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venerdì 20 gennaio 2012

Tanta voglia di eroi

Una settimana dopo la tragedia della Costa Concordia, mezza Italia chiama “eroe” il Capitano De Falco della Capitaneria di Livorno. 

Ma De Falco è veramente un eroe? E’ proprio lui il primo a scrollarsi di dosso l’epiteto. De Falco è un professionista, un vero ufficiale di marina (non un pupazzo narcisista come il comandante della nave) e, se vogliamo, non è nemmeno riuscito a costringere il guappo vigliacco a ritornare a bordo. 

A tanta gente, il capitano De Falco giustamente piace perché è un uomo onesto, un personaggio integro e solido in una vicenda popolata da pigmei morali. Ma non parliamo di eroi. Chi fa il suo mestiere con convinzione, integrità e determinazione non è un eroe, ma certamente lo sembra al confronto con i cialtroni che portano le navi (o il Paese) alla rovina.

Intanto, a Meta di Sorrento, la cittadinanza si stringe intorno al comandante della nave e lo chiama “eroe” per aver salvato migliaia di persone. Com’è curiosa la gente. Nella sua visione a tunnel si dimentica che lo stesso “eroe” è quello che, per un gesto irresponsabile da sbruffone, ha messo a repentaglio la vita di 4000 persone, ne ha ammazzate almeno 11 e causato milioni di Euro di danni. E adesso, nella fantasia italebana, sta diventando un personaggio mitico, il Braveheart campano, il Sandokan sorrentino, l’uomo che la Padania vorrebbe morto. Se non facesse parte di una tragedia fin troppo reale, questo ribaltone grottesco farebbe anche ridere. Se non credete che questo sia sintomo della bancarotta morale che affligge questo Paese, trovatemene un altro migliore.

E intanto in Moldova (la Moldova sta tra Romania e Ucraina ­­– sono andato a vedere su Google), la misteriosa bionda venticinquenne vista al fianco del comandante sul ponte della nave viene intervistata dalla TV locale e salutata come eroina per aver salvato un numero imprecisato di persone. Ridda di ipotesi: era regolarmente imbarcata o l’ha fatta salire a bordo il capitano approfittando della sua autorità? Secondo una versione, poi, sarebbe stata chiamata sul ponte per fare annunci in russo, un’altra la vorrebbe a fianco del comandante già al momento dell’impatto con il fondale.

Cosa? Era già salita in plancia? Chissà che il comandante, preso da preveggenza, se lo fosse sentito? O fu lei a sentirselo? Il disastro imminente, voglio dire.

La verità definitiva, grazie alla registrazione delle conversazioni sul ponte di comando, alle telecamere e agli interrogatori dei testimoni prima o poi verrà fuori.

Intanto però, a Meta di Sorrento, il primo a essere sottoposto al terzo grado è proprio il comandante. E chi gli fa le domande è la moglie: Frangé, Frangé, ma chi era sta femmena bionda che aggio visto in tivvù?
E il comandante, ormai esperto di acrobazie evasive, si cala da una finestra e finisce in un cassonetto.

Lo insegue l’urlo Omimmeeerd’ , sfaccimm’, ma lui è già salito su un taxi.

sabato 14 gennaio 2012

La recita dei burattini


A Milano, un vigile urbano è stato travolto e ucciso da un’auto 4X4 che cercava di fermare. I due omicidi sono fuggiti ma sembra siano stati identificati, sono due nomadi, e forse li hanno anche anche fermati alla frontiera con la Francia.

Subito il Paese dei burattini entra in agitazione. Il popolo degli anti-SUV ricomincia a ululare l’unica stanca canzone che sa. (E’ noto che i fuoristrada siano auto dotate di volontà propria. Se un mentecatto torinese di alto lignaggio ingombra i binari del tram con la sua Jeep o due zingari uccidono un vigile con la X5, la colpa è del veicolo.)

“Via i fuoristrada dal centro” è il coretto di chi non ha il fuoristrada e quindi lo vuole vietare anche agli altri. Gli zingari notoriamente rispettano le leggi dello stato e quindi si terranno lontani dal centro. In questo caso poi l’omicidio è avvenuto alla Bovisa, un quartiere di Milano che con il centro ha ben poco a che vedere.

