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mercoledì 1 giugno 2011

Incubi contemporanei


La polizia stradale della Florida ha arrestato una certa Megan Barnes (37 anni) per aver tamponato un SUV alla velocità di 60 kmh. 

Sembra che la tale avesse lasciato il volante perché troppo occupata a farsi la ceretta tra le gambe.

“Stavo andando a un appuntamento e volevo essere perfettamente a posto”, ha dichiarato al poliziotto che l’ha arrestata. Quest’ultimo ha avuto anche non poche difficoltà a restare serio, visto che la Barnes non aveva proprio l’aspetto di una coniglietta di Playboy.  Il bello della vicenda però deve ancora arrivare.

Al suo fianco, nel sedile del passeggero, sedeva il suo ex-marito, il quale (evidentemente ancora innamorato di lei) ha inizialmente dichiarato di essere stato lui alla guida dell’auto al momento dell’incidente, prendendosi quindi la responsabilità dell’accaduto.

I rilievi della Florida Highway Patrol hanno però dimostrato l’infondatezza di questa versione e portato all’arresto della Barnes. Si è infatti scoperto che la tipa era stata multata il giorno prima per guida in stato di ebbrezza e guidava (si fa per dire) con una patente sospesa.

I giornali, le radio e i notiziari Web sono andati a nozze con questa bella storia, cercando di approfondire la personalità dell’ex-marito (che accompagnava la donna a un appuntamento dichiaratamente galante) e battezzando la Barnes “Nemico Pubico Numero Uno” sulle strade della Florida.

Questa notizia mi ha profondamente scosso. Quale utente delle tangenziali di Milano, ho già abbastanza patemi d’animo nell’immettermi nel loro intenso traffico e tremo sempre all’idea di incontrare la mia maledizione, la famigerata “Vecia” con la Matiz.

Adesso il pensiero di trovarmela affiancata mentre apre il finestrino per gettare fuori le striscette depilanti mi precipita nel panico.

Ora mi ci vuole proprio una birra fredda.

lunedì 13 dicembre 2010

Buona strada, David


Il mio amico David è morto.
Ci siamo visti ogni anno per almeno 5 anni in occasione delle mie tradizionali vacanze estive in America, ma da due anni i nostri contatti si erano rarefatti. Sapevo da tempo che le cose non gli andavano bene, che non era contento del lavoro e del fatto che guadagnava poco. C'era anche una vecchia storia tra lui e la bottiglia, ma sembrava che ne fosse uscito.

David faceva lo chef ed era anche uno bravo. Il suo problema era che non sapeva farsi valere. Appena faceva un po' di carriera, la gestione dei collaboratori e delle responsabilità non gli riusciva e, dopo qualche tempo di risultati deludenti, veniva licenziato.
Questa volta sembrava quella buona. Dopo vari anni di lavoro poco qualificato e mal pagato, si era trasferito dal North Carolina in un altro stato per assumere la responsabilità di un' intera struttura ricettiva.

Pareva proprio che le cose avessero preso a girare per il verso giusto dopo anni di vacche magre. David non era un appassionato motociclista come il mio giro di amici di Raleigh, ma era di certo rimasto contagiato dal cameratismo e dallo spirito indipendente di chi gira su due ruote. Si era comprato una Harley 883 e aveva iniziato a prendere gusto alle uscite in moto: il baccano, le vibrazioni e l'aria in faccia su quelle strade senza fine dell'Heartland americano.

Poi, a sorpresa, l'ennesima delusione. L'avevano lasciato a casa ancora una volta.

L'ho sentito al telefono qualche settimana fa in occasione del suo compleanno. Non era più lui, la voce era spenta e del tutto priva di vitalità.

Qualche giorno fa mi è arrivata la notizia. David l'ha fatta finita. Ha sistemato tutte le sue cose, ha regolarizzato tutte le sue carte per non lasciare niente in sospeso, poi si è tolto la vita.

Con lui se n'è andato un bravo diavolo, uno spirito mite e tranquillo. Non l'ho mai capito fino in fondo e ora non capisco il suo gesto. Spero solo che abbia trovato quello che cercava.

giovedì 5 agosto 2010

Punti di vista

Improvviso di maltempo sul Nord e Centro Italia e le temperature di questa prima settimana di Agosto scendono in picchiata.
Non erano ancora le 5 di questa mattina che ha iniziato a cadere una pioggia torrenziale accompagnata da raffiche di vento. Cinque ore dopo pioveva ancora e la temperatura non superava i 15°.

