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sabato 31 marzo 2012

Cialtroneria nazionale

L’Italia cialtrona e approssimativa è sempre in agguato.
Con un amico abbiamo deciso di fare un breve giro in moto partendo da Milano e diretti a sud sulla SP412 della Val Tidone. L’idea era quella di proseguire lungo questa strada fino in fondo, cioè dove la 412 si immette nella provinciale 461 del Passo del Penice, pochi minuti a valle del passo stesso.

Una volta lasciata la 412, avremmo seguito la 461 verso valle, raggiunto il paese di Bobbio e preso la SS45 della Val Trebbia verso Piacenza, per poi decidere lì per lì come rientrare su Milano.

Giornata assolata e dalla temperatura fin troppo mite. Traffico non particolarmente intenso e praticamente inesistente una volta usciti da Pianello Val Tidone.

Incontriamo solo tre moto che fanno la nostra strada, sono un paio di naked e un’endurona. Non vanno molto forte e a Castelnuovo le superiamo. Pochi secondi dopo, ci fermiamo però a fare spese di insaccati e i tre proseguono verso sud ovest sulla 412.

Rimontati in sella cominciamo a salire, con la Diga Molato a sinistra e la strada che si snoda davanti a noi con una serie di belle curve. Il fondo è buono e si viaggia allegri.

Attraversiamo Casa Marchese, Panigà e da qui la strada diventa insidiosa. A parte le crepe e gli smottamenti, c’è una quantità di brecciolino che rende pericolose le pieghe e l’ombra della vegetazione impedisce di vedere dove metti le ruote. Decidiamo di prendercela comoda e percorriamo con molta prudenza gli ultimi tornanti prima della fine della 412 e l’innesto nella strada del Penice.

Qui riprendiamo il trio di motociclisti che erano passati in testa mezz’ora fa e subito dopo ci rendiamo conto che l’innesto della 412 nella 461 è chiuso. Una striscia di nastro bianco e rosso impedisce l’accesso all’altra strada e un cartello volante appeso al nastro dice che la 461 è chiusa per tutto il giorno per una manifestazione automobilistica, e “ci scusiamo con i residenti per il disagio”.

Questa è l’Italia cialtrona di cui parlavo, l’Italia che non pensa a mettere un cartello 20 km più a valle per segnalare la chiusura della strada, l’Italia che si scusa con i residenti mentre in pratica dice ai turisti “e voi fottetevi”.

Siamo tutti abituati alla cancellazione unilaterale dei diritti della maggioranza a favore di una minoranza (strade chiuse per gare ciclistiche, maratone cc.), ma almeno un segnale di avvertimento è buona norma (e forse anche requisito di legge) metterlo.

Ma gli organizzatori della corsa e il comune (Bobbio?) hanno altre preoccupazioni. C’è da organizzare la visita dell’assessore regionale, gli inviti alla stampa e gli striscioni e poi non dimentichiamo la cerimonia di premiazione. I contribuenti che ignari arrivano fino in fondo alla 421 se la vadano a prendere in quel posto. Ubi maior.

Questo è il Paese talebano in cui viviamo.

sabato 17 marzo 2012

Un amico inglese ha programmato una vacanza-lampo in Sicilia. Arriverà a Palermo e ne ripartirà in traghetto. Ha solo 4 giorni per girare l'isola a Maggio e mi chiede qualche consiglio. Da parte sua, lui ha solo un obiettivo fisso: vorrebbe ripercorrere il tracciato della Targa Florio (il circuito delle Madonie), che parte e si conclude a Campofelice di Roccella, presso Termini Imerese.  

Gli ho raccomandato quindi di partire da Palermo verso Est sulla SS113 Settentrionale Sicula (o in autostrada se va di fretta) e di farsi il suo bel giro sulle Madonie. Poi gli ho consigliato di andare lungo la costa fino a Capo d'Orlando, prendere all'interno per la SS116 fino a Randazzo (proprio sotto l'Etna) e da Linguaglossa godersi la SP Mareneve fino in fondo. Una strada così è un gioiello da non mancare: tra la qualità della strada e la bellezza del panorama si tratta di una delle più spettacolari strade in tutta l'isola. Da lì potrà salire fino al Rifugio Sapienza, se vuole, o scendere verso Catania.

Essendo uno straniero, l'ho fortemente sconsigliato di entrare in Catania (se non vuole che gli freghino la moto da sotto al sedere), e l'ho invece invitato di andare a Siracusa, visitare l'Ortigia, e poi riprendere la strada fino a Capo Passero.


Da lì potrà risalire per Ragusa e regalarsi una passeggiata a piedi a Ibla, uno dei miei ricordi più belli di tutta la Sicilia. Il vecchio borgo inerpicato sulla collina, con le luci che si accendono mentre tramonta il sole è uno spettacolo che (anche per un britannico) si rivelerà indimenticabile, considerati la profonda monotonia e il grigio anonimato delle città inglesi.

Poi da Ragusa gli ho raccomandato una puntata ad Agrigento, il proseguimento verso Trapani e un'arrampicata su Erice. Da Erice, potrà scendere sulla SS187 fino a Baglio Messina, poi andarsene su verso San Vito lo Capo. Una notte in riva al mare di San Vito è d'obbligo e il giorno dopo l'amico sarà di nuovo a Palermo, pronto a risalire sul traghetto con la morte nel cuore, proprio come capita a me ogni volta che mi lascio la Sicilia alle spalle.

Confesso che il pensiero di fare il giro insieme a lui mi sta passando per la testa da diversi giorni. Chissà, magari gli faccio strada.

Per un amico, si fa questo ed altro...

domenica 26 febbraio 2012

Si riparte

Dopo una decina di giorni in cui le temperature non superavano lo zero, arriva all’improvviso una manciata di giornate primaverili con 10-15 gradi e un sole tiepido.

Un rapido check alla moto: batteria, pneumatici, avviamento sono OK. Sabato mattina alle 10:00 si parte. L’ultima volta che la FJR1300 è uscita in strada la benzina costava 30 centesimi di meno al litro, ma la soluzione si chiama Svizzera.

