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lunedì 6 agosto 2012

Quattro anni


Sono già passati più di quattro anni dal Maggio 2008, quando organizzammo un Tour dei Pirenei di calibro internazionale. Insieme a tre di noi, motocislisti italiani, presero parte all’avventura tre americani (Bob, Don e Eric) e un inglese (Dave). Eravamo i Magnifici Sette e, nonostante alcune avversità meteo, facemmo un tour spettacolare coronato ogni sera da bevute di birra altrettanto magnifiche.

Scopro in questi giorni che due degli americani e il britannico Dave faranno un tour delle Alpi passando tre notti in Italia.

Un rapido consulto e il trio di italiani si è ricostituito (c’è da dire che in questi anni ci siamo già visti tra noi una quantità di volte, in moto e non).
Ecco quindi che ci incontreremo con gli amici e alzeremo i bicchieri ancora una volta. Don amava chiamare il nostro gruppo “Hermanos de moto” e non c’è dubbio che lo farà ancora. Nei nostri scambi di mail dal 2008 ad oggi, non manca mai di mandare i suoi saluti agli altri due amici, Hook e Mek (ovviamente dei soprannomi).

Ma in quattro anni ne sono successe di cose.

Hook e Mek hanno cambiato moto, io ho perso il lavoro pochi giorni dopo il rientro dalla Spagna. Chissà i racconti degli altri amici e le cose che sono nel frattempo capitate loro.
Ma saremo proprio lì a colmare questo vuoto raccontandoci le nostre storie.

Per me la perdita del lavoro ha comportato un cambio di stile di vita e una revisione delle mie priorità. Le cose tuttavia sono nel frattempo migliorate da quando mi sono ricostruito un’attività e ho ripreso a lavorare come libero professionista.

Tutto quello che è successo mi fa spesso ripensare alla settimana sui Pirenei come un bel vecchio film, nonostante si tratti solo di quattro anni fa.

Ho ripescato il video di allora e ve le propongo volentieri.

lunedì 13 dicembre 2010

Buona strada, David


Il mio amico David è morto.
Ci siamo visti ogni anno per almeno 5 anni in occasione delle mie tradizionali vacanze estive in America, ma da due anni i nostri contatti si erano rarefatti. Sapevo da tempo che le cose non gli andavano bene, che non era contento del lavoro e del fatto che guadagnava poco. C'era anche una vecchia storia tra lui e la bottiglia, ma sembrava che ne fosse uscito.

David faceva lo chef ed era anche uno bravo. Il suo problema era che non sapeva farsi valere. Appena faceva un po' di carriera, la gestione dei collaboratori e delle responsabilità non gli riusciva e, dopo qualche tempo di risultati deludenti, veniva licenziato.
Questa volta sembrava quella buona. Dopo vari anni di lavoro poco qualificato e mal pagato, si era trasferito dal North Carolina in un altro stato per assumere la responsabilità di un' intera struttura ricettiva.

Pareva proprio che le cose avessero preso a girare per il verso giusto dopo anni di vacche magre. David non era un appassionato motociclista come il mio giro di amici di Raleigh, ma era di certo rimasto contagiato dal cameratismo e dallo spirito indipendente di chi gira su due ruote. Si era comprato una Harley 883 e aveva iniziato a prendere gusto alle uscite in moto: il baccano, le vibrazioni e l'aria in faccia su quelle strade senza fine dell'Heartland americano.

Poi, a sorpresa, l'ennesima delusione. L'avevano lasciato a casa ancora una volta.

L'ho sentito al telefono qualche settimana fa in occasione del suo compleanno. Non era più lui, la voce era spenta e del tutto priva di vitalità.

Qualche giorno fa mi è arrivata la notizia. David l'ha fatta finita. Ha sistemato tutte le sue cose, ha regolarizzato tutte le sue carte per non lasciare niente in sospeso, poi si è tolto la vita.