Che piacere prepararsi a uscire indossando una camicia più pesante e, pensandoci bene, anche un giacchetto impermeabile, mentre le folate di vento scaraventano secchiate d'acqua sulle finestre.

Cielo nero e nuvole basse che scorrazzano veloci. Che c'è di più bello dopo settimane d'afa?

Questione di punti di vista. Quante volte, proprio in questo momento dell'anno, abbiamo guardato fuori dalla finestra e maledetto il maltempo, quell'aria fredda e quel cielo nero?
Che cosa fai quando a metà di un viaggio, con la moto parcheggiata davanti all'albergo, ti capita una giornata da lupi come questa?

Ti documenti sull'evoluzione meteo, guardi il cielo, studi una strategia di itinerario ma intanto tiri fuori la tuta antipioggia. Si parte lo stesso, ma la bellezza di una giornata passata a pennellare le curve sull'asfalto asciutto è sfumata.

Mi torna alla mente un arrivo in traghetto a Barcellona mentre veniva giù un nubifragio. E noi che sognavamo cieli azzurri e temperature miti. Viene giù tanta acqua che non mi accorgo nemmeno di aver mancato  l'uscita giusta dall'autostrada e aggiungo quasi un'ora al tragitto per l'albergo. Un'ora di rovesci ininterrotti, naturalmente. E io che, ottimista, mi ero rifiutato perfino di indossare l'antipioggia sopra la tuta in pelle.

L'immagine di un viaggio "bagnato" mi fa ricordare un altro risveglio amaro. Andorra, sono le 7 e piove. 

Le nuvole sono così basse che sembra di toccarle. Facciamo colazione sperando in un miglioramento ma non c'è niente da fare: arrivano le 9 e la pioggia non accenna a smettere.

OK, indossiamo l'antipioggia e ci mettiamo in strada. È Ottobre e fa anche freddo. Seguiamo la strada per la frontiera spagnola e La Seu d'Urgell cercando di non scivolare sulle strisce e la segnaletica orizzontale bagnate. Ovviamente alla frontiera il doganiere spagnolo vuole farmi aprire l'unica borsa coperta da telo impermeabile. Quelle che si aprono semplicemente a chiave non gli interessano.

Fuori farà freddo ma nella tuta antipioggia si suda e il casco si appanna.

Ripartiamo. Dopo dieci minuti in terra spagnola, ecco che esce il sole.
Un altro dei grandi piaceri della vita è togliersi la tuta antipioggia...

lunedì 16 novembre 2009

Otto semplici regole


La mia patente ha compiuto 40 anni e ha viaggiato nelle mie tasche per oltre un milione di chilometri. L'unico continente nel quale non l'ho mai usata è l'America del Sud (se vogliamo escludere Artide e Antartide).

Quando è tanto tempo che giri, è difficile che non ti sia imposto qualche regola (conscia o inconscia che sia).

Se vado in auto, la mia regola è arrivare a destinazione il prima possibile.

Se vado in moto, la faccenda diventa un po' più articolata. Ma si sa, quando qualcosa ti appassiona, tutto si complica...

Queste sono le mie regole, l'ordine non importa un gran che.

  1. Non sono in gara con nessuno. C’è gente che supero e altra gente che supera me.
  2. Ci sono giornate in cui mi va di andare forte e mi piace competere. Altre volte mi basta solo andare e non per questo mi diverto di meno.
  3. Non mi lascio imporre un passo che non è il mio. Gli amici più veloci mi aspetteranno al primo bivio. A mia volta aspetterò al primo bivio quelli più lenti.
  4. Piuttosto che mettere a rischio la vita di un amico con un sorpasso azzardato aspetto volentieri un’occasione migliore.
  5. Evito di uscire con chi sa andare in moto molto meglio o molto peggio di me. Chi è molto più bravo, con me si annoia, chi invece è molto meno bravo finirà per mandarmi in terra.
  6. Ogni volta che rischio e non mi succede niente, mi sono bruciato un credito. Il problema è che non so mai quanti me ne restano.
  7. Vado in moto per indossare abiti scomodi e arrivare stanco. Se volevo un comodo mezzo di trasporto, mi compravo lo scooter.
  8. La gente si divide in due categorie: chi va in moto e chi no.

mercoledì 30 settembre 2009

Big-sky country

Ci risiamo. Mentre le giornate si accorciano e l’autunno segnala la sua presenza al calare del sole, viene la voglia di chiudere l’anno motociclistico in bellezza.