Con poco più dei vapori di super rimasti nel serbatoio, arriviamo in terra elvetica a fare il pieno. Le moto sono due, una FJR1300 e una FZ8, e i proprietari ben affiatati e veterani di numerose uscite insieme.

Da Maslianico ci arrampichiamo per qualche colle ticinese, scendiamo a Mendrisio e rientriamo in terra italica a Gaggiolo. Da qui scendiamo su Varese e risaliamo per Valganna. Bella strada ma un po’ stretta. Su molti prati c’è ancora la neve e il contrasto di temperatura tra i tratti assolati e le curve in ombra si sente subito.
L’occhio non molla mai la strada, in alcuni punti infatti l’asfalto è scivoloso anche se asciutto e nessuno ha voglia di cominciare male la stagione andandosi a sdraiare per una distrazione.

Scendiamo su Luino in pieno sole e ci prendiamo un caffè al molo dei traghetti. Poi di nuovo in sella diretti in Svizzera lungo la sponda est del Lago Maggiore. Per qualche chilometro si riesce a spalancare il gas e a infilare un paio di belle pieghe.

A pochi metri dal confine svizzero, a Zanna, c’è un baretto dall’aria dimessa con tre tavolini al sole. Il gestore è cordiale e ci propone risotto con luganiga. Rilanciamo con la richiesta di due bicchieri di Bonarda. La combinazione risotto e vino rosso è perfetta e richiede solo un caffè per chiudere.

A Gambarogno e Magadino le strade sono bagnate e c’è ancora parecchia neve in giro. Un rapido passaggio di nuvole oscura il sole, ma intanto siamo scesi in galleria lungo la superstrada che passa sotto a Locarno e Ascona. Rivediamo la luce a pochi chilometri da Brissago e dal confine italiano. Di nuovo pieno di benzina e immancabile acquisto di cioccolata prima del rientro.

La strada sulla sponda occidentale del lago da Cannobio a Verbania è bella e tentatrice, ma il limite è 60 e quindi occorre regolarsi. A Verbania c’è un traghetto pronto a partire per Laveno. Facciamo i biglietti al volo e saliamo a bordo.

A Laveno, come era già avvenuto a Brissago e Cannobio, impazza il Carnevale e la gente cammina in strada. Ci togliamo velocemente dai piedi e apriamo un po’ il gas sulla SS629 diretti a Vergiate fin quando non compaiono i primi insidiosi velox.  Poi entriamo in autostrada e in breve siamo di nuovo alla base, sono le 16:00.

Dopo la sosta invernale, in cui ho fatto solo pochi chilometri con "l'altra", la biciclettosa custom VN900, la FJR1300 lascia riscoprire le sue doti di macchina da guerra rabbiosa e chirurgica, mentre le gomme Pilot Power 2CT, sempre generose e incollate in terra, danno una grande sicurezza. 

Si riparte con la stagione 2012. Era ora.

lunedì 24 ottobre 2011

Dvořák sulle Dolomiti

La scorsa settimana, grazie anche al tempo splendido di metà Ottobre, abbiamo fatto una spedizione sulle Dolomiti, ad Antermoia nell’alta Val Badia.

Partiti da Milano alle 08:00 eravamo su alle 16:00 esatte, dopo aver fatto qualche sosta nei punti più panoramici e dopo aver lasciato la Torino-Venezia a Peschiera, seguito l’Adige da Affi e percorsa la Val di Fassa, valicato il Pordoi e attraversate Arabba e Corvara.

Poco prima di arrivare siamo incappati in una scena che immagino appartenga alla tradizione dei luoghi. Mentre salivamo lungo la SP29 da S. Martino in Badia, abbiamo incontrato una fila di veicoli fermi e una piccola folla in mezzo alla strada. Un incidente – abbiamo subito pensato. Ma non era così: si celebrava nel bel mezzo della strada una coppia di sposi, con tanto di sedie e tavolino sulla linea di mezzeria e un bel gruppo di gente allegra, molti negli abiti della tradizione, che brindava alla salute della coppia.

Rientrati a casa la sera dopo, l’amico che aveva montato una telecamera sulla sua GTR1400 mi ha trasmesso interi gigabyte di riprese, dalle quali ho tratto un video di circa 9 minuti.

Al momento di scegliere una colonna sonora, mi è venuta in mente la  Sinfonia N. 9 “Del Nuovo Mondo” di Antonin Dvořák e in particolare il suo celebre movimento “Allegro con fuoco”. Pensavo appunto a quei momenti adrenalinici di sorpassi a manetta spalancata e a quelle serie infinite di tornanti che hanno costituito gran parte del viaggio, inframmezzati dalle pause serene di quando si attraversavano i paesi e le vallate alpine, con quelle splendide montagne sullo sfondo.

Secondo me, l’abbinamento è riuscito. Voi che ne dite?

martedì 26 luglio 2011

Route 11

Ho un appuntamento con un cliente a Saluggia, nel Vercellese, e decido di andarci in moto senza fare un metro di autostrada. 

Il mezzo giusto per questa operazione non può che essere una moto custom.
La giornata è soleggiata ma tira un bel vento fresco che azzera il caldo estivo. Non potevo sperare in un tempo migliore.

La provinciale Padana Superiore, SP11, rimane tale anche cambiando provincia e quindi il viaggio prosegue per oltre 100 km all’insegna permanente della Strada 11.

Mi tornano alla mente le lunghe percorrenze attraverso le pianure del Midwest americano, sempre incollati alla stessa Route, sempre con il naso in una direzione e ai lati solo campagna e sparsi agglomerati urbani intercalati da centri commerciali e concessionarie auto.


Qui cambiano ovviamente le distanze e, invece delle vecchie auto full-size sfumazzanti delle strade secondarie USA, viaggiano come forsennati dei vecchietti in Panda e i soliti sfigati che tirano i 160 kmh sulla provinciale e poi sono costretti ad attraversare i paesi a 30 all’ora attaccati al retro di un TIR. 
La custom borbotta tranquilla e poi, al momento giusto, scarica i pochi cavalli in qualche bella strappata che si lascia dietro i grappoli di auto e camion.

