forse la chiave è proprio quella. La corona. Il matrimonio dei due pupazzi britannici è reale!

Se si fossero sposati Bill e Kat di Hounslow (un anonimo quartiere londinese a venti chilometri da Buckingham Palace) non ci sarebbe stata la televisione, né probabilmente gli sposi l’avrebbero desiderata. Sarebbe stato sufficiente un video saltellante girato con il telefonino e poi tutti al pub a celebrare.

La storia stucchevole e fittizia dell’erede al trono che sposa la cenerentola è stata chiamata (sorpresa, sorpresa!) una “favola moderna”. Non mi metterò a discutere del motivo per cui la gente debba andare a cercare le favole moderne, quando quelle antiche erano di gran lunga migliori e più ricche di significati.

La mia perplessità nasce dal fatto che la gente sia evidentemente ancora affascinata dai “reali”, compresi quegli squallidi personaggi di casa Savoia, una banda di accattoni che sono motivo di vergogna (un altro) per l’Italia.

A che servono i re nel terzo millennio? Se i confini nazionali non contano più, se le monete si unificano e le leggi diventano comunitarie che motivo ha una nazione di mantenere un re e una famiglia reale?

“Tradizione” è la risposta standard.

Eppure quante istituzioni tradizionali e aziende iconiche sono sparite, si sono trasformate o sono passate di mano in Italia e nel mondo? Il sole ha continuato a sorgere.

Se il “royal tourism” riempie ancora gli alberghi, continuerà a farlo anche dopo aver liquidato la casa reale (7 anni di preavviso, Alitalia insegna) e aperto le stanze segrete alla curiosità della folla al prezzo di 20 sterline a testa.

Se uno è tanto stupido da agitare la bandierina inglese al passaggio della “royal couple”, investirà di sicuro l’equivalente di 22,50 euro per vedere la camera da letto di Carlo o il gabinetto della regina Elisabetta.

giovedì 17 marzo 2011

Fratelli d'Itaglia

Alla faccia dell'Italia cialtrona e bancarottiera che si regala una festa inutile e insignificante per i 150 anni della sua magra sopravvivenza, oggi ho lavorato tutto il giorno e così ha fatto mia moglie.

Mentre martellavo la tastiera del Dell, un mega-file audio da qualche Giga girava sull'impianto stereo e mi dava la giusta carica. Oggi, signori, mi sono fatto un'overdose da musica classica.

Pezzi da brivido, da Nessun Dorma di Puccini al Requiem K.626 di Mozart. Il meglio che un'Europa ormai scomparsa è riuscita a produrre.

E allora mi è venuto da pensare a quel patetico inno nazionale che ci ritroviamo, Fratelli d'Italia, anche noto come l'Inno di Mameli.

Dopo aver ascoltato pezzi come la Marcia Trionfale dell'Aida o il Va pensiero del Nabucco (di quel gigante di Giuseppe Verdi), il nostro inno suona come una pisciata a fianco delle cascate del Niagara.

Il pezzo che candiderei  a inno nazionale (e non sono il solo) è la Marcia Trionfale: regale, elegante e di una potenza ciclopica. Anche il Va pensiero non scherza, è corale e commovente. Un pezzo che ti lascia stremato.

Ma forse va bene così, lasciamo pure le cose come stanno. Siamo un paese destinato all'irrilevanza più totale, in mano a una banda di guitti cleptomani, presieduto da una cariatide stalinista e amministrato da cazzoni che abbassano l'inquinamento a colpi di cartelli con scritto 70 kmh.

Teniamoci Fratelli d'Italia. E' la classica musichetta concitata da banda di paese che ci meritiamo.

La Marcia Trionfale dell'Aida è un capolavoro. Speriamo che se la compri un paese serio. Per capirsi, uno che elimini un paio di feste nazionali invece di crearle.

giovedì 10 marzo 2011

Buona strada, Muammar


Ultimi giorni di Libia con il Colonnello ancora al timone.
L’improvvisa concatenazione di moti popolari nel Nord Africa ci avrà anche sorpreso in questi ultimi mesi, ma basta gettare un rapido sguardo al passato e risulta chiaro che nulla dura molto a lungo in questa parte del mondo, tanto meno i sedicenti Re dei Re d’Africa.
A Tripoli c’è senz’altro qualcuno che sta già facendo incetta di vernici per esterni, nella ragionevole aspettativa che il colore verde del regime ormai in crisi terminale venga sostituito da un altro colore.