E intanto arriva il cordoglio del presidente della repubblica, si indice il lutto cittadino, le prefiche di stato si battono il petto, le associazioni dei nomadi prendono le distanze. Intendiamoci, non ho intenzione di sminuire in alcun modo la gravità del fatto e la portata della tragedia: vedo ancora quella foto angosciante della bicicletta contorta appoggiata sull’asfalto e mi si stringe il cuore al pensiero del vigile ucciso.

Ma quanti pedoni e ciclisti vengono uccisi ogni anno da pirati della strada? Quanti messaggi di cordoglio manda loro il capo dello stato? Pedoni e ciclisti contano meno del vigile urbano?

Ma il vigile urbano faceva il suo dovere, mi ribatteranno i custodi della legalità.

E i pedoni e i ciclisti trascinati e uccisi non stavano facendo il loro mestiere di cittadini che vanno a lavorare, pagano le tasse e si aspettano di essere tutelati dalla polizia urbana, il cui stipendio loro stessi contribuiscono a finanziare?

Basta con il populismo imbecille delle autorità costituite, basta con la tutela dei cittadini affidata alle telecamere e ai velox. Basta anche agli zingari che spadroneggiano nelle città rubando e uccidendo impunemente.  Invece di pronunciare parole vuote e abbassare le bandiere a mezz’asta, stronchiamo sul serio questa criminalità continua e crescente. 

Finora la polizia si è stretta nelle spalle ed è tornata a timbrare bolli e a passare carte.
L’auto in regola, la revisione, l'assicurazione, le catene, le cinture, il gilet fosforescente la polizia li chiede a noi.
La macchina degli zingari (rubata, senza revisione, a fari spenti, senza assicurazione) passa indisturbata. “Eh, a quelli che cosa gli vuoi togliere?” mi disse un giorno una guardia scuotendo la testa.

Finché gli zingari avranno il campo libero e il salvacondotto per uscire dal carcere dopo un paio di giorni, sempre meno vigili avranno il coraggio di fermarli e il cittadino avrà sempre meno tutela.

Ma è più facile pronunciare frasi vuote di cordoglio e fare gli indignati davanti alla TV che prendere seriamente dei provvedimenti. 
Non cambia niente, domani è un altro giorno e il rigore dei controlli durerà un paio di settimane. Finché l’appartamento svaligiato, l’auto rubata e il morto non ci riguardano, tiriamo avanti. Questo è il sistema che ci siamo costruiti.

giovedì 10 novembre 2011

Giancarlo

Giancarlo ha una BMW 320 che gliela passa la ditta. E’ un turbodiesel e va come un castigo di dio. E’ chiaro che la devi tenere sempre in coppia e allora ti togli delle gran soddisfazioni in autostrada.

Giancarlo ha uno smartphone Apple che glielo passa la ditta e che fa tutto tranne il caffè: macchina fotografica, MP3, una serie di App da sballo. Ha pure il Bluetooth con tanto di auricolare che fa tanto figo ma Giancarlo non ha balle di tenerlo carico e ormai da qualche mese non lo usa più.

Giancarlo ha il piede pesante con quella BMW. Se ha cento metri di strada libera va giù a manetta, poco importa che poi c’è lo stop. A volte brucia di prepotenza gli stop o gli ingressi  nelle rotatorie e chi ha più prudenza l’adoperi. Di solito si fermano gli altri e gli suonano, ma a lui gliene frega niente. Suona, suona  ­­– dice­­ – intanto sono passato io. 

Solo con i TIR ha un occhio di riguardo perché una volta quando aveva la Croma ha bruciato uno stop e uno Scania l’ha preso in pieno e gli ha fatto fare tre giri su se stesso, che la macchina l’hanno portata direttamente al demolitore. Tanto era una carretta.

Giancarlo viaggia nella nebbia come un TGV perché lui comunque ci vede benissimo. Gli amici dicono che ci ha il radar e il visore a infrarossi perché anche con la nebbia la sua media non cala di un chilometro.