Con lui se n'è andato un bravo diavolo, uno spirito mite e tranquillo. Non l'ho mai capito fino in fondo e ora non capisco il suo gesto. Spero solo che abbia trovato quello che cercava.

domenica 7 novembre 2010

Un po' di luce

Una coppia di amici americani, lui e lei, sono venuti a passare qualche giorno in Italia. Peccato che il maltempo abbia loro mostrato un paesaggio piuttosto britannico, nuvole basse e acqua in continuazione.

L'altro giorno, però, il cielo si è aperto e la coppia è partita alla volta delle Cinque Terre con un'auto a noleggio. Ho prestato loro il mio GPS e gli ho dato un paio di dritte su come spostarsi tra i vari paesini a picco sul mare.

Tre ore dopo averli visti partire da Milano mi squilla il cellulare. Vedo il numero americano e immagino che siano giusto arrivati a destinazione.

Macché. È il mio amico che mi segnala un problema. Hanno sbagliato a svoltare e sono finiti su una strada campestre dove si sono prontamente impantanati. Si trovano su qualche collina coltivata a terrazze in Liguria e non sanno come uscirne fuori.

Il mio amico mi passa al telefono un contadino che è appena arrivato sul posto. Questo signore mi spiega che è impensabile chiamare un carro attrezzi, ma mi dice che farà il possibile per far arrivare sul posto un trattore.

Per due ore non sento più i miei amici e mi domando come sia andata a finire.

Poi mi arriva una loro telefonata dall'albergo, dove sono finalmente arrivati e si stanno concedendo un bicchiere di vino.

In attesa del trattore, alcuni contadini hanno provato a spingere la macchina ma senza successo. Uno di loro, il più giovane, parlava perfino un po' di inglese. Poi è arrivato il trattore e in pochi minuti ha riportato in strada l'auto impantanata.
Quando il mio amico ha provato a mettere in mano al contadino 50 Euro, questo ha fatto un salto indietro e ha recisamente rifiutato di prendere un soldo.

È solo la piccola storia di un gesto generoso, ma di questi tempi cupi fa un bel po' di luce.

sabato 24 aprile 2010

Preparativi

Nella vita tutto cambia ed è giusto che sia così.
Per fortuna però ci sono alcune cose che non cambiano mai.
Una di queste è la preparazione di un viaggio. Qualunque viaggio.


Se si parte in aereo, l'attività principale è la raccolta di depliant o informazioni su Internet, la ricerca degli alberghi e magari anche uno sguardo alle previsioni meteo.

Se si parte in moto, è vero tutto quanto sopra ma c'è una grossa componente tecnica legata ovviamente alla moto. Si dedicano ore alla preparazione del mezzo, si verificano i livelli di olio motore, olio cardano, liquido refrigerante, olio dei freni. Si controllano le pastiglie dei freni, lo stato dei pneumatici, le candele, il filtro dell'aria, le sospensioni.

Sono lavori che avranno un riflesso diretto sulla sicurezza del viaggio e sul suo svolgimento come da programma. 
Sono anche l'occasione di gettare l'occhio negli angoli meno visibili di carenatura, motore e telaio per accertarsi che tutto sia in regola. La moto è un oggetto che appassiona, ma non c'è dubbio che comporti un certo livello di pericolo. Verificare che sia tecnicamente pronta a macinare qualche migliaio di chilometri con noi sopra è un piacere e un dovere al tempo stesso.

Oggi abbiamo passato diverse ore a trafficare sulle moto, scherzando e ridendo come facciamo sempre. Abbiamo stappato un paio di birre e lavorato divertendoci, dove una buona parte dell'ilarità è sempre ai danni di qualcuno di noi. Visto che eravamo in tre, l'incrocio di battute e prese in giro è stato particolarmente vivace.

Ma in secondo piano c'era il pensiero ricorrente delle strade che faremo, dei tempi che dovremo rispettare e del tempo che ci aspetta. La data si avvicina, mancano meno di due settimane e, come sempre, questi ultimi giorni voleranno via. La Sierra Nevada, che a Marzo sembrava ancora lontana, oggi è qui.