La Piazza Verde voluta da Gheddafi si chiamava Piazza Indipendenza dalla fine del regime coloniale italiano fino al 1969. Prima ancora era stata Piazza Italia. Tra qualche mese le persiane che si affacciano su di essa avranno un altro colore, il colore ufficiale della nuova Libia. Quale esso sia non è dato sapere. Di sicuro si può dire che il prezzo dello smalto verde è crollato ai minimi storici.

Intanto qualcun altro avrà pensato a rimettere in funzione il vecchio Maggiolino Volkswagen color turchese che è da anni esposto al Museo della Jamahriya perché di proprietà del Cap. Muammar Gheddafi ai tempi del suo colpo di stato. In Libia non si butta niente, una batteria seminuova, un cambio d’olio e quattro gomme ricoperte e il Maggiolino riprenderà a circolare per le vie di Tripoli. Quanto al suo proprietario (sono sicuro che la macchina è ancora intestata a Lui) non sarei troppo sicuro di un riciclaggio. Finirà probabilmente “rottamato”, ma rottamato di lusso in qualche Paese compiacente che aprirà le braccia a lui e ai miliardi che ha accantonato in 40 anni di regime.

Aria di smobilitazione anche fra le amazzoni del colonnello, le 40 soldatesse della sua guardia del corpo.
Non si vedono più attorno al Leader Fraterno già da qualche tempo. La stampa italiana, che non si lascia sfuggire una banalità se questa può solleticare le masse, si interroga sulla sorte delle 40 guardie del corpo, che definisce “bellissime”, “curate e ben truccate”.
Non è da escludere che ce le troveremo a breve in qualche spettacolo televisivo.

Anche in Italia non si butta niente,  dai Savoia fino alle vecchie carampane dei telegiornali fino (e soprattutto) alla classe politica.
La cultura nazionale vuole che, una volta conquistato il “posto”, nessuno te lo possa più togliere.
E allora viva la faccia della Tunisia, dell’Egitto e della Libia. Almeno loro ci stanno provando.

sabato 26 febbraio 2011

Pagliacci!


Il 17 Febbraio è entrata in vigore l’ordinanza cialtrona che abbassava a 70 kmh il limite di velocità sulle tangenziali di Milano. La brillante idea rappresentava la risposta della provincia all’inquinamento dell’aria, della serie: non so quali misure prendere, ma intanto abbassiamo il limite di velocità, chissà magari funziona.

Non è dato sapere su quale fondamento scientifico si basi questa decisione, ma ne è chiara la matrice di profonda ignoranza e incapacità gestionale dei nostri reggenti. 

Si tratta di una classe di amministratori che non saprebbero amministrare un condominio di 4 appartamenti, pianificatori che non saprebbero pianificare una pisciata in un tratto autostradale con una stazione di servizio ogni 10 km e finirebbero per farsela sotto.

Il problema è che le loro decisioni da incompetenti influenzano la vita di milioni di persone. Già anni fa  qualche demente aveva abbassato il limite di velocità per le tangenziali milanesi a 90 kmh. Non ricordo quale fosse l’obiettivo: ridurre l’inquinamento, abbassare il tasso di mortalità, evitare le alluvioni in Bangladesh o altro.

La natura di questo anello autostradale è tale che, quando non è intasato (nel qual caso la velocità media scende a 20-30 kmh), la sua velocità “fisiologica” è 90-110 kmh. In questo intervallo di velocità si viaggia abbastanza sicuri e spediti. Qualunque andatura diversa (inferiore o superiore) rappresenta un potenziale pericolo. Non serve essere degli scienziati, basta avere qualche anno di patente e sono cose che risultano evidenti.