Oggi Giancarlo ha ammazzato un ciclista a Cisliano. C’era il solito nebbione padano e quel pirla di uno sfigato pedalava verso casa alle 17:30 con quella luce stupida che vedi poco e i fari non ti servono a niente. Giancarlo stava rispondendo al telefono e non guardava la strada. Ha sentito un botto, si è fermato con il muso sfasciato e il faro destro che fumava nella nebbia e nel fosso c’era il morto con la bici sopra. Che palle, è arrivato a casa alle 21:00.

Giancarlo ha perso qualche punto sulla patente e la ditta ci metterà una settimana per fargli avere una BMW nuova. Oggi girare in macchina è diventato una gran rottura di balle.

lunedì 1 agosto 2011

La marcia dei forzati

Sabato 30 Luglio, ore 12:30, devo improvvisamente recarmi nel Ferrarese per una commissione urgente. Non ho proprio voglia di andare, con il caldo che fa e con il traffico che mi aspetto, ma è una cosa che non posso rimandare.

Eccomi alle 13:00 in sella alla FJR1300 pronto alla partenza. Per una sparata quasi tutta in autostrada la FJR è la cavalcatura giusta e anche le gomme Metzeler Sportec M5, nonostante le spalle scalettate da fare paura a soli 4000 km, hanno comunque abbondante battistrada per farmi andare e tornare senza pensieri.

Viaggio strano questo. Oltre 500 km in un pomeriggio: l’andata fatta litigandomi la strada con i turisti in partenza e il ritorno in compagnia di quelli che rientrano a casa. Telecronaca di due esodi autostradali diversi separati da una semplice mezzeria.

Traffico prevedibilmente intenso ma non impossibile, poi c’è sempre la corsia di destra che è quasi sempre libera. Anche l’olandese che traina una roulotte a 90 kmh non ci vuole andare, chissà perché… 
I chilometri volano via e devo solo stare attento ai tutor e fare la gimkana nel traffico. Mi viene in mente il gioco del Tetris mentre mi inserisco tra un grappolo di macchine e un altro lavorando di gas e girando semplicemente il mento nella direzione che desidero.

La Yamaha si mangia il traffico in maniera chirurgica, come un F-16 fra gli Airbus. Il solo rischio è farsi prendere la mano, perché i duecento all’ora sono solo un’impercettibile rotazione della mano destra.

Mentre vado, mi accorgo che le auto più pericolose sono quelle che finiscono con la “s” o anche la “z”: Atos, Terios, Koleos, Matiz, Yaris, Ignis. E’ un delirio di cambi di corsia improvvisi e sorpassi da imbecille. Ti superano, rientrano in corsia e poi rallentano. Oppure dalla corsia di sorpasso si buttano a capofitto in un’area di servizio perché nonna deve pisciare.

Nel tratto a 4 corsie prima di Bologna c’è un improvviso vuoto nel traffico e mi trovo davanti una vecchia Atos che viaggia a 80 in terza corsia. Io sono in corsia di destra a 140 e le sfilo di fianco come un missile cruise. 
Guardo nello specchietto, la Atos è sempre lì che barcolla in direzione sud mentre il grosso del traffico sta per raggiungerla in massa. Sogno la scena di una Range Rover che la tampona a 160 kmh o una carambola tra più monovolume che finiscono tutte con la “s”.

Arrivo a destinazione in due ore e 15 minuti. Il rischio più grosso l’ho corso con un alfista rimbambito dal caldo (finestrino di guida spalancato a 120 all’ora) che entra in sorpasso senza guardare. Una bordata di trombe Nautilus e il vacanziere quasi si infarta sbandando a destra e invadendo la strada di qualcun altro.

Al ritorno, un mega temporale sta per investire Bologna. Mi porto fuori pericolo e non prendo che due gocce sulla visiera del casco. Grazie alle nuvole, ora l’aria è più fresca e il viaggio è meno stancante.

Per il resto è un déja vu dell’andata: macchine stracariche di biciclette montate alla rinfusa (tanto si torna a casa…) che si ostinano a viaggiare nel mezzo della strada, ticinesi dal piede pesante che se ne fottono dei tutor, camperisti che viaggiano a cavallo di due corsie perché così mirano meglio la direzione di marcia.