Se è vero che nei viaggi in moto la meta è la strada, bisogna partire preparati e affidare all'improvvisazione solo alcuni aspetti del viaggio. Noi amiamo viaggiare così. Siamo pronti a inventarci un itinerario fermi davanti a un bivio con la carta stradale aperta sul serbatoio della moto, ma quando partiamo vogliamo essere sicuri del nostro mezzo, della situazione delle strade, dei traghetti e degli alberghi.

Sono ormai lontani i giorni delle partenze improvvisate, della moto tirata fuori dal garage e lanciata in un viaggio di dieci giorni senza nemmeno guardare le gomme. Rivedo quelle foto sbiadite e mi sembrano scene di un vecchio film: i protagonisti più giovani, le moto dei trabiccoli un po' naif.

L'incoscienza di una volta ha ceduto il posto alla consapevolezza. Ma non è detto che oggi ci si diverta di meno, anzi!

domenica 3 gennaio 2010

Guardando le nuvole



Gli anni della mia infanzia li ho vissuti in un palazzo di città circondato da altre case. Avevamo tre balconi, ma da qualunque parte mi affacciassi non vedevo mai l'orizzonte.
Da bambini, il bel tempo voleva dire: si esce in cortile a giocare con gli altri. Da ragazzi, il bel tempo ti permetteva di spingerti oltre, di andare "al prato", dove la città finiva e iniziava quel mondo misterioso chiamato campagna.
Ricordo ancora chiaramente di essere salito molte volte fino all'ultimo piano per guardare dalla finestra delle scale se quelle nuvole che avevamo sopra la testa avrebbero portato ancora maltempo o se qualche sprazzo di blu si stesse facendo largo da lontano.
Il fascino per la meteorologia mi prese allora, quando cercavo di leggere nel movimento delle nuvole portate dal vento se il tempo sarebbe migliorato o meno.

Oggi, due generazioni dopo, mi ritrovo spesso a cercare di interpretare la direzione del vento e delle masse nuvolose per scoprire se il giro in moto sarà asciutto o bagnato.

Oggi, a 72 ore dalla partenza per la Tunisia, annuso l'aria e poi decido di barare e guardare in Internet.
Il tratto critico è il passaggio dell'Appennino per scendere su Genova. Se c'è neve in terra può rivelarsi un momento delicato per chi viaggia su due ruote.

Una volta a destinazione, non avremo problemi a sceglierci un itinerario in base alle condizioni meteo. Ma qui in Italia sembra che la neve voglia riaffacciarsi quando meno la vorremmo.

Ma'alesh, pazienza, direbbero in Arabo. Noi partiremo lo stesso, come abbiamo sempre fatto. Il bello di questi viaggi in moto (Turchia, Tunisia, Spagna e altri ancora) non è solo la strada, ma il gusto di percorrerla insieme a degli amici. Ricordo con uguale piacere le galoppate su strade assolate e quei momenti in cui gli elementi hanno deciso di mettersi di traverso a bloccarci la strada.

Nubifragi in Sicilia, vento a 90 kmh in Spagna, pioggia e nevischio sulla Sila, ghiaccio e neve in Nord Italia. Momenti poco simpatici ma vissuti e superati insieme a dei buoni compagni di viaggio.
Si appendono gli abiti fradici ad asciugare, si mette qualche birra sul tavolo ed è di nuovo tutto a posto.

martedì 1 dicembre 2009

On the Mother Road


New Mexico, USA, fine di Maggio. Il tracciato della vecchia Route 66 attraversa un tratto desertico dalla terra rossa che segue il letto di un fiume in secca e si estende all’infinito nell’aria tremolante per il calore. Il fondo stradale è in pessime condizioni, ma è quello autentico della leggendaria strada americana: The Mother Road, da Chicago a Los Angeles in 2.400 miglia. A poca distanza, carica di traffico, corre la Interstate 40 che qui l’ha ormai soppiantata da decenni e già da quasi un’ora non ho diviso la strada con nessuno.