Ora sono passati nove giorni dall’entrata in vigore dell’ordinanza provinciale e basta percorrere 10 o 20 km di tangenziale per vedere che non è cambiato niente. Gran parte dei veicoli viaggiano tra 90 e 110 quando si può viaggiare e invece si fermano tutti quando la tangenziale è bloccata. Secondo i soloni della provincia quest’ultima dovrebbe essere una situazione ottimale: viaggiando a una media di 20 chissà di quanto si riduce l’inquinamento.

Gli utenti della strada, ignorando completamente i legislatori cialtroni, continuano a viaggiare alla solita velocità finché la strada è libera. Anche l’assenza di rilevatori funzionanti ha sicuramente avuto il suo peso, se cominciassero a fioccare le multe mi domando che cosa succederebbe. Intanto però, negli ultimi giorni non ho visto in giro né polizia né autovelox funzionanti.

E’ probabile che, dopo i soliti 15 giorni di polemiche e accese critiche, tutto ritorni alla normalità italiana. 
Il che vuol dire che i cialtroni legiferano fuffa e la gente si arrangia come può.

E intanto il 17 Marzo si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia invece di fare una giornata di vergogna per come questa manica di pagliacci ha ridotto il  paese.

venerdì 13 agosto 2010

Questione di prestigio


Ho smesso di leggere le recensioni di qualunque bene o servizio che siano pubblicate in Italia, sia sui giornali che sui siti Web.
Come un filtro anti-spam che riconosce al volo le parole chiave degli odiosi messaggi di posta indesiderati, anch'io ho sviluppato un sesto senso per le marchette della stampa italica, una manica di pennivendoli inverecondi pronti a cantare le lodi di qualunque cosa.
La parola che mi fa accendere la spia rossa dell'allarme-marchetta è prestigio, anche quando compare nella sua forma aggettivale prestigioso.
Quante volte l'avete letto solo oggi in qualche recensione?

Il prestigioso marchio Motom è ritornato a fregiare degli splendidi scooter…

Leggi: il marchio Motom, che risale al 1947 e che è andato prematuramente a estinguersi per mancanza di mercato/soldi/idee è ritornato con una spudorata operazione commerciale che ha messo in circolazione scadenti trabiccoli fatti in Cina abbinandoli a un logo storico ma tanto estinto quanto l'Idrolitina.

Vacanze da sogno nel prestigioso Hotel Caccamo, due stelle, vista tangenziale, tutte camere con bagno, sottopassaggio per accedere al parcheggio. Disponibili camere insonorizzate per un modesto supplemento.

Leggi: locanda malconcia e rumorosa in posizione assolutamente da evitare a meno che non vi si guasti la macchina lì davanti alle due del mattino.

La parola prestigio viene, guarda un po', dal latino e vuol dire originariamente "gioco di destrezza" e, in senso traslato, "illusione". E qui la definizione "marchio prestigioso" abusata dalla stampa calzerebbe a pennello: si tratta di un gioco di prestigio in cui a essere giocato è sempre il consumatore che crede a quello che legge.

Il significato corrente che si attribuisce a "prestigio" (autorità, fascino) si avvicina molto all'utilizzo che la lingua francese ha fatto della parola latina. Fra i vari significati di prestige, oltre a quello di illusione e gioco di mano, ci sono attrazione, capacità di sedurre, di fare impressione. Anche l'inglese, che deve al francese un bel po' dei suoi vocaboli, ha ereditato prestige ma soltanto nelle sue accezioni di reputazione raggiunta tramite il successo oppure capacità di suscitare impressione.

Ecco quindi un'arma letale nelle mani dei marchettari: il cronometro, i mocassini, il marchio storico, il motorino, il pied-à-terre in borgata, sono tutti oggetti prestigiosi i cui lati positivi non vanno nemmeno descritti. Sono misteriosamente contenuti nell'aggettivo e nessuno osa chiedere quali siano per non passare da ignorante.

D: Ma come ti è venuto in mente di comprarti quel catorcio?
R: Ma scherzi? Non lo vedi che  è un marchio prestigioso!