Passata Novara il traffico si dirada un po’ e ci sono tratti in cui la strada interseca campi e vecchi borghi agricoli a vista d’occhio. Le coltivazioni sono riso e granturco, molti degli edifici rurali sono abbandonati e così anche gli scheletri di vecchie fabbriche e manifatture che non ce l’hanno fatta a vedere la fine del XX secolo.

Si attraversano canali e piccoli corsi d’acqua senza nome, poi si passa il Sesia a est di Vercelli. Continuano a sfilare ai lati della strada le vecchie cascine, mentre la strada punta dritta ad ovest ancora per chilometri. Ormai il traffico è al minimo, pochi camion, poche auto e (per fortuna) pochi camper e pochi storditi vacanzieri. Siamo a fine Luglio ma la Strada 11 sembra immunizzata contro la follia dell’estate italica.

A Cigliano lascio la 11 diretto a Livorno Ferraris e alle porte del paese mi accoglie un insolito cartello. Dice: “Comune deautoveloxizzato. Ma andate piano…!!” Mi fermo a fotografarlo, quasi non ci credo. Una rara, anzi rarissima, combinazione di civiltà e umorismo. 


Attraverso ora  i campi coltivati fino a Saluggia e sono in pochi minuti a destinazione.
Il ritorno è ancora la Padana Superiore percorsa in senso opposto. 
Il cielo ora è coperto, ma dopo Vercelli ritorna il sole e il vento fresco esercita la sua gradevole influenza ai semafori. In breve sono alle porte di Milano. Missione compiuta.

domenica 13 febbraio 2011

Me l’ero promessa


Era già un bel po' di tempo che mi girava per la testa una voglia di custom.
La sintomatologia era conclamata da un paio d'anni, l'avevo anche dichiarata qui sul blog. Non si trattava però di delusione nei confronti della mia moto attuale, tutt'altro.
La fedele FJR1300 è già la seconda di questo tipo che possiedo e non posso chiedere di più a un mezzo che se l'è cavata sulle sterrate della Tunisia come sulla Nordschleife del Nürburgring. 

Una moto rabbiosa e incollata alla strada, una frenata sicura e un assetto di guida tagliato su misura per me, che mi permette di fare tratte da 800-1000 km al giorno e di rifarne altrettanti il giorno dopo.

Ma allora perché una custom?

Frenata scadente, un terzo dei cavalli a fronte dello stesso peso della FJR1300, assetto di guida che alla lunga ti stanca, limiti di manovrabilità nelle curve a gomito e chi più ne ha più ne metta.
Per me la custom è una specie di "antimoto", una mietitrebbia luccicante che viaggia a 80-100 kmh sulle statali e che non ha velleità competitive. 
E' il relax più completo, la pigrizia di non cambiar marcia, la frenata ragionata e non la staccata ritardata, la curva ampia e pennellata invece del cambio di direzione improvviso.

Invece del 4 cilindri che spara rabbioso i cavalli fino alla zona rossa, la custom è una moto che il contagiri nemmeno ce l'ha…

Ti accoglie con il contrasto tra il nero della vernice e le sue cromature splendenti, con le ruote a raggi e il manubrio larghissimo, ti scuote con le vibrazioni (neanche eccessive per la verità) del suo classico V-Twin e ti porta in giro con l'aria sulla faccia senza risvegliare in te l'istinto competitivo, quello che ti fa entrare in curva 10 km più veloce e a frenare 5 metri più tardi.

C'è un momento giusto anche per quello, non ho certo intenzione di rinunciarci, ma con una custom ho voluto regalarmi qualcosa di diverso ma che mi piace altrettanto.
Chi di voi non avrebbe mai voluto ordinare due dessert al posto di uno? Perché dover scegliere tra i profiterole e il tiramisu?

Nessuno me ne vorrà se questa volta ho ordinato due dolci. Molto diversi tra loro ma che mi piacciono allo stesso modo.
Ieri ho ritirato la Kawasaki VN900 e ci ho fatto oltre un centinaio di km. Me li sono veramente goduti e ne farò tanti di più appena il tempo migliora.

C'è un proverbio americano che in italiano non fa rima, ma dice pressappoco così: la differenza tra gli uomini e i bambini è il prezzo dei loro giocattoli.

sabato 10 luglio 2010

Ti saluto

Le strade si affollano di motociclisti, italici e stranieri,  ora che si rischia di prendere una settimana intera di sole e la tuta antipioggia può restare sul fondo del bagaglio.

Se ne vedono a centinaia e il tuo braccio sinistro è sempre pronto a salutarli o a ricambiare il loro saluto.

Già, il saluto! Una di quelle cose che ci separa dagli automobilisti e ci pone a millenni di distanza dagli scooteristi nella scala evolutiva.

Il saluto del motociclista si presenta in tante forme diverse, ognuna espressione della personalità del titolare del braccio (o a volte della gamba).

Ci sono volte però che il saluto non ti riesce, ma non è per alterigia o supponenza. Sono quei momenti in cui ti servono tutti gli arti del corpo e la testa non può che puntare l'uscita dalla curva: stai arrivando allegrotto in un tornante, il solito ciclista davanti a te sta facendo i bordi come una barca a vela e dall'altra parte scende una vecchia Honda Pan. Scali due marce, scansi il ciclista, imposti una traiettoria semi-decente ed esci dalla curva. Il tizio della Pan ti ha salutato, ma tu non avevi un arto libero per contraccambiare il saluto.
Se è uno che va in moto da qualche anno, avrà capito che avevi altro da fare.

Ma torniamo ai saluti riusciti.
C'è il saluto lento e ampio, il braccio che si abbassa verso la strada e risale solenne verso l'alto, le dita della mano che formano una V.  È il saluto che dice: ciao fratello, giornata da moto oggi. Buona strada a te.

C'è il saluto nervoso di chi non ha che un secondo di tempo prima di dover tornare alla condotta del mezzo. Come se quello della Pan ti avesse incrociato un attimo prima della manovra cliclista/tornante.
Anche quello è un: ciao! ma un po' stressato.

C'è il saluto elettronico di chi ti lampeggia e basta. Non mi soddisfa più di tanto ma può ancora andare.

