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sabato 14 maggio 2011

Memoria corta

Meno di un anno fa scoppiava il "caso Granarolo", sapete ...quelli della Lola e delle 50.000 mucche italiane. Peccato che parte del latte venisse da un'azienda tedesca e fosse contaminato con pseudomonas fluorescens, un batterio che, Sim Salabim! senza trucco e senza inganno, fa diventare blu le mozzarelle. 

Putiferio mediatico. Minaccia di denuncia per frode in commercio da parte del Codacons, inchiesta della Procura di Torino. Mezza Italia incazzata e l'altra mezza angosciata al momento di comprare la mozzarella. Ne abbiamo parlato anche qui sul blog: La Lola si chiama Gretchen. Poi è finito tutto.
Come sempre il Paese dei mille garanti (pupazzi strapagati che non vedono e non fanno niente) non garantisce un beneamato caspita e il consumatore consuma a suo rischio e pericolo.

Ma non basta! Da qualche giorno, non ci crederete, la Granarolo ha rilanciato come se niente fosse una campagna pubblicitaria identica a quella di prima: l'agricoltore che sembra un professore di filosofia, la bella mucca al guinzaglio e un gran pascolo verde brulicante di mucche. Le avranno fatte al computer? Ci saranno veramente 50.000 vacche in tutta Italia? Contando anche le veline e le escort di regime, volevo dire.

Ah, dimenticavo, c'è anche il bambino dalla voce idiota che dice: E' quello della Lolaaaa.

L'azienda conta di sicuro sulla memoria corta dei consumatori e ricicla una vecchia pubblicità fatta di stupido sciovinismo alimentare e (almeno allora) di menzogne spudorate. Della serie: Non Conosciamo Vergogna.
Non mi risulta infatti che la Granarolo abbia mai fatto le sue scuse ai consumatori italiani per aver tradito le sue stesse promesse. E ora ci rifà.

"Solo latte italiano". Ma, facciamo anche finta che sia vero, dove è scritto che il latte italiano è meglio di quello francese o svizzero? Anche quello bavarese, magari non comprato dalla Milchwerk Jaeger, non è proprio niente male. 

Ma che volete, l'italiota medio si fida di più del latte e dell'olio d'oliva italiani (anche se quest'ultimo non basta a soddisfare il consumo nazionale e allora bisogna aggiungercene un po' dalla Spagna, dalla Grecia o dalla Tunisia, ma per carità senza dire niente sennò il consumatore storce il naso).

La cosa grottesca è che sono le stesse aziende con la loro pubblicità a creare nel consumatore  l'esigenza di un prodotto italiano, pronte poi a tradirla quando il fabbisogno supera la produzione nazionale (o i prezzi giustificano l'impiego di materie prime estere). E tutto questo senza che nessuno dica niente e nessun industriale finisca in galera.

Chiudiamo in bellezza. La Birra Moretti insiste ancora in TV con il suo 100% di malto italiano. Stessa storia. E' meglio il malto italiano di quello polacco? In Italia produttori d'orzo (che una volta germinato diventa malto) ce ne sono parecchi. Siamo sicuri che la qualità (e i prezzi) siano accettabili?
E chi ci garantisce che la Moretti non faccia la furba alla maniera della Granarolo e prenda due volte per il sedere i consumatori mescolando l'odioso malto straniero a quello nobile di provenienza italica?

Ma al consumatore gliene frega niente di bere malto italiano? 

Questa patetica autarchia sa tanto di montatura in un Paese che oggi avrebbe voglia (e un gran bisogno) di sputarsi in faccia.

martedì 1 settembre 2009

Prosit!

Anche Sam beve ogni tanto una birretta per rilassarsi.
Il retrogusto amaro della
Pils le piace proprio, come quelle piante che ama masticare nel prato.

La birra ha una storia millenaria: dopotutto è la terza bevanda più diffusa al mondo (dopo acqua e tè) e la più antica di quelle alcooliche. Secondo alcune fonti, nasce agli inizi del Neolitico (attorno al 9000 a.C.) cioè ben tremila anni prima del vino, le cui origini sono fatte risalire al 6000 a.C.

La birra arriva in Europa attorno al 3000 a.C., un po’ in ritardo rispetto al vino, che era già noto 1500 anni prima.

Per secoli, la birra viene prodotta su base artigianale e casalinga, poi (attorno al 700 d.C.) si afferma come un’industria tipica dei monasteri, che la fabbricano e la vendono anche all’esterno.

Nel 1516 viene emessa in Baviera una legge (Reinheitsgebot) che determina la qualità degli ingredienti impiegati per la produzione della birra e alla quale, sebbene ne sia decaduto il valore strettamente giuridico, i produttori tedeschi fanno ancora riferimento.

Avendo frequentato per parecchi anni i paesi di lingua tedesca, sono molto parziale alle birre di quelle parti, che appartengono alla tradizione centro-europea di fermentazione a bassa temperatura; questa dà origine a birre più secche, chiare e leggere. Come ricetta produttiva, sono tutte imparentate alla birra prodotta a Pilsen, nel’attuale Repubblica Ceca già dal 1842, da cui il nome Pils o Pilsener.

A parte le birre sfiziose, come le leggere e acidule Weissbier o Weizenbier tedesche oppure quelle potenti ad alta fermentazione, come la belga Duvel (avete mai preso una sbornia di Duvel?), non c’è niente di più gratificante di una normalissima pils bevuta alla sua temperatura di 7-10° quando arriva il magico momento di stapparla.