Ovviamente dei lati negativi, trattandosi di recensioni stampa, non si parla affatto.
Va bene informare i consumatori, ma vediamo di non esagerare e finire per raccontargli le cose come stanno...

domenica 1 agosto 2010

La Lola si chiama Gretchen

"È il latte della Lola!" squittiva quel bambino dalla voce odiosa con in mano il suo bicchiere di latte.

Ma quale Lola? Lui poi non ha neanche mai visto una mucca in carne e ossa. Anzi a scuola le disegna colorate di viola perché le uniche mucche che conosce sono quelle della Milka. E quando si scopre che la Lola non esiste, che la fregnaccia autarchica delle 50.000 mucche italiane è assai improbabile (visto che latte e pasta di formaggio arrivano dalla Baviera), la sua carriera da attore è in grande crisi. Difficilmente lo rivedremo in quello spot TV.

In un blog dedicato proprio agli spot televisivi leggo la descrizione di quella pubblicità:
"Lo spot, epico e corale, fatto di natura, di mucche, di passione e di latte, racconta che il latte, e la linea di prodotti Alta Qualità G*** nascono da un incontro straordinario. Quello tra chi il latte lo fa per davvero, e chi lo beve; che mai, come nel caso di G***, sono così vicini."
"Vicini"? Quanto ci mette un'autocisterna a fare 600 km?
"Epico e corale". Vero, peccato che fosse un falso.

In Italia, marketing e marchette sono la stessa cosa. Inoltre, appena mettete qualcosa sul mercato, che sia uno stracchino o una moto, siete subito assaliti da uno stuolo di "giornalisti" pronti a cantarne le lodi per quattro soldi, per una moto in comodato gratuito o per un quintale di stracchino consegnato sotto casa.

Diffidate dalle prove su strada, dai test comparativi, dall'opinione dell'esperto. Tutta gente che ha un mutuo da pagare e scriverebbe di tutto su tutto. E fra questi desperados della pubblica informazione c'è anche chi recensisce le campagne pubblicitarie, prova i biscotti, prende i tempi sul chilometro dello stracchino e certifica la digeribilità delle moto. Tutti pronti ad avallare le palle più colossali per un piatto di minestra.

Rassegnamoci.  Anche La Valle degli Orti non esiste. Sono verdure raccolte e surgelate "prevalentemente" in Italia, trasportate in container refrigerati e confezionate dalla Nestlé. La Valle nacque nel 1984 e c'è sicuramente in Italia chi è convinto che esista sul serio e ci lavorino tanti vecchietti sorridenti, con una gran chioma di capelli bianchi e che annaffiano con amore pisellini e carotine.

Dieci anni prima (1974) nasceva il Mulino Bianco, la linea di prodotti da forno della Barilla, realizzata in gran segreto da un maestro pasticcere inglese. Un'icona sdolcinata e rassicurante perpetuata da ormai 36 anni di pubblicità fin troppo stucchevole. Anche il Mulino, naturalmente, non esiste.

Nel mulino che vorrei…

Non so voi, ma io non vorrei un mulino. Io vorrei solo mangiare della roba decente e che la smettessero di raccontarmi stronzate.

lunedì 26 luglio 2010

Otto milioni di mozzarelle

Prima di andarsene a dormire, dopo la razione giornaliera di inefficienze, malcostume e cialtroneria, il nostro Bel Paese si racconta ogni sera la favola del Made in Italy, una palla patetica come gli otto milioni di baionette.

Sapete, roba dei tempi della seconda guerra mondiale, quando rapidi e invisibili partivano i sommergibili però gli Alpini andavano in Russia con le scarpe di cartone.

Ma il Paese conta su queste bufale autoreferenzianti per far addormentare i cittadini-bambini. Si stordisce bene bene guardando il calcio e ha il cuore gonfio di orgoglio per il suo impegno per la pace nel mondo, che consiste nel mettere fuori al balcone le bandiere arcobaleno. La bandiera nazionale no, quella solo se l'Italia gioca ai mondiali. Quest'anno il tricolore è ancora nuovo di pacca.