C'è infine il "saluto italico", il più stitico della serie.
Incontri un motociclista in rettilineo, zero stress, mani e piedi liberi salvo la presa sulla manopola del gas.
Lo saluti con il gesto consueto e lui ti risponde sollevando due dita guantate dalla manopola sinistra.

Fatto, tutto qui. Due dita.

Ma non vogliategliene male. Al motociclista italico quella manovra è costata comunque uno sforzo psicologico immane. C'è stata un'illuminazione sconvolgente, qualcosa che solo anni di psicoanalisi possono produrre.

Ha dovuto ammettere a se stesso di non essere l'unico utente della strada in quel momento. Ha preso coscienza del fatto che c'era anche qualcun altro a cavallo di una moto, che la sfera terrestre era popolata anche da altri umani e non solo da lui.

Il saluto, nella sua forma elementare di riconoscimento dell'esistenza del prossimo, c'è comunque stato.

Sappiate anche che  scoprire così bruscamente di non essere il primo e l'unico motociclista al mondo gli ha rovinato la giornata. Vi deve bastare.

sabato 12 giugno 2010

Altro giro, altra corsa

Questa frase all'altoparlante era quella che segnalava la fine della corsa al Luna Park. Era quando i bambini alzavano gli occhi imploranti ai genitori perchè ne pagassero una in più. 

Avevo appena finito di pulire la moto dallo strato di polvere e insetti del viaggio in Spagna quando mi si è presentata l'occasione di fare un altro giro. Questa volta in Sardegna, complice la richiesta di alcuni amici tedeschi che volevano girare l'isola e sapevano che la conosco abbastanza bene.

La Sardegna in bassa stagione è l'isola del tesoro, con strade deserte, alberghi semivuoti e prezzi abbordabili. Le statali e provinciali che conducono all'interno hanno livelli di traffico minimi, mentre sulla costa si riesce ancora a viaggiare senza grossi problemi.

Il sole è caldo ma la brezza marina è fresca e Giugno regala delle giornate eccezionali, con qualche nuvola in cielo per dare maggior carattere alle fotografie. Insomma, questo mese è l'occasione di girare l'isola senza problemi e senza doversi litigare ogni metro quadrato di spazio con il resto del mondo.

All'imbarco dei traghetti, poca gente ancora. Ci sono quasi tante moto quante auto. Purtroppo anche parecchi camper, che spesso vi ritrovate contromano nelle curve perchè l'imbecille al volante non sa guidare.

Proprio questo è il problema, l'unico, da tenere presente quando si viaggia in Sardegna in bassa stagione. Si comincia a credere di essere i soli utenti della strada e invece l'idiota è sempre in agguato: l'auto che esce dal parcheggio in retromarcia, la conversione a U di chi non guarda nemmeno se c'è traffico in arrivo, lo scatolone di plastica con due pensionati in cabina di guida che si arrampica sfumazzando sui tornanti a 30kmh.

Salvo rare eccezioni, l'asfalto è un nastro di carta vetrata, ottimo per la tenuta e privo di irregolarità. Ogni tanto si incontrano gruppetti di motociclisti stranieri che si godono l'isola come te. Ancora pochi gli italiani e quei pochi rigorosamente in BMW.

Sei giorni e il giro è già finito. Prendo il traghetto per la Corsica, dove già l'affollamento è più evidente e lascio anche quest'isola il giorno stesso diretto a casa. Per quest'anno i miei motogiri riprenderanno a fine Settembre.

E ora qualche foto per chi ne avesse voglia...


lunedì 19 aprile 2010

Motociclisti e cani


Poco più di un anno fa ho scritto un post (Collega cane) dedicato al piacere di correre con il vento in faccia, una sensazione impagabile che ci accomuna al nostro amico a quattro zampe.
Questa mattina, portando le mie due belve a passeggiare, le studiavo mentre si godevano la giornata primaverile, il sole caldo e l'erba fresca. Le vedevo fendere il verde come due motovedette, i fili d'erba che si aprivano davanti a loro come le onde solcate da una prua. Il passo veloce e saltellante e l'espressione del muso mi hanno fatto riflettere. Staranno ridendo dall'allegria? 

La domanda non è certo originale. Se la pone l'umanità già da qualche millennio, da quando cioè il cane è diventato il miglior amico dell'uomo (nella paziente attesa che l'uomo diventi il miglior amico del cane, la qual cosa però non è ancora assodata).

Sono andato a cercare la frase "i cani ridono" su Google. E' quello che faccio quando un dubbio esistenziale mi attanaglia. Bè, altre volte invece mi stappo una birra, ma mai prima delle 17:00. Ho trovato una serie di riferimenti, il più interessante su Yahoo Answers. Anche qui, niente di conclusivo, più che altro l'esigenza sentita da molti cinofili di leggere l'espressione dei loro amici.

Ancora un punto in comune tra cane e motociclista. Il centauro serio, quello con il casco integrale, ride dietro la mentoniera ma non si vede. L'osservatore attento vedrà l'espressione degli occhi, scorgerà qualche ruga espressiva o coglierà un impercettibile scuotimento del capo. Insomma, a guardare bene, cani e motociclisti sorridono. E lo fanno spesso per le stesse cose: una giornata fresca e assolata, il piacere di darci dentro e vedere la strada (o il prato) che sfila veloce ai lati dello sguardo.

Ma è sempre meglio non esagerare con le similitudini. Arriva infatti il momento in cui il parallelismo si interrompe. Ma questo non è quando il cane si ferma e annaffia il primo albero che trova! Chi di noi non ha fatto altrettanto lungo la strada? E senza mai raggiungere la disinvoltura e la rapidità del quadrupede.