Alla mia destra vedo i resti di un vecchio ponte della ferrovia, molti dei piloni in legno sono crollati e quelli ancora in piedi sembrano un gruppo di ubriachi. Mi tornano alla mente mille scene di film western, con il treno a vapore che arriva sferragliando sul singolo binario mentre dai piloni del ponte penzolano le micce sfrigolanti della dinamite.

Mentre mi fermo a scattare un paio di foto, all’orizzonte appare una nuvola di polvere. In pochi minuti arriva un vecchio pick-up con due uomini a bordo. Si fermano a fianco della mia Ford noleggiata e il guidatore apre il finestrino. È un uomo sulla quarantina con un berretto da baseball e strizza gli occhi contro il sole. “Problemi alla macchina?” mi chiede.

“No - gli rispondo – sto facendo un po’ di foto.”

“Sei anche tu uno di quei matti che si fanno tutta la Old 66 fino a LA per il solo gusto di farla?”

Confesso la mia colpa e racconto loro di essere addirittura venuto apposta dall’Europa. Si guardano ridendo e scuotono la testa. “Senti, se ti va di bere qualcosa di fresco, seguici fino al ranch qui dietro la curva.”

Accetto volentieri. Sebbene sia ormai abituato all’ospitalità immediata di molti Americani, questa volta rimango stupito. L’Europeo in me si chiede anzi se sia cosa saggia seguirli “dietro la curva” carico di macchine fotografiche e dollari in contante.
















Ma siamo già arrivati. Il ranch è una casetta squadrata come la disegnerebbe un bambino; a fianco sorge un capannone con un paio di trattori, niente a che vedere con i pittoreschi fienili in legno che ancora si trovano dappertutto in America. C’è un pozzo artesiano, qualche bidone di olio, due macchine parcheggiate e il resto è sabbia e collinette rocciose che si spingono fino all’orizzonte.

In questo mare di colore ocra, vedo lontano una macchia verde, come un’oasi nel deserto.

“È un vecchio pozzo che usava la US Cavalry per abbeverare i cavalli”, mi legge nel pensiero l’amico del pick-up mentre mi porge una lattina di birra imperlata di condensa. “Qui non c’è un gran che, ma se ti fermi domani possiamo fare un giro a cavallo.”

Lo ringrazio, ma spiego che devo continuare fino a Flagstaff in Arizona. “OK, come vuoi”, mi dice. Gli Americani non insistono quasi mai, visto che loro stessi raramente dicono “no grazie” solo per fare complimenti.

L’amico sparisce nel ranch e ritorna dopo un minuto con un six-pack di birre Coors Extra Gold gelate. “Mettile al fresco” mi dice. Deve aver visto il cooler di plastica che ho comprato al Wal-Mart per pochi dollari. Se attraversi l’America senza averne uno, devi essere per forza uno straniero alla sua prima visita.

“Come back anytime, y’hear?” mi salutano lui e il suo amico, mentre salgo in macchina.
Dopo pochi secondi il ranch sparisce nella nuvola di polvere che mi lascio dietro. Ora sono di nuovo sulla Route 66 con la mia Ford bianca velata di polvere rossa mentre, armato di una Reflex e 6 birre gelate, inseguo un obiettivo che si sposta con l’orizzonte. Mai come questa volta, la mia destinazione è la strada stessa.

domenica 8 novembre 2009

Big Frank cambia moto

Big Frank si chiama così per un buon motivo.
È un uomo che sta per salutare la cinquantina, con un fisico da lottatore e una pancia di proporzioni ragguardevoli. Una stretta di mano di Frank è come infilare le dita tra due rulli. Eppure quando si lancia in una serpentina di curve con la sua FZ-1 sembra un ragazzo sulla sua prima motoretta da sparo.

Questo da lontano.

Da vicino, per dirla come gli Americani, sembra un gorilla che fa sesso con un pallone da football.

Frank ha un cognome di origine polacca pieno di consonanti e quindi, per distinguerlo dagli altri due Frank del gruppo di amici con cui gira, si è deciso di chiamarlo Big Frank, mentre gli altri due sono ovviamente Medium e Small.