Dopo poco più di cinque ore dalla partenza sono di nuovo a casa. Andata e ritorno sull’autostrada dei forzati delle vacanze: un’esperienza che mi mancava.

mercoledì 1 giugno 2011

Incubi contemporanei


La polizia stradale della Florida ha arrestato una certa Megan Barnes (37 anni) per aver tamponato un SUV alla velocità di 60 kmh. 

Sembra che la tale avesse lasciato il volante perché troppo occupata a farsi la ceretta tra le gambe.

“Stavo andando a un appuntamento e volevo essere perfettamente a posto”, ha dichiarato al poliziotto che l’ha arrestata. Quest’ultimo ha avuto anche non poche difficoltà a restare serio, visto che la Barnes non aveva proprio l’aspetto di una coniglietta di Playboy.  Il bello della vicenda però deve ancora arrivare.

Al suo fianco, nel sedile del passeggero, sedeva il suo ex-marito, il quale (evidentemente ancora innamorato di lei) ha inizialmente dichiarato di essere stato lui alla guida dell’auto al momento dell’incidente, prendendosi quindi la responsabilità dell’accaduto.

I rilievi della Florida Highway Patrol hanno però dimostrato l’infondatezza di questa versione e portato all’arresto della Barnes. Si è infatti scoperto che la tipa era stata multata il giorno prima per guida in stato di ebbrezza e guidava (si fa per dire) con una patente sospesa.

I giornali, le radio e i notiziari Web sono andati a nozze con questa bella storia, cercando di approfondire la personalità dell’ex-marito (che accompagnava la donna a un appuntamento dichiaratamente galante) e battezzando la Barnes “Nemico Pubico Numero Uno” sulle strade della Florida.

Questa notizia mi ha profondamente scosso. Quale utente delle tangenziali di Milano, ho già abbastanza patemi d’animo nell’immettermi nel loro intenso traffico e tremo sempre all’idea di incontrare la mia maledizione, la famigerata “Vecia” con la Matiz.

Adesso il pensiero di trovarmela affiancata mentre apre il finestrino per gettare fuori le striscette depilanti mi precipita nel panico.

Ora mi ci vuole proprio una birra fredda.

giovedì 16 settembre 2010

Il fascino dell'uniforme


Storia vera di questa mattina.

Sto portando a spasso i cani in un prato che costeggia una bretella di collegamento rapido con la Tangenziale Ovest di Milano. Al di là del guardrail vedo una scena strana: una custom Yamaha ferma sul cavalletto laterale ma senza il pilota. Guardo avanti, verso il semaforo cittadino dal quale parte questa bretella e vedo sul lato della strada un'ambulanza e un'auto della Stradale ferme con i lampeggiatori in funzione.

Sul bordo della strada c'è anche una Triumph Bonneville, anch'essa sul cavalletto e con un casco agganciato al manubrio. Penso a un malore di uno dei due piloti; da quanto vedo mi sembra di poter escludere un incidente.

Mi avvicino con i cani al guinzaglio seguendo un sentierino nell'erba a fianco della strada. Ora vedo anche un motorino con il parabrezza rotto e delle plastiche in terra. Comincio a immaginarmi una scena in cui il motorino passa col rosso, la seconda moto lo urta mentre la prima prosegue per ancora cento metri prima di accorgersi del fatto.

C'è una volontaria dell'ambulanza in tuta arancio che fuma una sigaretta al riparo del mezzo. Le chiedo se c'è stato un incidente di moto. Mi risponde con aria importante: "Non posso dirglielo".
Segreto di stato? Di sicuro non è deragliato un treno e la scena quasi si racconta da sé, ma il non posso dirglielo è un piccolo e prezioso momento di autorità da gustare tutto, un piccolo segnale che noi e voi non siamo la stessa cosa.

Mi sposto avanti di ancora due passi e nell'ambulanza vedo due persone, un uomo e una donna. Sembrano incolumi o quasi e stanno parlando tra loro in maniera rilassata. Lei indossa un collarino e forse si è fatta male a un piede.
Ho deciso di chiedere loro se gli serve una mano per mettere al sicuro le moto mentre vengono portati in ospedale. 

Si avvicina però il poliziotto, uno sulla trentina con la faccia da saccente e gli occhiali firmati (la nuova Polizia Stradale) e mi chiede: "E lei chi è? Qui non può venire", indicando perentoriamente il "suo" lato del guardrail.