Il Paese è contrario alle guerre, però i volontari vanno in Afghanistan perché lì si guadagna di più. Basta che quegli altri non gli sparano, però. Non sia mai che un talebano apra il fuoco che le mamme dei militari in missione vanno subito a strapparsi i capelli in TV. Cercasi zona di guerra dove non si spara per poter mandare tranquilli una missione di pace.

E intanto l'italiano esige con fermezza la qualità italiana: si moltiplicano i consorzi DOP, l'ordine professionale dell'aceto balsamico, il gran giurì dei capperi, i templari del pecorino, l'inquisizione della mozzarella.

I gran sacerdoti del Made in Italy vanno alle fiere internazionali a difendere la purezza del marchio mentre a casa hanno l'emergenza rifiuti. La ricottina ha il bollino blu della goletta verde, però sa di merda.

"Latte Pippo DOC: solo mucche italiane". Perché, vi fanno schifo le mucche svizzere, austriache o francesi? Che cosa hanno di speciale le mucche italiane? Sono meno pazze delle altre? Se mangio una bistecca di Angus o una costata sudamericana sto rischiando la pelle? L'ignorante, che non sa decidere di suo, ama i luoghi comuni e se ne fa propagatore: "Al bambino ci do la fettina di carne italiana, ecchè scherziamo?"

Poi arriva la pubblicità televisiva di una nota birra nazionale: "Birra Pluto, 100% puro malto italiano". L'Italia non è nemmeno fra i primi 10 produttori di malto al mondo, ma deve avere una sua ricetta segreta. Non accettate birra fatta con malto straniero, magari tedesco o belga. Sappiamo che fetenzie di birre ci fanno quelli là. Dell'origine del luppolo però la pubblicità non parla, magari lo compriamo da un fornitore scomodo.

Terzo millennio. Nel mondo globale l'Italia scava trincee alimentari da Trieste in giù. Partono iniziative frenetiche sui mercati esteri per combattere le contraffazioni alimentari. La parola d'ordine è: "I marchi taroccati (Parmezan, Prisecco, Amarotto di Sarenno, Lambresco) frenano la diffusione dei prodotti di qualità". 
Come dire che i Rolex fasulli frenano le vendite di quelli autentici. 
Ma siamo seri!

Il problema è proprio quello: per essere seri ci vuole gente seria.

martedì 29 giugno 2010

Attività aereo-bica

No, non è un errore di stampa. Ho proprio voluto scrivere attività aereo-bica.
L’idea me l’ha fornita una di quelle conversazioni “captate” in un mezzo pubblico mentre qualcuno urla al cellulare. Captate si fa per dire, visto che almeno 50 persone sono investite acusticamente, che lo vogliano o meno, dagli sproloqui a 100 decibel di un cretino.

L’espressione che ho colto è “salto su un aereo”. La frase completa è: “Sai, domani salto su un aereo e vado a Londra" (ma ci stanno bene anche Helsinki o Cagliari). La chiave qui non è la destinazione, ma la disinvoltura con la quale un cerebroleso qualsiasi ama raccontare il suo viaggio in aereo.

La verità vera è che forse Humphrey Bogart quella notte a Casablanca avrebbe potuto saltare sull’aereo per Lisbona ma non lo fece. Indiana Jones, invece, mostrava una certa predisposizione a saltare dagli aerei o dagli Zeppelin.

Oggi non c'è più nessuno che salta sugli aerei, a meno che non si tratti di un aereo privato. Per cominciare, l’aereo va prenotato, altrimenti si rischia di finire a mangiarsi le unghie in lista d’attesa davanti al gate di imbarco, senza sapere fino all'ultimo se si riuscirà a salire a bordo o meno.

Poi bisogna arrivare in aeroporto almeno un’ora prima del volo, fare il check-in, passare il controllo di sicurezza dopo una fila interminabile che si percorre 20 cm alla volta. Saltare un cavolo! Poi si aspetta ancora fino all’annuncio d’imbarco e ci si rimette in fila per salire sul pullman o incanalarsi nel “loading bridge” che, un passo alla volta, ci porterà a bordo.