Frank ha fatto la sua carriera nell’US Army ed è andato in pensione come sottufficiale. Se incontra qualcuno che faceva l’ufficiale è meglio intervenire per separarli perché, adesso che è un civile, Big Frank si toglie i sassolini dalla scarpa senza mezzi termini.

La sua passione sono le moto. Nel garage della sua villetta sul Buffalo Lake in North Carolina, Frank ha una piccola collezione: una Honda ST1100, una Yamaha FZ-1, una Buell Ulysses e una FJR1300 del 2005.
Adesso però ha venduto le ultime due e si è comprato una FJR1300 modello 2008, colore nero, e, se lo conosco, le avrà già limato le pedane sulle curve delle “back roads” dalle parti sue. La moto è praticamente nuova e Frank ha davanti a sé un intero inverno per metterla a punto come vuole lui: motore, sospensioni e accessori vari.

Già me lo vedo con la cassetta dei ferri aperta, un mug di caffè che fuma sul bancone e le lenti bifocali inforcate mentre prova a infilare le manine XXL negli spazi della carenatura.

Nel suo garage c’è anche tutta l’attrezzatura per cambiare le gomme e non manca mai un paio di treni di scorta sullo scaffale. Chi si trovi a passare dalle sue parti e abbia un problema di pneumatici, basta che lo chiami sul cellulare. Frank ha tempo a disposizione, è un meccanico esperto e non chiede di meglio di essere richiamato in azione.

Arriva con il suo rimorchio, ti carica la moto e due ore dopo sei di nuovo in strada. Nel frattempo hai bevuto un caffè con lui (o una birra a seconda dell’ora) e ti ha raccontato di sicuro che cosa pensa degli ufficiali.

Big Frank è quel tipo di motociclista che ti fa essere orgoglioso di appartenere alla categoria.

mercoledì 4 novembre 2009

Patente e libretto

La Ford Crown Victoria grigia metallizzata del North Carolina State Trooper viaggia verso Est sulla US74, la Great Smoky Mountains Expressway, in direzione di Asheville. Al volante il Trooper T.B. Sutton, del Troop G, District VI di Bryson City, che sta rientrando verso la sede del suo distretto alle 07:55 di una luminosa domenica mattina di Agosto.

In quel punto, la US74 attraversa la Nantahala National Forest presso il Fontana Lake, una zona prediletta dai turisti e specialmente dai motociclisti, visto che a circa trenta minuti di strada sulla NC28 si trova la celebre Coda del Drago, una delle strade mito negli Stati Uniti.

E proprio all’incrocio con la NC28, regolato da uno stop per chi proviene da questa strada, Sutton vede due moto immettersi veloci nella US74 e procedere verso Est senza arrestarsi al segnale. Avvicinandosi alle due moto, ne identifica subito la seconda come una Harley Davidson Street Glide e la prima come una moto giapponese, probabilmente una Yamaha FJR1300. Arrivato a circa 100 metri in coda alle due moto, Sutton attacca i lampeggiatori e dà due colpetti di sirena elettronica: woop, woop.

***

Il mio amico Jim ed io siamo partiti poco dopo le 07:00 dal Fontana Village e abbiamo imboccato la NC28. Il sole è ancora basso ma il cielo è limpidissimo e si preannuncia una splendida giornata estiva nelle montagne del North Carolina.
Siamo diretti ad Asheville a poco più di due ore di distanza, dove ci aspettano altri amici per fare un bel giro sulla Blue Ridge Parkway. L’aria è ancora fredda e i prati sono coperti di rugiada. In qualche stretta vallata delle Smoky Mountains ristagna ancora una coltre di nebbia. Quando il sole riesce a filtrare tra i rami degli abeti, il suo calore si fa immediatamente sentire. Abbiamo indosso degli indumenti da moto traforati, perché non è escluso che oggi in pianura si supereranno i 35°, ma ora ci sono al massimo 10°.

Jim fa strada con la sua FJR1300, io lo seguo con la Harley, che a 90-100 km di velocità borbotta con un suono piacevolmente profondo. Arriviamo all’incrocio della NC28 con la US74 viaggiando circa 15km sopra il limite, ma la strada è deserta e anche la US74 si presenta come un nastro grigio immobile nella luce del primo mattino.
Non c’è nessuno in giro.