Dopo la sua corsa il cane è felice di tornare a casa, di sdraiarsi per terra e farsi due ore di sonno. Noi no. 
Noi vogliamo di più: più lontano, più veloce, più a lungo.
Il cane, nella sua profonda saggezza esistenziale, non ne capirebbe il motivo e non ne sente il bisogno.

sabato 6 febbraio 2010

Io e il GPS

Quando vidi in vetrina il mio primo navigatore satellitare, sentii scoccare una scintilla e qualcosa mi disse che era nata una storia d'amore con questo miracoloso dispositivo elettronico. Era un Garmin Street Pilot III, grande come un piccolo televisore e costoso all'inverosimile (Eur 1300) ma stiamo parlando di 8 anni fa.
Nella scatola del mio primo GPS oggi ci farebbero entrare una stampante, ma ve l'ho detto: ero ormai infatuato e il mio Street Pilot III era semplicemente perfetto. Lo comprai e mi scoprii spesso a fissarlo soddisfatto anche quando era spento.

Dopo alcune frustranti sessioni al PC per caricare la cartografia e sbloccarne i codici, mi resi conto che le cartucce di memoria da 128MB non erano un gran che. Per salvare la cartografia dettagliata di Italia, Svizzera e Germania ce ne volevano 3. Alla faccia della praticità. In seguito trovai delle schede compatibili da 256MB e le cose cominciarono a migliorare, ma il GPS era diventato lento nel gestire il doppio dei dati. Dopo aver mancato per colpa sua un paio di incroci essenziali e fatto un giro indesiderato della Svizzera, decisi di pensionarlo.

Mi misi alla ricerca di qualcosa che potesse funzionare anche sulla moto e optai per il Garmin iQue 3600, uno strumento rivoluzionario a metà strada tra un PDA e un GPS. E infatti non era né l'uno né l'altro: non l'ho mai usato come PDA (che cosa è un PDA?) e non ha mai funzionato bene come GPS. Un giorno, mentre salivo in moto sui tornanti del Passo del Tonale, l'imbecille mi invitava ogni 100 metri a "girare a destra", ma non ero ancora pronto per il suicidio e strappai il cavo dell'auricolare.

Comprai allora un TomTom Rider e lo montai sulla moto, dove è ancora in uso.  In quasi 5 anni di viaggi, devo dire che si è guadagnato la media dell'8. Nonostante trasmetta le indicazioni vocali, preferisco lasciarmi guidare dalle frecce sullo schermo, tanto sopra i 70 kmh nel casco non si sente più niente.

Ma decisi che mi serviva anche un nuovo GPS per la macchina.
Incredibile quello che la tecnologia è riuscita a fare in così poco tempo. Il mio Garmin Nuvi 1200 (acquisito a costo zero con i punti del supermercato) è velocissimo e precisissimo. (La vocina che mi parla è odiosa, ma chiunque mi dica di continuo dove devo girare mi sarebbe odioso.) Il problema è che la miniaturizzazione lo ha reso piccolo come un cellulare e leggero come un pacchetto di mentine: se lo attacco con la ventosa al parabrezza, lo schermo da 3,5" non si vede più. Se lo fisso all'aletta parasole, devo distogliere gli occhi dalla strada.

Se solo mi ricordassi dove ho messo quel mausoleo di Street Pilot III…

mercoledì 4 novembre 2009

Patente e libretto

La Ford Crown Victoria grigia metallizzata del North Carolina State Trooper viaggia verso Est sulla US74, la Great Smoky Mountains Expressway, in direzione di Asheville. Al volante il Trooper T.B. Sutton, del Troop G, District VI di Bryson City, che sta rientrando verso la sede del suo distretto alle 07:55 di una luminosa domenica mattina di Agosto.

In quel punto, la US74 attraversa la Nantahala National Forest presso il Fontana Lake, una zona prediletta dai turisti e specialmente dai motociclisti, visto che a circa trenta minuti di strada sulla NC28 si trova la celebre Coda del Drago, una delle strade mito negli Stati Uniti.

E proprio all’incrocio con la NC28, regolato da uno stop per chi proviene da questa strada, Sutton vede due moto immettersi veloci nella US74 e procedere verso Est senza arrestarsi al segnale. Avvicinandosi alle due moto, ne identifica subito la seconda come una Harley Davidson Street Glide e la prima come una moto giapponese, probabilmente una Yamaha FJR1300. Arrivato a circa 100 metri in coda alle due moto, Sutton attacca i lampeggiatori e dà due colpetti di sirena elettronica: woop, woop.

***

Il mio amico Jim ed io siamo partiti poco dopo le 07:00 dal Fontana Village e abbiamo imboccato la NC28. Il sole è ancora basso ma il cielo è limpidissimo e si preannuncia una splendida giornata estiva nelle montagne del North Carolina.
Siamo diretti ad Asheville a poco più di due ore di distanza, dove ci aspettano altri amici per fare un bel giro sulla Blue Ridge Parkway. L’aria è ancora fredda e i prati sono coperti di rugiada. In qualche stretta vallata delle Smoky Mountains ristagna ancora una coltre di nebbia. Quando il sole riesce a filtrare tra i rami degli abeti, il suo calore si fa immediatamente sentire. Abbiamo indosso degli indumenti da moto traforati, perché non è escluso che oggi in pianura si supereranno i 35°, ma ora ci sono al massimo 10°.

Jim fa strada con la sua FJR1300, io lo seguo con la Harley, che a 90-100 km di velocità borbotta con un suono piacevolmente profondo. Arriviamo all’incrocio della NC28 con la US74 viaggiando circa 15km sopra il limite, ma la strada è deserta e anche la US74 si presenta come un nastro grigio immobile nella luce del primo mattino.
Non c’è nessuno in giro.

Rallentiamo allo stop ma non ci fermiamo (gli Americani definiscono questa manovra “stop californiano”) e svoltiamo a sinistra. Abbiamo appena il tempo di aprire il gas e percorrere 500 metri sulla US74 quando i miei specchietti si riempiono di luci lampeggianti e sento la sirena. Guardo avanti: anche Jim si è accorto della macchina del Trooper apparsa dal nulla e sta accostando a destra.

Ci fermiamo e scendiamo dalle moto levandoci i caschi. Il Trooper è ancora seduto nell’auto e sta verificando al computer le nostre targhe.

Una moto è intestata a Jim e l’altra alla Ray Price Harley Davidson di Raleigh che me l’ha noleggiata. Tutto in regola. Il Trooper esce dall’auto e con un gesto fluido ed esperto si calca in testa il cappello grigio scuro a falda piatta.