Dove vedono l’opportunità di saltare in aereo questi cretini narcisisti che si descrivono agli altri in toni epici?

Prendere l’aereo oggi equivale a salire (senza saltare) su un qualsiasi mezzo di trasporto di massa, la magia e il fascino di una volta sono finiti. 50 anni fa in aereo viaggiavano i capi di stato, le stelle dello spettacolo e la gente più abbiente. Posso capire che allora ci si tenesse a far sapere in giro di aver preso l’aereo. Ma oggi?

Sono saltato sul jumbo-tram o ho preso al volo il metrò sono azioni altrettanto eroiche da raccontare. 

martedì 15 giugno 2010

Severamente ridicolo

Il rapporto tra il cittadino e l'autorità dipende molto dal tono di voce con cui quest'ultima parla e la sfiducia dell'individuo nei confronti del sistema è proporzionale alla "distanza" percepita.

Paesi come il nostro tendono a stabilire una notevole distanza tra il cittadino e l'autorità. Uno dei metodi preferiti è quello di parlare in maniera complicata, di intimorire con la complessità del messaggio anche quando si potrebbero utilizzare termini semplici.
Un esempio banale?

Guardate come viene definito un rallentatore su una strada dell'hinterland milanese. Variazione altimetrica.
Possibile che non ci fosse un modo più semplice di descriverlo? Oppure lasciare che l'icona parlasse da sola? Dimenticando per un attimo la folta popolazione extracomunitaria, la cui conoscenza dell'italiano è tutta da verificare, anche il cittadino medio che è nato ed è andato a scuola in Italia deve pensarci un attimo per capire il significato di questo cartello. Perché usare un termine altisonante (e vagamente fuori luogo: chi gira con l'altimetro in macchina?) invece di una semplice descrizione, come per esempio gobba.

No, l'autorità teme di non essere presa sul serio se parla in termini semplici. È un concetto vecchio di secoli ma funziona sempre. Parlare difficile, alzare la voce per avere il rispetto dei sottoposti. Dopotutto siamo il paese del "severamente vietato", perché vietato non basta.

Guardate lo stesso rallentatore come viene segnalato in altri Paesi. Negli Stati Uniti si chiama BUMP, un termine imitativo che non lascia spazio a più interpretazioni. Perché chiamarlo in maniera differente e più complicata? Come la maggior parte dei segnali stradali americani, anche questo è a prova di stupido (basta che lo stupido sappia leggere).

Ma l'autorità in Italia dimostra di preferire il linguaggio complesso della burocrazia. E per autorità non intendo soltanto il funzionarietto che si occupa di segnaletica stradale, ma anche chi stila le procedure di sicurezza destinate agli ospiti degli alberghi, le istruzioni per le uscite di emergenza nei mezzi pubblici (aerei compresi) e tutte quelle comunicazioni farcite di termini pseudo-tecnici che sembrano più sottolineare la propria competenza che trasmettere contenuti essenziali in situazioni di pericolo. 

Vediamo quindi che anche il privato scimmiotta il linguaggio delle circolari ministeriali, dei decreti, dei regolamenti di applicazione per mutuarne autorità e importanza. Perché la sicurezza è una cosa seria! Un linguaggio semplice che anche un bambino capirebbe è considerato riduttivo.

Qualche giorno fa, nella cabina di un traghetto, mi piegavo dal ridere leggendo le istruzioni plurilingue per l'uso della doccia. "Controllare che la propria condizione fisica sia buona prima di entrare nella doccia". Che cosa devo fare, mi devo misurare la pressione e fare un elettrocardiogramma prima di aprire l'acqua? Non basterebbe dire: attenzione a non perdere l'equilibrio? Ce lo vedete uno che soffre di sbalzi di pressione a mettersi sotto la doccia in un mare forza 6?

Un tempo il popolo analfabeta si rivolgeva al cerusico e al notaro per farsi spiegare le complessità della medicina e della legge. Oggi, anche se il popolo sa viaggiare in Internet e comunicare in Wi-Fi, l'autorità parla ancora con la stessa voce accigliata e inefficace.

domenica 14 marzo 2010

L'ha detto la TV!