Rallentiamo allo stop ma non ci fermiamo (gli Americani definiscono questa manovra “stop californiano”) e svoltiamo a sinistra. Abbiamo appena il tempo di aprire il gas e percorrere 500 metri sulla US74 quando i miei specchietti si riempiono di luci lampeggianti e sento la sirena. Guardo avanti: anche Jim si è accorto della macchina del Trooper apparsa dal nulla e sta accostando a destra.

Ci fermiamo e scendiamo dalle moto levandoci i caschi. Il Trooper è ancora seduto nell’auto e sta verificando al computer le nostre targhe.

Una moto è intestata a Jim e l’altra alla Ray Price Harley Davidson di Raleigh che me l’ha noleggiata. Tutto in regola. Il Trooper esce dall’auto e con un gesto fluido ed esperto si calca in testa il cappello grigio scuro a falda piatta.

“Signori, siete in eccesso di velocità e non avete rispettato lo stop. Posso avere patenti e libretti di circolazione?”
Jim gli dice di non essersi accorto di aver superato i limiti e ammette che, complice la strada deserta, la manovra allo stop è stata meno che regolamentare. We’re sorry.

Con i nostri documenti in mano, il Trooper torna alla macchina e passano almeno 15 minuti mentre controlla i documenti e scrive.
Jim mi invita a non dare segni di impazienza perché la cosa non ci porterebbe alcun vantaggio.

Finalmente, l’agente esce dall’auto, ci restituisce i documenti e ci mette in mano un foglietto con il quale siamo formalmente ammoniti. “Signori, per questa volta ve la cavate con un warning. Vi invito a rispettare le regole e i limiti di velocità. Y’all ride safe now.”


La Ford
riparte mentre Jim ed io ci rimettiamo i caschi. Jim ride e mi dice: “Oggi è il nostro giorno fortunato. Ci siamo risparmiati due multe da $250 a testa. Adesso ci possiamo sputtanare un po’ di soldi che rischiavamo di non avere più.”

PS: il nostro incontro con lo State Trooper è avvenuto il 9/8/2006 e il resto della giornata è andato perfettamente. Siamo ritornati al Fontana Village dopo 14 ore dalla partenza e le mogli ci hanno letteralmente ribaltati per non averle avvertite del ritardo.

mercoledì 30 settembre 2009

Big-sky country

Ci risiamo. Mentre le giornate si accorciano e l’autunno segnala la sua presenza al calare del sole, viene la voglia di chiudere l’anno motociclistico in bellezza.

Come è stato per la Sardegna e i Pirenei negli anni passati (fughe di Ottobre alla ricerca di paesaggi assolati ma senza folla), anche il 2009 richiede a viva voce una galoppata in direzione Sud Ovest prima di mettere la parola fine sulle uscite impegnative.

Ci resteranno poi solo le passeggiate di un giorno negli spiragli che l’inverno consente.

È proprio la Spagna, paese cordiale e generoso, a offrire ancora giornate di sole e strade poco frequentate al motociclista in cerca di grandi spazi aperti e cieli limpidi. Nella nostra ricerca di big-sky country, come dice l’espressione americana, stiamo pensando con altri amici alla Sierra Nevada, ricca di paesaggi maestosi, belle strade e con la splendida città di Granada nelle vicinanze.

Non faremo indigestione di autostrade per raggiungere più velocemente la nostra destinazione.
La meta per chi va in moto è il viaggio stesso e intendiamo utilizzare qualche carretera nacional per non perderci quegli angoli di Spagna che l’Autopista spesso ti rapina.

Saremo tre o al massimo quattro. È il numero ideale per trovare rapidamente da dormire dove ci porta l’ispirazione e per appoggiare i gomiti sul tavolo alla fine della giornata e parlare del giorno dopo.

Ma ora vi lascio. La carta Michelin N. 578 (Andalucìa) mi attende.

domenica 27 settembre 2009

Cento di questi post

“A che serve un blog?” mi chiede un amico. “Ma, a niente” gli rispondo.