Chi potrò mai essere? Ho i pantaloni corti, T-Shirt, berrettino della Yamaha e due cani al guinzaglio. Sarò un investigatore privato? Un broker assicurativo? Un paparazzo? Le Nuove Brigate Rosse?

Rispondo che sono un passante e non ho la minima intenzione di scavalcare il guardrail.

In quell'istante arriva un carro attrezzi per caricare le moto. La mia idea di aiutare i motociclisti si rivela superata in quel preciso momento.

Inverto la marcia e me ne ritorno nel prato a giocare con i cani.

Ho incontrato l'Italia in uniforme. L'ignoranza ridipinta nei colori ufficiali, la rivalsa sociale dei cafoni.

domenica 1 agosto 2010

La Lola si chiama Gretchen

"È il latte della Lola!" squittiva quel bambino dalla voce odiosa con in mano il suo bicchiere di latte.

Ma quale Lola? Lui poi non ha neanche mai visto una mucca in carne e ossa. Anzi a scuola le disegna colorate di viola perché le uniche mucche che conosce sono quelle della Milka. E quando si scopre che la Lola non esiste, che la fregnaccia autarchica delle 50.000 mucche italiane è assai improbabile (visto che latte e pasta di formaggio arrivano dalla Baviera), la sua carriera da attore è in grande crisi. Difficilmente lo rivedremo in quello spot TV.

In un blog dedicato proprio agli spot televisivi leggo la descrizione di quella pubblicità:
"Lo spot, epico e corale, fatto di natura, di mucche, di passione e di latte, racconta che il latte, e la linea di prodotti Alta Qualità G*** nascono da un incontro straordinario. Quello tra chi il latte lo fa per davvero, e chi lo beve; che mai, come nel caso di G***, sono così vicini."
"Vicini"? Quanto ci mette un'autocisterna a fare 600 km?
"Epico e corale". Vero, peccato che fosse un falso.

In Italia, marketing e marchette sono la stessa cosa. Inoltre, appena mettete qualcosa sul mercato, che sia uno stracchino o una moto, siete subito assaliti da uno stuolo di "giornalisti" pronti a cantarne le lodi per quattro soldi, per una moto in comodato gratuito o per un quintale di stracchino consegnato sotto casa.

Diffidate dalle prove su strada, dai test comparativi, dall'opinione dell'esperto. Tutta gente che ha un mutuo da pagare e scriverebbe di tutto su tutto. E fra questi desperados della pubblica informazione c'è anche chi recensisce le campagne pubblicitarie, prova i biscotti, prende i tempi sul chilometro dello stracchino e certifica la digeribilità delle moto. Tutti pronti ad avallare le palle più colossali per un piatto di minestra.

Rassegnamoci.  Anche La Valle degli Orti non esiste. Sono verdure raccolte e surgelate "prevalentemente" in Italia, trasportate in container refrigerati e confezionate dalla Nestlé. La Valle nacque nel 1984 e c'è sicuramente in Italia chi è convinto che esista sul serio e ci lavorino tanti vecchietti sorridenti, con una gran chioma di capelli bianchi e che annaffiano con amore pisellini e carotine.

Dieci anni prima (1974) nasceva il Mulino Bianco, la linea di prodotti da forno della Barilla, realizzata in gran segreto da un maestro pasticcere inglese. Un'icona sdolcinata e rassicurante perpetuata da ormai 36 anni di pubblicità fin troppo stucchevole. Anche il Mulino, naturalmente, non esiste.

Nel mulino che vorrei…

Non so voi, ma io non vorrei un mulino. Io vorrei solo mangiare della roba decente e che la smettessero di raccontarmi stronzate.

martedì 20 luglio 2010

Dieci metri

Sono in moto e sto attraversando un quartiere periferico della città. Il traffico non è intenso ma disordinato e l'impressione è quella di essere in un videogioco nel quale le minacce spuntano da ogni angolo. Furgoni fermi in seconda fila, auto contromano, l'imbecille che esce a retromarcia dal passo carrabile, i pedoni-gallina che attraversano la strada guardando dalla parte sbagliata.