“Signori, siete in eccesso di velocità e non avete rispettato lo stop. Posso avere patenti e libretti di circolazione?”
Jim gli dice di non essersi accorto di aver superato i limiti e ammette che, complice la strada deserta, la manovra allo stop è stata meno che regolamentare. We’re sorry.

Con i nostri documenti in mano, il Trooper torna alla macchina e passano almeno 15 minuti mentre controlla i documenti e scrive.
Jim mi invita a non dare segni di impazienza perché la cosa non ci porterebbe alcun vantaggio.

Finalmente, l’agente esce dall’auto, ci restituisce i documenti e ci mette in mano un foglietto con il quale siamo formalmente ammoniti. “Signori, per questa volta ve la cavate con un warning. Vi invito a rispettare le regole e i limiti di velocità. Y’all ride safe now.”


La Ford
riparte mentre Jim ed io ci rimettiamo i caschi. Jim ride e mi dice: “Oggi è il nostro giorno fortunato. Ci siamo risparmiati due multe da $250 a testa. Adesso ci possiamo sputtanare un po’ di soldi che rischiavamo di non avere più.”

PS: il nostro incontro con lo State Trooper è avvenuto il 9/8/2006 e il resto della giornata è andato perfettamente. Siamo ritornati al Fontana Village dopo 14 ore dalla partenza e le mogli ci hanno letteralmente ribaltati per non averle avvertite del ritardo.

sabato 31 ottobre 2009

Ottobre in moto

Ottobre se ne va con la coda fra le gambe portando con sé il disonore delle giornate più corte, anche se a dire il vero la fine dell’ora legale non è certo colpa sua e, in definitiva, l’ora di sole che ci è stata “rubata” ha penalizzato una sola settimana di questo mese sempre generoso.

Grande Ottobre. Un mese in cui chi ha voglia e tempo di girare in moto può veramente godersi strade libere dal traffico e giornate dall’aria frizzante.

Penso al Tour dei Pirenei dell’Ottobre 2007 e all’aria rarefatta dei passi spagnoli scolpiti in un cielo blu profondo, rivedo quelle nuvole innocue che viaggiano rapide nel vento in alta quota. Riprovo il piacere di scendere dalla moto dopo 500 km di strada e di cominciare la serata con una birra “segnaposto”, nel senso che in fila dopo quella ce ne mettevamo ancora un paio. Almeno.

Rivivo il Tour della Sardegna dell’Ottobre 2008, quel cielo cupo e denso di nuvole basse all’alba dell’arrivo a Golfo Aranci, che solo due ore dopo (tra Alghero e Bosa) tirava fuori sprazzi di blu dietro ogni curva. A fine tour, alla Maddalena, c’erano quasi 30° e i colori del mare sembravano finti.

E oggi, una semplice occhiata alla mia moto in garage, ancora sporca all’inverosimile, mi ricorda il Tour della Spagna appena concluso. 3000 km di strade semideserte dove lasciare il 60% del battistrada di un treno di gomme nuove è stato un piacere, come dipingere traiettorie con un pennello nero su una tela perfettamente tesa e ruvida.

“Questi ultimi giorni sono stati la parte peggiore di Ottobre”, mi diceva un motociclista spagnolo alle porte di Barcellona una settimana fa.

Ma per rifare un giro così l’Ottobre prossimo ci metterei subito la firma.

mercoledì 7 ottobre 2009

Due storie, una domanda


















  • Sto viaggiando in auto su una strada a 4 corsie separate da aiuola spartitraffico. Fa caldo e il mio finestrino è aperto. Sento sopraggiungere in corsia di sorpasso un baccano metallico infernale, come un chilo di viti e bulloni agitati in una pentola.

Mi supera una Ducati Monster con un tizio in tuta di pelle arlecchino che viaggia curvo sul serbatoio a gran velocità. Lo “sento” vibrare come una lavatrice e, da motociclista, soffro per lui.

Cinquanta metri più avanti, il solito idiota esce in sorpasso all’improvviso, l’auto che precede il Monster si attacca ai freni e il motociclista Bang! le si pianta dentro. Moto e pilota vanno in terra: lui non sembra ferito gravemente, la moto è da rottamare.

  • Un gruppo di amici esce per una domenica di Ottobre sui tornanti. Nonostante siano dei motociclisti esperti e veloci, si vedono superare a gran velocità da alcuni ragazzi su moto sportive, tutti con fidanzatina a zaino, tutti al limite dell’aderenza.

Pochi chilometri più avanti, al gruppo di amici che scendono dal passo si presenta la scena di un incidente mortale. C’è una coppia di quei ragazzi in terra, la moto è accartocciata più avanti. Lui è morto, lei è ferita ma se la caverà. Gli altri ragazzi sono statue di pietra con le mani nei capelli.

A tutti noi piace l’adrenalina di una strappata al limite, e tutti conoscono quella strega che ti spalanca la manetta, ma bisogna saperle resistere. Istinto o ragione che sia, via il gas, giù con i freni e l’occhio sempre fisso sulla strada. Ogni distrazione rischia di essere l’ultima.

Perché morire da stupidi?

lunedì 31 agosto 2009

Singin' in the rain

Ore 7:30 di ieri: guardo fuori e vedo un cielo grigio e basso, con nuvole nere che viaggiano veloci da NE; ma le previsioni non danno pioggia.
Solo cielo coperto e temperature a picco.

Gli amici arrivano alle 9:00 e ci mettiamo in strada. E dopo un paio di minuti inizia puntualmente a piovere. Niente di eccezionale, solo un po’ d’acqua a vento.

La strada prosegue monotona ma veloce e l’acqua scorre via dal parabrezza e dalla visiera del casco in un turbine d’aria. La mia tuta antipioggia rimane piegata in una borsa della moto.

Dopo un’ora lasciamo la pianura per arrampicarci sui primi contrafforti del Monte Penice; qui la pioggia ci regala una breve tregua e la strada si rivela asciutta. Sopra di noi, il cielo basso nasconde gran parte del monte.