La televisione degli Italiani è arrivata nel 1954 con dei mostruosi apparecchi dall'involucro in legno. I miei figli non ci volevano credere quando glielo raccontavo. 
"Il televisore aveva l'esterno di legno? Ma dai papà, e allora il telecomando  di che materiale era fatto?"

Col tempo la TV è arrivata in tutte le case e non c'era nemmeno più bisogno di andare a vedere la partita al "Bar Italia".  Ma a parte le riprese del calcio, tra i pregi della TV c'è l'aver portato informazioni e notizie nei posti più isolati del Paese e di aver diffuso una lingua (quella della Rai è il romano) in quei posti dove si parlava solo il dialetto.

Poi sono arrivati i canali. Nel 1961 fu inaugurato il Secondo Canale e il nostro elettricista dovette praticare un buco nell'involucro di legno della TV per inserire un pulsante che permettesse di cambiare tra Rai 1 e Rai 2. Solo nel 1974 si affacciarono le prime TV private, ma solo dopo estenuanti battaglie legali che coinvolsero perfino la Corte di Cassazione.

Il resto, potremmo dire, è storia. Oggi la televisione fa parte della vita di tutti, sia come dispositivo ricevente di programmi teletrasmessi che come schermo sul quale proiettare nostri contenuti: il video dei bambini in vacanza, gli esercizi della Wii di Nintendo, i videogiochi, i DVD.

La TV ci insegna anche i comportamenti da tenere.

Se siete un avvocato, al momento di alzarvi per controinterrogare il teste, dovete abbottonarvi la giacca. Lo fanno in tutti i telefilm. Mi sono sempre domandato perché e non so darvi una risposta. Ma fateci caso al prossimo telefilm americano che vedete. Si alza, si abbottona la giacca e va a inchiodare il testimone reticente.

Non solo. Se state facendo la pubblicità a un prodotto farmaceutico o legato all'igiene personale, dovete per forza avere gli occhiali. I quali occhiali vanno tolti e rimessi più volte mentre ci rivelate che il dentifricio Sbreccadent X riduce le carie del 37,8 per cento. (Ma del 37,8% rispetto a che?) Sicuramente una ricerca ha rivelato che la pubblicità del dentifricio fatta da un attore che non porta occhiali vende il 13,7% di meno.

E avete sentito che baccano fanno i flash delle macchine fotografiche quando scattano le foto della scena del crimine nell'ennesimo telefilm di autopsie? Sembrano colpi di tuono. Io di foto col flash ne ho scattate tante, ma il rumore che fanno è minimo!

E visto che ci siamo, fate caso a quanti telefilm mostrano gli attori che non si allacciano le cinture in auto. 
O in quante riprese in movimento, dall'automobile è stato rimosso lo specchietto retrovisore interno.

Secondo me sono già delle buone ragioni per non pagare il canone.

venerdì 12 febbraio 2010

Vade retro, idiota!


Il conflitto più lungo nella storia dell'umanità è quello contro l'idiozia (e lo stiamo perdendo). Le cose si sono messe male da quando sono arrivati i computer. Adesso, non ci sono soltanto gli individui idioti da combattere, ma anche i software idioti.
Chi di voi non ha mai urlato un'oscenità a quella voce odiosa che al casello autostradale ti spara nell'orecchio: "ritirare la tessera"?

Ne ho appena scoperta un'altra di voce sintetizzata che mi fa diventare scemo. All'ipermercato Auchan ci sono ora delle casse dove puoi pagare da solo senza bisogno della cassiera. Metti i tuoi acquisti sul banco, passi i codici a barre sul lettore: "buup" "buup" "buup" e la spesa è stata conteggiata. Aggiungi Euro 0,04 per un sacchetto e paghi inserendo la carta di credito o la moneta nell'apposita fessura. Il resto ti arriva in due punti diversi, le monete da una parte e le banconote da un'altra.