Per chi va in moto, una birra da 33 cl a pranzo (magari depotenziata con una gazosa) è il massimo, mentre la stessa quantità di vino potrebbe portare conseguenze indesiderate una volta in sella.

Ma il colmo della libidine è macinare curve tutto il giorno, arrivare felicemente a destinazione e regalarsi una pausa di relax e socializzazione con un bel giro di birre.

Nella foto sopra, siamo a Torla nei Pirenei spagnoli e stiamo celebrando l’arrivo in paese provenienti da Andorra, dopo aver percorso lunghi tratti della splendida N-260.
Non so darvene una spiegazione scientifica, ma in situazioni come questa il sapore della birra risulta ancora migliore.
Prosit!

giovedì 30 luglio 2009

Bulloni, Birra e Brezel

Sono stato un paio di giorni in Germania per motivi di lavoro e ho "scoperto" la valle del fiume Rems (o Remstal).

Si trova a NE di Stoccarda ed è una zona ad alta densità industriale, ma a differenza della Ruhr, il vecchio cuore siderurgico tedesco (che è molto più a Nord, tra Düsseldorf e Dortmund), il paesaggio qui è splendido e fatto di un alternarsi di valli e verdi colline.

In questa zona del Baden-Württemberg sorgono molte fabbriche rinomate, specialmente nel settore della meccanica di precisione. La storica Mauser, che dalla metà dell’800 produce le celebri armi da fuoco, oggi ha anche una consociata nel settore delle macchine a controllo numerico.

Molte cittadine mostrano ancora tracce di archeologia industriale, come le vecchie ciminiere in mattoni rossi. A Schorndorf (paese natale di Gottlieb Daimler, pioniere dell’automobile) ce ne sono un paio perfettamente conservate. Una è proprio quella della birreria Kesselhaus , che è nata nel 2001 nei locali di una vecchia fabbrica di caldaie (Kessel) e ha un suo impianto da dieci ettolitri che produce splendide birre.

Ma per potermi bere in santa pace 3 Weissbier non pastorizzate ho dovuto guadagnarmele. Ho passato due giornate in una fabbrica per approfondire le mie conoscenze nel settore delle macchine utensili, dalla fase di progettazione CAD ai collaudi pre-consegna. I ritmi in Germania sono lenti e misurati, l’atmosfera familiare e rilassata.

Alle 09:00 già si fa la prima pausa. Frau Pfeiffer del commerciale e l’Ing. Mören dell’Uffico Tecnico prendono posto a un tavolino e si fanno una partita a Skat, un classico gioco di carte tedesco. Nel reparto montaggio, si scartano delle Brezel fresche fresche di forno e si beve aranciata (niente birra sul posto di lavoro).

Gran parte dei dipendenti sono qui da anni e conoscono bene il loro mestiere. Non ci sono giovani rampanti e l’età media è sui 40. Capelli grigi, panze da birra e pelate luccicanti ti fanno sentire a casa. Qui si lavora per consegnare le macchine in tempo, ma nel frattempo si scherza e si ride.

Una macchina che verrà prelevata domani è stata montata con delle tolleranze fuori norma e va sistemata. Ci vorranno delle ore, ma nessuno si agita e va nel panico. Il tecnico mi guarda, fa l’occhietto e mormora senza muovere la sigaretta che ha in bocca: “Grosse Probleme, grosse Probleme!” Intanto arriva un tizio dall’ufficio tecnico con una stampata del computer: è un particolare della macchina sul quale si può agire per rimettere tutto posto.

Si smonta, si fresa, si misura, si rimonta.

Magari oggi non si riesce a staccare alle 16:00, ma quando domani arriva il camion per prelevarla, la macchina sarà in perfetta regola.

Riparto per l’Italia con una mezza dozzina di Brezel nel bagaglio e la convinzione che i Cinesi non ce la faranno a uccidere l’Europa delle piccole e medie imprese.

E poi che cavolo ne sanno i Cinesi di come si fanno le Brezel?

domenica 10 maggio 2009

Come un buon vino


La preparazione di un viaggio in moto è un po' come un buon vino: si sorseggia lentamente per gustarne il sapore e non perderne la minima sfumatura.

Mancano solo sei giorni alla partenza per Istanbul e i preparativi proseguono senza urgenza, ma con l'obiettivo ben chiaro nella mente. La moto è pronta, gomme nuove (le turistiche Continental ContiMotion dovrebbero assicurare una buona performance sulla distanza ma non mancare di grip) e olio nuovo, sia nel complesso motore/cambio che nella trasmissione cardanica. Tutto il resto, dai fari ai freni, è stato già controllato ed è OK.

Oggi ho cominciato a preparare i vari attrezzi e ricambi che mi accompagneranno in viaggio: lampadine, fusibili, kit dei ferri e il necessario per riparare eventuali forature.

Come ultimo gesto questa sera, prima di spegnere la luce in garage e chiudere la porta, ho infilato sotto il parabrezza i guanti che userò per il viaggio.

Mi sto veramente gustando questo buon vino dei preparativi. Ha il sapore di un'avventura da tempo sognata e che finalmente sta prendendo forma.

Il viaggio vero e proprio mi fa invece pensare più alla birra che al vino. Lo vedo come un boccale spumeggiante di birra gelata che scende a spegnere quella sete di strada che c'è in ognuno di noi.