Se la temperatura fosse più alta, questa montagna verde incappucciata di nuvole potrebbe essere il vulcano sacro di un'isola dell’Indonesia e noi i pellegrini diretti alla cima. Scene di una salita al Monte Agung mi passano nella testa come una rapida proiezione di diapositive.
Ma a parte la salita nelle nuvole, è tutto sbagliato: odori e colori non sono giusti, la strada è troppo deserta e le case di Romagnese non sono quelle di Besakih.

L’aria è fresca e l’acqua nebulizzata che mi arriva nella visiera aperta è una goduria. Dopo tanta afa, la sensazione di freddo è impagabile. La strada continua a salire e le moto scuotono il silenzio della montagna: stiamo andando veloci e l’occhio non si stacca mai dalla strada. Foglie, sassolini, buche possono rovinare la magia di un’arrampicata come questa.

Ora siamo entrati nella nuvola e la visibilità crolla: vediamo a meno di cinquanta metri, ma di più non ci serve su un misto stretto come questo.

Arriviamo al passo con l’aria pungente dei mille metri e il profumo dei boschi che si fanno sentire prepotenti appena mi tolgo il casco. Non importa se ha ripreso a piovere. Anzi, è più bello così.

venerdì 14 agosto 2009

Chi ti riporta a casa

Un mazzo di fiori sul guardrail è la storia di un’uscita finita male.

Escludendo l’ipotesi di un improvviso guasto meccanico, la principale causa degli incidenti non è la velocità ma la distrazione. Viaggiare veloci ma concentrati previene gli errori: la strada ti corre incontro come in un videogame, tu ne registri i segnali e reagisci di conseguenza. Guidare al margine delle tue capacità ti esalta e al tempo stesso ti stanca rapidamente. Ma se sai quando è ora di togliere il gas non ti uccide.

La distrazione, invece, non perdona.

Distrarsi capita. Possono essere la stanchezza, la noia, il caldo, la spossatezza, la sete, il sonno, una telefonata nel casco Bluetooth, una preoccupazione che riaffiora nel mezzo del viaggio, un secondo di troppo dedicato al GPS. Può succedere a chiunque, ma a determinare le conseguenze di una breve distrazione è solo il momento in cui la concentrazione salta.

La maggior parte delle volte non succede niente: il viaggio prosegue e quell’istante di vuoto viene azzerato. Altre volte, l’insidia nascosta e la distrazione si combinano con effetti catastrofici.

Le moto camminano per una serie di leggi della fisica che ne determinano la ciclistica e il funzionamento del motore, ma quello che le tiene in strada è la concentrazione del pilota.

Concentrazione vuol dire guardare la strada e i suoi utenti, studiarne i comportamenti e prevederne le manovre, cogliere gli indizi di una pendenza sbagliata, di un raggio di curva che si restringe, di ghiaia in carreggiata, di un incrocio nell’ombra, di una buca nascosta, di un velo di terra.

La moto ti permette di uscire e divertirti, ma è la concentrazione che ti riporta a casa.

mercoledì 12 agosto 2009

Il sogno

Mi sto arrampicando veloce su una strada di montagna. A metà mattinata, l’aria è limpida e fresca e mi sento euforico (avete presenti quelle giornate in cui tutte le manovre si susseguono lisce e senza sbavature e la coordinazione dei movimenti è impeccabile?).

La moto è come un’arma letale comandata dalla mano destra: alla minima rotazione del polso si lancia in avanti ringhiando, poi torna a brontolare sommessa mentre entro in curva e al momento di uscirne scarica in terra rabbiosa i cavalli del motore.

Sto viaggiando lungo la parete della montagna che sfreccia alla mia destra e subito a sinistra della striscia di asfalto scorre veloce una fitta schiera di alberi. Giro un’altra curva e mi trovo davanti un muro di plastica alto tre metri.

È un camper che si inerpica fumando a 40 kmh e riesce a bloccarmi del tutto la visuale, seguendo una linea zigzagante che ora lo porta nella corsia opposta, ora lo avvicina pericolosamente alla ghiaia della banchina destra.

“Devo superarlo prima che mi tiri un sasso in faccia” mi dico, ma non vedo assolutamente niente e sono costretto a seguirlo mentre si imbarca in un’altra curva a destra e barcolla nella corsia contraria.

Nello spazio libero che si crea tra camper e montagna scorgo però un rettilineo di almeno 100 metri seguito da una curva a destra. “Mi dovrebbe bastare” penso, e mi ritrovo già in sorpasso con il gas spalancato.

Sono quasi a fianco della cabina del camper quando, tra le ombre lunghe degli alberi che si proiettano sulla strada vedo un bagliore sospetto. È un’automobile scura che viaggia a luci spente verso di me, del tutto invisibile finché un raggio di luce non ne coglie una superficie cromata.

Mi resta una frazione di secondo che per decidere: mi attacco ai freni e lascio sfilare il camper o tiro dritto a tutto gas? L’automobile mi lampeggia (adesso li ha trovati i fari il deficiente!) e l’idiota del camper si spaventa e frena. Sono bloccato qui fuori in sorpasso e ora la decisione può essere solo di aprire tutto fino al limitatore.

Mi sveglio bagnato di sudore e con il cuore che batte a mille. Non saprò mai come sia finito quel sogno, ma il momento di gelo della brutta sorpresa non riesco a scuotermelo di dosso per tutto il giorno.

venerdì 7 agosto 2009

Una boccata d’aria

Se non contiamo gli incidenti evitati (grazie alla concentrazione di chi guida la moto e al santo ABS) e lo stillicidio di geriatrici rintronati alla guida di camper troppo grossi per loro, un giretto sulle montagne in questi giorni è un tonico incredibile.

L’aria è fresca e limpida, il cielo di un blu impossibile che quasi esaspera i colori. Overdose sensoriale a ogni curva: il profumo dei boschi, l’aria fresca a 15° che corre sul collo, il motore che ti proietta in avanti come una fionda appena spalanchi un po’, gli altri motociclisti che incontri a decine, tutti con la mano fuori a salutare.