Come quei quadretti estemporanei che i pittori dilettanti dipingono sulle rive di un lago o ai piedi di una montagna, un blog serve solo a catturare l’ispirazione, le luci e ombre di un momento, a esternare delle idee o considerazioni che rischiavano di essere superate e travolte da fatti e riflessioni più importanti. Altro non gli è chiesto di fare.

Questo blog ha appena girato la boa dei cento post, dopo essere nato quasi per caso sette mesi fa.

Mi è servito per ragionare su alcune situazioni legate alla mia passione per le moto, all’amicizia e alle stranezze e incongruenze dei nostri giorni.

Mi auguro però che sia anche stato una lettura leggera e divertente per chi lo frequenta e possa aver dato origine, nel suo formato breve ed essenziale, a qualche spunto di riflessione. Nella peggiore delle ipotesi, spero almeno che non si sia rivelato tempo perso.

Ad altro un blog non deve servire. Certo, ci sono siti Web di notizie che adottano la formula del blog, ma l’attività di informazione preferisco lasciarla ad altri.

A me piace andare a leggere dietro la singola notizia oppure guardare l’affresco dei fatti del giorno da una certa distanza per cercare di capire che razza di giornate stiamo vivendo.

Solo dieci anni fa era impensabile che un privato potesse mettere in Internet le sue idee, raccontare le sue storie o ventilare i suoi malumori. L’informazione e la comunicazione la facevano gli addetti ai lavori, come dire che se volevi il ragù potevi solo avere quello della Barilla o di Agnesi.

A me piace pensare che la salsa fatta in casa (e anche il blog di un perfetto sconosciuto) abbiano dei sapori più autentici quando non hanno padroni o padrini da accontentare.

Ecco perché blog come questo, anche se non servono a niente, è importante che continuino ad esserci.

martedì 22 settembre 2009

Lavoro di squadra

Qualche giorno fa, rientrando in cinque moto dal Nürburgring, abbiamo percorso diverse centinaia di chilometri di splendide strade di montagna francesi. L’abbiamo fatto "con un certo entusiasmo", macinando curve e superando decisi il traffico presente (auto, camion e camper).
A differenza del celebre circuito tedesco, qui in moto c’eravamo solo noi, in gruppo serrato e impegnati su un tracciato complesso e assai più difficile da interpretare di una pista a senso unico.

Eppure abbiamo viaggiato veloci e sicuri perché affiatati tra di noi, pronti a leggere le mosse e le traiettorie del compagno di viaggio davanti e a segnalare a quello che seguiva la presenza di pericoli o di strada libera per il suo sorpasso. Il tutto ovviamente senza comunicare tra noi se non con i movimenti in sella alla moto o con brevi gesti delle mani.

Non c’è dubbio che una statale di montagna, stretta e abbastanza trafficata, presenti più incognite di un circuito chiuso, anche se popolato da macchine estremamente veloci. Ma qui eravamo nel nostro elemento, pronti a sfruttare il vantaggio di accelerazione delle moto e sicuri delle capacità e dell’attenzione degli altri membri del gruppo. Una delle ragioni per cui un gruppo piccolo è da preferire sempre alle carovane, anche per motivi di sicurezza.

Non una sbavatura, non un rischio di collisione tra di noi. Agli occhi degli altri utenti della strada eravamo una macchina da guerra ben oliata e collaudata. Cinque moto, cinque sorpassi brucianti, cinque piloti che affrontavano la curva successiva entrando in piega a un secondo di distanza l’uno dall’altro per sparire lungo la strada.

Ripensandoci, è stato un bell’esempio di lavoro di squadra. Viene in mente un vecchio slogan: uno per tutti, tutti per uno, ma senza retorica, perché in moto ne va della pelle.

Momenti come questi sono impagabili. Per il Nürburgring c’è sempre MasterCard.

domenica 13 settembre 2009

I Signori dell'Anello

Era già un po’ di tempo che si parlava di fare un salto al Nürburgring e finalmente qualche giorno fa ci siamo andati.