Non mi piace girare in città con la moto. Se la sua potenza è tale da tirarmi fuori dai guai in un secondo, le dimensioni e il peso sono uno svantaggio. Mi accorgo di guidare teso e so di non divertirmi per niente.

Da un paio di minuti sto seguendo un vecchio furgone bianco, un Nissan Vanette malandato con una pellicola scura incollata sul lunotto posteriore. Praticamente ho un muro davanti e non vedo niente. Il fatto di non poter vedere il guidatore, poi, mi infastidisce e vorrei superarlo. Ma in questo pezzo di strada non ho possibilità, nell'altra direzione le macchine arrivano  cadenzate regolarmente al punto da rendere impossibile il sorpasso.

C'è poi qualcosa di strano in questo furgone, qualcosa che istintivamente non mi convince e mi rendo conto di aver tolto la mano dal gas come riflesso condizionato. Mi sembra che il mezzo cammini fuori asse, che sia storto. È un modello di oltre 15 anni fa, il motore è malmesso a giudicare dai fumi di scarico e anche le ruote non  sono in gran forma. La vernice bianca è opaca e sembra data a pennello…

Deve aver preso una botta da dietro e sarà stato riparato alla fai-da-te. Mi accorgo di aver aumentato istintivamente la mia distanza dal furgone, ormai ci separano dieci metri. Ecco che cosa non mi convinceva: i segnalatori posteriori devono essere guasti, ha certamente frenato un paio di volte e non si sono accese le luci dei freni.

Mentre ragiono così, la strada si allarga in una piccola piazza, il Nissan accosta a destra liberandomi la visuale. Ora finalmente vedo strada libera per duecento metri, più i dieci che ci separano. Esito un attimo perché ho ancora una sensazione di allarme che non mi molla.

Ma lo scooterone che ho visto arrivare sparato nei miei specchietti non ci pensa su un attimo, sento il frullatore che sale di giri e mi supera a razzo pochi centimetri alla mia sinistra.
Lo scooter schizza via rapido e intravedo un tizio in bermuda col casco jet e i braccini languidi appoggiati al manubrio. Intanto il Nissan si è spostato ancora a destra ma ha iniziato una conversione a U senza rallentare. 

Per lo scooter non c'è scampo e lo vedo schiantarsi nel furgone all'altezza dello sportello del guidatore.

Dieci metri e toccava a me.

venerdì 30 ottobre 2009

Una bella storia vera

Tyler è una donna sulla quarantina, vivace e attraente, che vive in California dalle parti di San Francisco. Il suo hobby è la moto e ha perfino messo su una piccola società che organizza tour motociclistici negli Stati Uniti.

Tyler frequenta diversi forum dedicati alle moto ed è proprio così che ci "conosciamo". Improvvisamente, a fine Giugno 2009, uno di questi forum pubblica la notizia: Tyler is down.

Alla guida di un gruppo di moto in Idaho, Tyler era ferma dietro a un semirimorchio a un incrocio non regolato da semafori. Visto che il mezzo che bloccava la strada non accennava a muoversi, dopo un paio di minuti Tyler lo affiancava sulla destra cercando di arrivare allo stop per vedere quale fosse il problema. (Quante volte abbiamo fatto la stessa cosa?)

In quel momento, però, il semirimorchio si rimetteva in movimento girando a destra, Tyler veniva spinta giù dalla moto dal rimorchio e le ruote posteriori del mezzo le passavano sopra le gambe e il bacino.

Senza entrare nel dettaglio agghiacciante dei danni subiti, Tyler ha vissuto un vero calvario negli ultimi quattro mesi. Dall'Idaho è stata trasferita in un ospedale dalle parti sue (oltre 1200 km di distanza) quando era fuori pericolo e ha intrapreso il lungo percorso di riabilitazione motoria e di trapianto della pelle.

Ma da ieri è finalmente a casa.

Nelle sue parole: "so che il mio viaggio non è ancora al termine e sono certa che ci saranno ancora giorni difficili, ma so anche che la forza e l'amore di chi mi è vicino mi aiuteranno a perseverare e a superare gli ostacoli lungo la strada".