Un giorno qualunque della settimana (mai il weekend, per carità), una partenza di prima mattina e sei subito sulle Alpi. La Val Cenis, dopo il dimesso e fatiscente valico del Moncenisio, è un alveare di attività turistiche. I paesi sono ben curati e ci sono fiori dappertutto. Avendo tempo, ci sarebbe da fermarsi a gustare le specialità della Savoia e bere una birra dei brasseurs locali.

Ma il tempo non c’è e si gira con lo sguardo che ogni pochi secondi lascia l’asfalto e si perde lassù in alto nelle montagne. La strada si dipana in maniera spettacolare e quasi non ti accorgi di tutto quel traffico di vacanzieri ubriachi di sole.

E poi comincia la splendida salita dell’Iseran. La strada è priva di protezioni e sembra grattata via dai monti. Se la chiudessero, hai l’impressione che la montagna se la rimangerebbe in pochi anni. In cima al passo, a 2770 metri, il cielo è quasi trasparente e ti prende la voglia di imbottigliare quell’aria fresca e limpida per riportarla in Val Padana.

Un giro come questo ha un ritmo necessariamente serrato, che non lascia troppo tempo per lunghe pause. È già tanto togliersi il casco ai lati della strada per fare due foto. Ma la carica positiva di quelle vedute e di quel cielo terso te la porti dentro per qualche giorno.

Ma dopo un po' bisogna ritornare lassù.


sabato 18 aprile 2009

Rodaggio primaverile

Dopo un inverno che non voleva saperne di finire e una primavera fino ad oggi piuttosto bagnata, la voglia di riprendere la tradizione delle uscite in moto è tanta. Ma non dimentichiamo che gli storditi automuniti sulle strade aumentano sempre e quella prontezza e quell'attenzione che il motociclista affina progressivamente nel corso delle sue uscite non sono ancora ai massimi livelli.

C'è sempre un po' di rodaggio psicofisico da fare a inizio stagione e, per quanto mi riguarda, io sono ancora a zero. La voglia ci sarebbe, ma finora è stato il tempo a mancarmi…

Una foto emblematica di una reazione errata l'ha giusto proposta il forum americano FJR Riders. L'hanno subito battezzata "uno stoppie andato male". È probabile che il motociclista seguisse l'auto rossa troppo da vicino. Questa deve aver frenato improvvisamente e il pilota della moto ha reagito d'istinto pinzando davanti e bloccando l'anteriore.
La bassa velocità ha reso possibile un'acrobazia perfetta, una giravolta quasi completa terminata sul cofano posteriore dell'auto e, complice il bauletto, senza una caduta rovinosa della moto sull'asfalto e, presumibilmente, sul motociclista.

Una brutta esperienza che, come tutte, può insegnarci qualcosa.

giovedì 19 marzo 2009

Alberghi o stamberghe?

Il noto sito TripAdvisor, che raccoglie ed elabora i commenti di viaggiatori di tutto il mondo su alberghi e destinazioni, ha stilato la sua classifica 2009 degli alberghi più sporchi del mondo.

Questa (S)hit Parade si basa sui voti attribuiti dagli ospiti agli hotel in cui hanno soggiornato. Ogni nazione o area geografica ha i suoi dieci alberghi più scadenti e anche l'Italia non fa eccezione.

9 su 10 di questi alberghi sono situati in città grandi o medie (Milano, Roma, Firenze, Siena), mentre uno solo si trova in una località turistica della Calabria.

Vi é mai successo di soggiornare in un albergo veramente fetido?


Nel 2007, durante un Tour dei Pirenei in moto ho soggiornato in un albergo spagnolo che si presentava in maniera eccezionale. L'hotel Hosteleria de Leyre sorge presso Yesa, all'ombra della Sierra de Leyre vicino a Pamplona, ed é un'ala di un vecchio convento convertita in albergo.
La struttura ha solo due stelle perché le camere sono piccole e dotate solo dei servizi essenziali, tra cui un bagno abbastanza minuscolo, ma per 37 Euro la notte che cosa volete pretendere? La veduta e la posizione in compenso sono straordinarie. Anche il ristorante, con un menu più che civile per 17 Euro, non era niente male.

Peccato che mi sono svegliato una notte con qualcosa che mi camminava sul petto. Una zecca!

Ho passato il resto della notte con la torcia elettrica e un coltello in mano per scoprire dove si annidavano e tagliarle tutte a metà. Solo così avrei potuto di nuovo riaddormentarmi tranquillo.

Ma non ha comunque funzionato.

sabato 7 marzo 2009

Gente fatta così

I soliti motociclisti...

Mi ha scritto una mail il mio amico “Big Frank”, di Sanford, North Carolina (USA).

“Se anche quest’anno vieni in vacanza negli Stati Uniti, fammi sapere il periodo.

Se vuoi, puoi contare su una delle mie moto. Scegli tu: una Fazer 1000, una FJR1300 o una Buell Ulysses. Spero di poter fare qualche bel giro in compagnia tua e di tua moglie. Ciao.

Frank S.”

Frank è un cristone di almeno 120 kg che ha superato i 50, ma in sella a una moto è agile come una scimmietta. Nella foto è quello pelato (voglio dire, quello pelato a destra). Conosce tutte le strade ma non conosce paura. C’è la cosiddetta Liberty Road dalle sue parti che è una specie di videogame studiato per motociclisti: stretta, tortuosa, costellata di ponticelli e ogni tanto benedetta dalla ghiaia in curva. Ma Big Frank se la macina come se fosse un rettilineo. Imprendibile.

Lo scorso anno Frank mi ha prestato la sua FJR1300 e ci ho girato una settimana tra North Carolina e Tennessee. Alla fine del giro mi sono reso conto che le gomme erano arrivate alla frutta. Così gli ho fatto una sorpresa e gli ho regalato un treno di Michelin Pilot Road.

Frank ha guardato il paio di gomme nuove e mi ha detto: “Ti ringrazio, ma non dovevi.” (Che avevo detto? I soliti motociclisti.)

Grazie Big Frank.

Quest’anno, complice la crisi, il viaggio in USA me lo sogno…Ma è bello sapere che ci sono amici così.