Mentre le tue due uniche mani si affrettano a ritirare il resto (monete di qua, banconote di là) e a inserire il tutto nel sacchetto di plastica biodegradabile, la cretina continua a dire "ritirare la spesa", "ritirare la spesa".
Quanto costa secondo voi tirare un calcio al microfono e farla stare zitta?

Ma il massimo l'ho scoperto un paio di giorni fa.
Mattinata gelida, nebbia bassa e strada ghiacciata. Mi trovo in una cittadina lombarda che conosco a malapena. Per fortuna che c'è il fido GPS (il Nuvi 1200).

Seduto al volante comodo e caldo mentre la gente barcolla e scivola sui marciapiedi gelati sto seguendo le indicazioni vocali. Sono in anticipo e per una volta sto guidando senza stress, giusto un minimo di cautela nelle frenate e in curva.
All'improvviso punto scoppio a ridere. La voce computerizzata mi ricorda: " tra 300 metri, girare a destra su Via Giovanni cs cs iii"
Eeeeh? Giovanni che?

"Fra 100 metri girare a destra su Via Giovanni cs cs iii".

Giro l'angolo e leggo la targa di marmo della strada: Via Giovanni XXIII.

Ancora adesso, ci ripenso e mi metto a ridere.

venerdì 22 gennaio 2010

Banalità metropolitane

Con questo tempo, mi ritengo fortunato di lavorare da casa.
Vedo passare motociclisti infagottati in sella ai loro mezzi e sento un gran freddo per loro.


Spesso però, devo spostarmi in centro città e allora il mio mezzo di trasporto preferito è la metro.
Mi trovo un posto a sedere, apro un libro e mi lascio teletrasportare nel cuore di Milano, mentre la mente azzera il rumore delle ruote sui binari e il brusio della gente.

Questo, beninteso, quando tutto va bene.

Ieri non ho fatto in tempo a sedermi e estrarre il libro che tre donne si sono piazzate in piedi davanti a me e hanno prontamente avviato le mandibole. Una di loro, quella dal Decibel facile, si è rivelata un'autorità sugli yoghurt e una madre attenta ai gusti capricciosi del suo bambino.

"Se non gli do il PincoPalla alla Fragola me lo butta per terra! Devi vedere le scene che mi pianta..."

L'intero vagone (dato il tono di voce) partecipa al dramma.
Io continuo a fissare la stessa riga del libro da cinque minuti mentre sogno di fare al simpatico frugoletto una maschera facciale di yoghurt e poi lavare il tutto con l'idropulitrice da 200 Bar.

Il trio prosegue nella discussione. Per qualche motivo adesso si parla di lavastoviglie. 100 Decibel riprende la parola: "La mia ha tre cestelli". "No - ammette triste una delle altre - la mia ne ha solo due."
Non c'è niente come un cestello in meno per rovinarti la giornata. Arrivi in ufficio che già ti girano, ma per fortuna te la prendi subito con i poveri colleghi di lavoro, che ignorano la tua profonda inadeguatezza in materia di elettrodomestici e magari pensano che tu abbia dei veri problemi in casa.

Il treno va a rilento: c'è stato un guasto alla stazione di Cadorna. Il trio maledetto imperversa e si accende il dibattito sulla durata dei programmi di lavaggio. Sembra che quello da 40 minuti raccolga enfatici consensi. Siamo giunti a parlare in grande dettaglio dei brillantanti quando, miracolosamente, arriviamo alla fermata Duomo e io mi lancio dal vagone verso l'aria fredda della piazza.

Qualche settimana fa, stesso dramma. Treno che viaggia a strappi e tre donne che descrivono nel dettaglio più orrido problemi di gravidanza e splatter raccapriccianti in sala parto, mentre il manovratore ci tiene aggiornati tramite l'altoparlante dei progressi del nostro viaggio. Ma le tre proseguono imperterrite e straparlano sopra la vocina metallica che giunge dalla cabina di guida e ci annuncia che la corsa è interrotta.

Il treno si ferma e tutti scendono. Mentre mi accingo a lasciare il vagone, una delle tre mi chiede: "Ma quando l'ha detto che il treno era guasto?"

"Tre cesarei fa" le rispondo.