Non so se Tyler risalirà mai più in sella, ma non importa. Per gente come noi, la passione per le moto vuol dire molto, ma la vita è tutto.

mercoledì 7 ottobre 2009

Due storie, una domanda


















  • Sto viaggiando in auto su una strada a 4 corsie separate da aiuola spartitraffico. Fa caldo e il mio finestrino è aperto. Sento sopraggiungere in corsia di sorpasso un baccano metallico infernale, come un chilo di viti e bulloni agitati in una pentola.

Mi supera una Ducati Monster con un tizio in tuta di pelle arlecchino che viaggia curvo sul serbatoio a gran velocità. Lo “sento” vibrare come una lavatrice e, da motociclista, soffro per lui.

Cinquanta metri più avanti, il solito idiota esce in sorpasso all’improvviso, l’auto che precede il Monster si attacca ai freni e il motociclista Bang! le si pianta dentro. Moto e pilota vanno in terra: lui non sembra ferito gravemente, la moto è da rottamare.

  • Un gruppo di amici esce per una domenica di Ottobre sui tornanti. Nonostante siano dei motociclisti esperti e veloci, si vedono superare a gran velocità da alcuni ragazzi su moto sportive, tutti con fidanzatina a zaino, tutti al limite dell’aderenza.

Pochi chilometri più avanti, al gruppo di amici che scendono dal passo si presenta la scena di un incidente mortale. C’è una coppia di quei ragazzi in terra, la moto è accartocciata più avanti. Lui è morto, lei è ferita ma se la caverà. Gli altri ragazzi sono statue di pietra con le mani nei capelli.

A tutti noi piace l’adrenalina di una strappata al limite, e tutti conoscono quella strega che ti spalanca la manetta, ma bisogna saperle resistere. Istinto o ragione che sia, via il gas, giù con i freni e l’occhio sempre fisso sulla strada. Ogni distrazione rischia di essere l’ultima.

Perché morire da stupidi?

martedì 18 agosto 2009

Cronache dal caldo

Ragazzi, che caldo infame.

Strizzando gli occhi in questa luce abbagliante, dalla finestra vedo ogni tanto qualche moto che passa.

Tutti in maniche corte, tutti in calzoncini. Non li invidio per niente.

Io vestito così non uscirei, nemmeno se facesse il caldo più fetente di agosto, vedi oggi per esempio.

Indosserei di sicuro qualche capo leggero, ma senza rinunciare alle protezioni interne. Le giornate così sono quelle predilette dagli storditi (quelli su quattro ruote e quelli su due) per inventarsi gli incidenti più assurdi.

Non dimenticherò mai quell’estate di quasi quarant’anni fa, mentre cercavo di attraversare una strada statale divisa da aiuola spartitraffico per immettermi nella carreggiata opposta.

La prima metà della strada era un muro di automobili che procedevano a passo d’uomo verso il mare, l’altra metà (vuota) era quella che portava in città.

Si crea un minuscolo vuoto nel fiume di traffico, lo attraverso rapido con la mia motina. Sono al varco nello spartitraffico, guardo a destra: non viene nessuno. Il tempo di rilasciare la frizione e entrare in carreggiata, sento a sinistra un urto violento all’altezza della forcella e mi ritrovo steso in terra sulla schiena con la testa rivolta al cielo. Non dimenticherò mai l’attimo di stordimento in quel bagliore lancinante del sole, l’odore dell’asfalto rovente e la puzza della miscela che inizia a sgocciolare da un serbatoio, forse il mio.

Un idiota con la Vespa 50, vista la carreggiata piena di traffico ha pensato bene di procedere contromano sull’altra e mi ha preso in pieno all’altezza della forcella. Ma la mia moto va ancora e io sono illeso, per fortuna avevo il casco (che allora non era obbligatorio). L’idiota invece ha sfasciato la Vespa e si è aperto una gamba. Chiaramente non è assicurato e, in qualche modo italico, vuole anche avere ragione.

Lo lascio per chiamare un’ambulanza e me ne ritorno con la moto zoppicante in garage.

Mi poteva andare molto peggio. Ancora pochi centimetri e mi giocavo il ginocchio sinistro.