Il tempo ci è stato favorevole, abbiamo infatti trovato temperature estive e cielo limpido per l'intero percorso. Tanto bello è stato il tempo che, al ritorno, abbiamo deciso di rientrare a casa passando per la Provenza, ma questa è decisamente un’altra storia (la proiezione delle foto di tutto il viaggio la trovate a destra, sul "sidebar" del blog).

Il Nürburgring, stavamo dicendo: sono 20 chilometri leggendari soprannominati die grüne Hölle ovvero l’Inferno verde, immersi nelle colline boscose dell’Eifel, a Nord-Ovest di Coblenza.

Pista splendida, come sono in verità anche tutte le strade circostanti, ma con i vantaggi di avere un solo senso di marcia e la possibilità di spalancare il gas a piacimento.

Lo svantaggio però è che sul Ring gira di tutto, Ferrari nuove di zecca, vecchie BMW Serie 3, Dodge Viper, auto familiari taroccate, moto da sparo e questa volta giravamo anche noi.

Un occhio sempre sullo specchietto quindi e l’altro sulla pista. Peccato non potersi concentrare interamente su quella striscia di asfalto che gira, sale, scende come un otto volante lungo venti chilometri.

Ma lascio che sia il video a raccontare la storia. Ringrazio l’amico Nerio per avermi affidato le sue riprese "raw" per farne il montaggio.



sabato 14 marzo 2009

Tre amici e una moto


Tre amici attorno a una moto da sistemare.

Questi per me sono i momenti più sereni del tempo libero.


Siamo ormai un team ben collaudato che gioca volentieri insieme e ci bastano due parole per capirci al volo.

C’è uno che smonta, uno che rovista tra i pezzi e uno che tiene la lampadina per illuminare quegli angoli impensabili dove un benedetto progettista giapponese ha deciso di piazzare una vite.

E intanto si scherza, ci si prende in giro a vicenda e si passa qualche ora in allegria.

Questa volta, c’era una gomma da sostituire e lo sterzo da registrare. Che si tratti di una Yamaha o di una Ducati, sono cose che ti cambiano la guida di una moto da così a così.

Lavoro finito, si rimonta tutto e si prova la moto. Adesso è veramente a posto.

No grazie. Non è un momento da Amaro Montenegro.

Per noi va benissimo una birra, anzi meglio se due.

sabato 7 marzo 2009

Gente fatta così

I soliti motociclisti...

Mi ha scritto una mail il mio amico “Big Frank”, di Sanford, North Carolina (USA).

“Se anche quest’anno vieni in vacanza negli Stati Uniti, fammi sapere il periodo.

Se vuoi, puoi contare su una delle mie moto. Scegli tu: una Fazer 1000, una FJR1300 o una Buell Ulysses. Spero di poter fare qualche bel giro in compagnia tua e di tua moglie. Ciao.

Frank S.”

Frank è un cristone di almeno 120 kg che ha superato i 50, ma in sella a una moto è agile come una scimmietta. Nella foto è quello pelato (voglio dire, quello pelato a destra). Conosce tutte le strade ma non conosce paura. C’è la cosiddetta Liberty Road dalle sue parti che è una specie di videogame studiato per motociclisti: stretta, tortuosa, costellata di ponticelli e ogni tanto benedetta dalla ghiaia in curva. Ma Big Frank se la macina come se fosse un rettilineo. Imprendibile.

Lo scorso anno Frank mi ha prestato la sua FJR1300 e ci ho girato una settimana tra North Carolina e Tennessee. Alla fine del giro mi sono reso conto che le gomme erano arrivate alla frutta. Così gli ho fatto una sorpresa e gli ho regalato un treno di Michelin Pilot Road.

Frank ha guardato il paio di gomme nuove e mi ha detto: “Ti ringrazio, ma non dovevi.” (Che avevo detto? I soliti motociclisti.)

Grazie Big Frank.

Quest’anno, complice la crisi, il viaggio in USA me lo sogno…Ma è bello sapere che ci sono amici così.