Come è stato per la Sardegna e i Pirenei negli anni passati (fughe di Ottobre alla ricerca di paesaggi assolati ma senza folla), anche il 2009 richiede a viva voce una galoppata in direzione Sud Ovest prima di mettere la parola fine sulle uscite impegnative.

Ci resteranno poi solo le passeggiate di un giorno negli spiragli che l’inverno consente.

È proprio la Spagna, paese cordiale e generoso, a offrire ancora giornate di sole e strade poco frequentate al motociclista in cerca di grandi spazi aperti e cieli limpidi. Nella nostra ricerca di big-sky country, come dice l’espressione americana, stiamo pensando con altri amici alla Sierra Nevada, ricca di paesaggi maestosi, belle strade e con la splendida città di Granada nelle vicinanze.

Non faremo indigestione di autostrade per raggiungere più velocemente la nostra destinazione.
La meta per chi va in moto è il viaggio stesso e intendiamo utilizzare qualche carretera nacional per non perderci quegli angoli di Spagna che l’Autopista spesso ti rapina.

Saremo tre o al massimo quattro. È il numero ideale per trovare rapidamente da dormire dove ci porta l’ispirazione e per appoggiare i gomiti sul tavolo alla fine della giornata e parlare del giorno dopo.

Ma ora vi lascio. La carta Michelin N. 578 (Andalucìa) mi attende.

domenica 14 giugno 2009

Il concetto di corsia

La parola italiana "corsia" si traduce con voie, Spur, lane, carril nelle altre lingue europee, ma non vuol dire esattamente la stessa cosa.

Per l'automobilista italiano ci sono due tipi di corsia tra cui poter scegliere: quella contenuta tra due strisce bianche dipinte sulla strada e una che corrisponde allo spazio occupato dalla sua auto. Ecco perché l'automobilista italico è sempre nella sua corsia, almeno una delle due. Ecco anche perché, se qualcuno invade la sua corsia (una qualunque delle due), ha il doppio di ragioni per incazzarsi.

Da parte sua, lui non taglia mai la strada agli altri perché viaggia sempre nella "sua" corsia.

Di corsie ne esistono diverse categorie anche se di misura identica. La corsia di destra, che nessuno vuole, è associata al traffico lento.
In un paese che ha dato i natali a tanti eroi del volante, "lento" è un insulto mortale. Quella corsia resta libera per chilometri, mentre infuria la battaglia per la supremazia nelle altre.

La corsia di sorpasso è l'habitat preferito dell'italico al volante.
E' come appartenere a un club esclusivo senza pagare niente. E' un luogo di rivalsa sociale molto importante. Si vedono Fiat Tipo degli anni 80 ingaggiare battaglia con Maserati nuove di pacca.

Per mesi, il tipo della Tipo racconterà il duello serrato sostenuto con l'auto del tridente, mentre il guidatore della Maserati, probabilmente, non si sarà accorto di niente.

La corsia di sorpasso si lascia a malincuore, si lascia all'ultimo momento prima di attraversare di colpo 3 corsie di traffico e imboccare l'uscita autostradale. Niente riempie di gioia il cuore italico come aver eseguito al millimetro questa manovra, che solo alcuni incapaci ritengono pericolosa.

L'unica eccezione alla regola è il sorpasso di una moto.
L'automunito tricolore rientra dal sorpasso addirittura ben prima di averlo completato. E' un gesto inconscio che ha lo scopo di creare uno spostamento d'aria e quindi fastidio alla moto.
E' il solo modo per emergere e farsi notare dal motociclista in un mare di scatole di latta: "Guardami, ti ho superato!"

Altra corsia molto contesa è quella di avvicinamento alle porte del Telepass. L'italico al volante adora la sensazione di volare su quelle strisce gialle e solo all'ultimo istante si butta dall'altra parte (tagliando rigorosamente la strada a tutti) per andare a pagare in contanti.

Approfittare per duecento metri della corsia del Telepass è un altro di quei piaceri raffinati, come viaggiare in treno in prima classe con un biglietto di seconda, che solo un animo italiano sa apprezzare pienamente.