Colpa del caldo? Non lo so, ma io resto in casa quando fa un caldo così.

venerdì 14 agosto 2009

Chi ti riporta a casa

Un mazzo di fiori sul guardrail è la storia di un’uscita finita male.

Escludendo l’ipotesi di un improvviso guasto meccanico, la principale causa degli incidenti non è la velocità ma la distrazione. Viaggiare veloci ma concentrati previene gli errori: la strada ti corre incontro come in un videogame, tu ne registri i segnali e reagisci di conseguenza. Guidare al margine delle tue capacità ti esalta e al tempo stesso ti stanca rapidamente. Ma se sai quando è ora di togliere il gas non ti uccide.

La distrazione, invece, non perdona.

Distrarsi capita. Possono essere la stanchezza, la noia, il caldo, la spossatezza, la sete, il sonno, una telefonata nel casco Bluetooth, una preoccupazione che riaffiora nel mezzo del viaggio, un secondo di troppo dedicato al GPS. Può succedere a chiunque, ma a determinare le conseguenze di una breve distrazione è solo il momento in cui la concentrazione salta.

La maggior parte delle volte non succede niente: il viaggio prosegue e quell’istante di vuoto viene azzerato. Altre volte, l’insidia nascosta e la distrazione si combinano con effetti catastrofici.

Le moto camminano per una serie di leggi della fisica che ne determinano la ciclistica e il funzionamento del motore, ma quello che le tiene in strada è la concentrazione del pilota.

Concentrazione vuol dire guardare la strada e i suoi utenti, studiarne i comportamenti e prevederne le manovre, cogliere gli indizi di una pendenza sbagliata, di un raggio di curva che si restringe, di ghiaia in carreggiata, di un incrocio nell’ombra, di una buca nascosta, di un velo di terra.

La moto ti permette di uscire e divertirti, ma è la concentrazione che ti riporta a casa.

mercoledì 12 agosto 2009

Il sogno

Mi sto arrampicando veloce su una strada di montagna. A metà mattinata, l’aria è limpida e fresca e mi sento euforico (avete presenti quelle giornate in cui tutte le manovre si susseguono lisce e senza sbavature e la coordinazione dei movimenti è impeccabile?).

La moto è come un’arma letale comandata dalla mano destra: alla minima rotazione del polso si lancia in avanti ringhiando, poi torna a brontolare sommessa mentre entro in curva e al momento di uscirne scarica in terra rabbiosa i cavalli del motore.

Sto viaggiando lungo la parete della montagna che sfreccia alla mia destra e subito a sinistra della striscia di asfalto scorre veloce una fitta schiera di alberi. Giro un’altra curva e mi trovo davanti un muro di plastica alto tre metri.

È un camper che si inerpica fumando a 40 kmh e riesce a bloccarmi del tutto la visuale, seguendo una linea zigzagante che ora lo porta nella corsia opposta, ora lo avvicina pericolosamente alla ghiaia della banchina destra.

“Devo superarlo prima che mi tiri un sasso in faccia” mi dico, ma non vedo assolutamente niente e sono costretto a seguirlo mentre si imbarca in un’altra curva a destra e barcolla nella corsia contraria.

Nello spazio libero che si crea tra camper e montagna scorgo però un rettilineo di almeno 100 metri seguito da una curva a destra. “Mi dovrebbe bastare” penso, e mi ritrovo già in sorpasso con il gas spalancato.

Sono quasi a fianco della cabina del camper quando, tra le ombre lunghe degli alberi che si proiettano sulla strada vedo un bagliore sospetto. È un’automobile scura che viaggia a luci spente verso di me, del tutto invisibile finché un raggio di luce non ne coglie una superficie cromata.

Mi resta una frazione di secondo che per decidere: mi attacco ai freni e lascio sfilare il camper o tiro dritto a tutto gas? L’automobile mi lampeggia (adesso li ha trovati i fari il deficiente!) e l’idiota del camper si spaventa e frena. Sono bloccato qui fuori in sorpasso e ora la decisione può essere solo di aprire tutto fino al limitatore.

Mi sveglio bagnato di sudore e con il cuore che batte a mille. Non saprò mai come sia finito quel sogno, ma il momento di gelo della brutta sorpresa non riesco a scuotermelo di dosso per tutto il giorno.